martedì 14 giugno 2011

DALLE URNE ALLE PIAZZE: VIA BERLUSCONI, PER UNA VERA ALTERNATIVA!

La grande vittoria referendaria conferma la domanda di svolta della maggioranza della società italiana, ben al di là dell'importante merito dei quesiti. A pochi giorni dalle elezioni amministrative, il governo Berlusconi-Bossi subisce un secondo pesante rovescio. Ora è il momento della spallata definitiva.

La pretesa di Berlusconi di restare in sella come se nulla fosse accaduto è una provocazione inaccettabile. Il pubblico “impegno” di Bersani e Di Pietro a “non usare” contro il governo l'esito del voto, per rassicurare le classi dirigenti e la loro ansia di “governabilità”, è francamente penoso. Le decine di milioni di lavoratori, di giovani, di donne, che hanno votato contro le politiche del governo, contro i suoi tentativi truffaldini antireferendari, contro il suo invito all'astensione, chiedono e meritano una svolta . Ed hanno la forza per imporla.

Travasare nelle piazze la domanda delle urne, è il compito del momento. Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni che si ostina a non dare. Si tratta di imporgliele con una mobilitazione popolare straordinaria che unifichi il mondo del lavoro, i giovani, e tutto l'associazionismo democratico, in una lotta di massa continuativa e radicale: che assedi i palazzi del potere sino alla caduta del governo. Questo è l'appello unitario che rinnoviamo ,tanto più oggi, a tutte le sinistre politiche , sindacali, associative.

E' questa la via necessaria per una prospettiva di vera alternativa alle classi dominanti del Paese. Le decine di milioni che hanno abrogato 4 leggi reazionarie su acqua, nucleare, giustizia, hanno perciò stesso rivendicato di fatto una vita liberata dalla dittatura del profitto e un principio elementare di uguaglianza. Al di là del loro livello di coscienza, e dei loro stessi orientamenti elettorali, hanno espresso la domanda di un'alternativa di società. Dare a questa domanda una coscienza politica e un programma anticapitalista, contro ogni sua subordinazione al centrosinistra confindustriale e bancario, è il compito di una sinistra di classe. E' il duro lavoro controcorrente del PCL, e della sua battaglia per un governo dei lavoratori.


MARCO FERRANDO

domenica 12 giugno 2011

TUTTI AL VOTO !

Le prime proiezioni sulla partecipazione al voto per i referendum sono incoraggianti. La percentuale dell'oltre 11% alle ore 12 della Domenica corrisponde alle percentuali registrate a suo tempo, nelle medesime ore, in occasione di referendum approvati.
Ma siamo ancora al livello di guardia, e le incognite restano alte. Per questo facciamo appello in queste ore alla massima partecipazione al voto, e ad esercitare la massima pressione su ogni interlocutore, amico, parente, vicino, perchè si rechi alle urne. Nessun referendum è risolutivo, nemmeno nel merito delle questioni trattate,. Ma certo una vittoria referendaria, nell'attuale scenario politico, favorirebbe uno scenario assai più avanzato di mobilitazione e di lotta. Non solo per cacciare Berlusconi. Ma per affermare una vera alternativa.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

venerdì 3 giugno 2011

VOTA 4 SI' AL REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO




Volantino in distribuzione (clicca per ingrandire)
BATTERLO NELLE URNE 
ROVESCIARLO NELLE PIAZZE
(6 Giugno 2011)

Il voto referendario del 12/13 giugno è di primaria importanza.
La pretesa di “depoliticizzarlo” da parte di PD e IDV, sino ad “assicurare che non si utilizzerà la vittoria del Sì contro Berlusconi”, va radicalmente respinta.
In primo luogo è una pretesa infondata nel merito, per la natura stessa dei quesiti: che investono la politica complessiva del governo ( e, sull'acqua, la politica dei governi precedenti in cui sedevano Bersani e Di Pietro).
In secondo luogo è una pretesa ipocrita perchè tutti si rendono conto della valenza politica del risultato: a partire da Berlusconi che infatti cerca sino all'ultimo di disinnescare il referendum con operazioni truffaldine.
In terzo luogo è una pretesa miope, perchè una parte rilevante del popolo della sinistra è attratta proprio dalla valenza politica “liberatoria” del referendum, non meno che dal suo contenuto di merito: e occorre evitare di demotivarla.
Ma soprattutto l'assicurazione di “non utilizzare” contro il governo una vittoria referendaria rischia di ipotecare gravemente il dopo referendum: laddove proprio una vittoria del Sì, delegittimando clamorosamente il governo, porrebbe la necessità di un'azione di massa, unitaria, continuativa, radicale, finalizzata a rovesciarlo; per sgomberare il campo definitivamente da Berlusconi e aprire la via di un'alternativa vera.

Evidentemente, persino in occasione del referendum,la prima preoccupazione di Bersani e Di Pietro è rassicurare preventivamente la borghesia italiana sul fatto che non si persegue alcuna rottura sociale. E che anzi l'alternanza di governo in gestazione conta proprio sul sostegno dei poteri forti, non certo sulla mobilitazione delle masse.
E' una ragione in più per combinare il pieno impegno per la vittoria del Sì contro Berlusconi, col rifiuto di ogni subordinazione al centrosinistra, e con la preparazione di una grande mobilitazione di massa indipendente per una vera alternativa: senza la quale le stesse ragioni di merito del Sì rischiano di essere sacrificate, in tutto o in parte, all'ennesimo compromesso con la classi dirigenti del Paese.


Importante articolo sulle
tematiche dei referendum

UNA BATTAGLIA NEL MERITO E UNA BATTAGLIA POLITICA
(7 Giugno 2011)
ARTICOLO SUI REFERENDUM PER GCDL DI GIUGNO 2011

UNA BATTAGLIA NEL MERITO E UNA BATTAGLIA POLITICA
Per il diritto alla salute e i beni comuni. Per cacciare il governo più reazionario del dopoguerra

La battaglia referendaria del 12 e 13 giugno 2011 ha indubbiamente un grande valore per il merito dei quesiti. Non di meno però è l’assoluto significato politico di questo voto.
Scrivo, quando non è ancora conosciuto l’esito del voto referendario e addirittura il presente articolo è redatto alcuni giorni prima dell’esito del voto di ballottaggio nelle città di Milano e Napoli.
I lettori mi scuseranno, pertanto, se alcune considerazioni che leggeranno di seguito potranno essere o inficiate o superate dai fatti. Tuttavia è importante sottolineare alcune questioni e prospettare possibili scenari politici perché ciò conserva in ogni caso un valore metodologico più generale.
Il PCL è tra i fiancheggiatori del Comitato per il Sì e in questi giorni è impegnato a sostenere la difficile campagna elettorale con l’obbiettivo di portare alle urne quanti più elettori possibile e raggiungere il quorum necessario del 50%. L’esito è tutt'altro che scontato perché il governo e tutto il centro destra puntano all’astensionismo, tanto da aver fatto approvare alle camere, con la fiducia, un decreto legge “omnibus” con l’unico scopo di boicottare il referendum su nucleare. La grande maggioranza dei mass-media, in mano ai potentati di destra e vicina alle multinazionali che vogliono speculare sulle centrali nucleari e sulla privatizzazione dell’acqua, ha oscurato, in taluni casi (vedi RAI) in piena violazione della costituzione, i messaggi video e audio del comitato referendario fino a pochi giorni dal voto. Il PD ha dapprima tentato di boicottare la raccolta firme dell’anno scorso, avendo tra i propri iscritti famosi nuclearisti come il professore e scienziato Veronesi, a capo dell’agenzia italiana per il nucleare, o i famigerati senatori Ichino, Treu e purtroppo anche l’astrofisica Margherita Hack (per un elenco indicativo dei nuclearisti del PD si leggano le firme in calce all’appello “Vogliamo un PD nucleare” comparso sul Riformista del maggio 2010). Quindi ha traccheggiato fino all’ultimo, avendo amministratori in molte aziende partecipate dalle multinazionali dell’acqua, e oggi, probabilmente dopo aver consultato i sondaggi, opportunisticamente si schiera a favore del sì.
Giorno dopo giorno i sondaggi confermano che, seppur con estrema difficoltà, il quorum è raggiungibile.
Il merito dei quesiti referendari appare indiscutibile.
Il disastro di Fukushima ha dimostrato una volta di più che il nucleare non è sicuro e il pericolo di una catastrofe nucleare con ripercussioni mondiali per quanto possa essere teoricamente “ridotto” dai progressi tecnologici rimane ineliminabile. E’ altamente inquinante, poiché non è stato ancora risolto il problema dello stoccaggio delle scorie che per tempi lunghissimi (secoli) rischiano di inquinare l’aria e le falde acquifere. Inoltre sono ormai numerosi gli studi epidemiologici che registrano un significativo aumento di leucemie e di altri tipi di tumore nei residenti vicino alle centrali. Non è conveniente: il costo dell’energia elettrica ottenuta dal nucleare è maggiore di quella ottenuta dalle altre fonti se si includono nel calcolo i costi dello smantellamento delle centrali nucleari, alla fine della loro vita utile, i costi di sistemazione, nel lungo periodo, del combustibile nucleare irraggiato e delle scorie radioattive ( a tal proposito si consiglia la lettura dell’articolo di Giorgio Nebbia, professore emerito dell’Università di Bari, “Il Nucleare: perché no ai siti www.greencrossitalia.org o tbagarolo.blogspot.com/2010/01/nucleare-perche-no.html). Inoltre è pur sempre dipendente da un minerale fossile in via di esaurimento. Si tratta più che altro di una enorme partita di giro di capitali tra ENEL e la francese EDF, che cera disperatamente di vendere i propri reattori nucleari in uno scenario mondiale in crisi per il settore. L'unico scopo di questa operazione è arricchire uno sparuto manipolo di azionisti sulla pelle dei cittadini italiani
I comunisti rivoluzionari sanno bene che la privatizzazione dell'acqua è un capitolo dell'offensiva capitalistica contro i diritti dei cittadini e dei lavoratori per appropriarsi dei beni comuni (i beni di tutti). Il capitale vuole mettere le mani sull'acqua per fare profitti sicuri su una risorsa che sta diventando sempre più scarsa e preziosa. Ma dove l'acqua è stata privatizzata, la situazione è drasticamente peggiorata: le tariffe sono aumentate, i servizi peggiorati, gli investimenti ridotti, l'accesso è diventato impossibile per i più poveri.
Questa battaglia ha un nemico ben preciso: l'élite padronale e finanziaria italiana, come lo Ior, la Banca vaticana, in concorrenza con le multinazionali come la francese Veolia.
E’ dunque una battaglia strategicamente anticapitalista che può e deve diventare l'occasione per unire in un vasto fronte contro il capitale e il governo tutte quelle domande democratiche, sociali ed ecologiche che hanno bisogno di una prospettiva generale per esprimersi, che chiedono un'alternativa di società e di potere.
Infine il quesito contro il legittimo impedimento è volto ad abolire l’impunità del “sultano” Berlusconi e della sua corte e a smascherare il finto garantismo dei suddetti presunti “liberali” che vogliono tutte le garanzie per se, e i potenti loro amici ma che poi mostrano un feroce giustizialismo contro i poveri e i movimenti democratici, come dimostrano, solo per fare alcuni esempi, l’accanimento contro i migranti, la persecuzione degli studenti fiorentini, la diffamazione di Pisapia e addirittura l’esposto contro il portavoce del PCL Marco Ferrando da parte di un senatore PDL che lo accusa di istigazione all’insurrezione violenta.
Il significato della battaglia referendaria va però ben oltre il merito dei quesiti.
Il raggiungimento del quorum, la sconfessione della politica energetica, della speculazione su un bene primario come l’acqua e più in generale sui beni comuni e dell’impunità della cricca berlusconiana darebbe un colpo formidabile al governo più reazionario del dopoguerra mettendo a nudo, di fronte alle masse, il suo carattere ferocemente antipopolare.
Contro il mito della popolarità dell’uomo Berlusconi, gia intaccata dalla sconfitta elettorale al primo turno delle comunali di Milano, verrebbe rivelata una verità inoppugnabile: nonostante la maggioranza parlamentare, costituita da deputati e senatori nominati e corrotti, il governo sarebbe incontestabilmente minoranza nel paese e la sua dittatura dovrebbe cessare immediatamente.
A quel punto bisognerebbe urlare da tutte le piazze d’Italia: non un minuto di più al governo del “sultano” Berlusconi.
Il risultato referendario potrebbe essere un volano potente per una mobilitazione generale e concentrata dei lavoratori, dei precari, degli studenti, di tutte le masse giovanili e dei movimenti democratici che si sono battuti in ordine sparso in questi mesi. Allora il nostro appello a fare come in Tunisia ed Egitto con una marcia nazionale su Palazzo Chigi, smetterebbe di essere un auspicio e diventerebbe l’ordine del giorno sella situazione politica contingente.
Tra l’altro solo questo tipo di mobilitazione potrebbe salvaguardare il significato sociale e culturale della vittoria referendaria dal pericolo ben presente che essa possa diventare mera merce di trattativa per un governo di “transizione” (fosse anche di fronte democratico come vorrebbe Ferrero) a guida Tremonti, o Montezemolo o quant’altri, con un programma di autentico massacro sociale come quello previsto dalle recenti stime della Corte dei Conti (risparmio di spesa di 46mld all’anno).
Per questo il nostro partito si dovrebbe impegnare con tutte le forze ad impedire che PD e pseudosinistre si intestino la vittoria referendaria, rilanciando la mobilitazione contro Berlusconi e le destre ma anche per la rottura di tutte le sinistre politiche, sindacali e di movimento con il PD e gli altri amici di Marchionne. Solo la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari potrà finalmente scombinare queste manovre politiche sulla loro pelle aprendo la via di una vera alternativa: se non ora, quando?

Federico Bacchiocchi

P.s: per una vasta documentazione sui temi del nucleare, dell’acqua e più in generale sulle questioni ambientali ed ecologiche si consiglia vivamente la consultazione del blog del mai troppo compianto compagno Tiziano Bagarolo, dirigente nazionale del PCL scomparso di recente: tbagarolo.blogspot.com

Partito Comunista dei Lavoratori

martedì 31 maggio 2011

LA SCONFITTA DI BERLUSCONI E' RAGIONE DI GIOIA. LA VITTORIA DI PISAPIA E DE MAGISTRIS NON MERITA ILLUSIONI. VIA BERLUSCONI, MA PER UNA VERA ALTERNATIVA.

La sconfitta di Berlusconi nelle elezioni amministrative di Milano e Napoli non poteva essere più clamorosa. Il governo più reazionario che l'Italia abbia conosciuto dall'epoca di Tambroni ha visto sfaldarsi la propria base di consenso, nel Nord e nel Sud. Milioni di lavoratori, di precari, di giovani chiedono apertamente di voltare pagina.

Ora il governo se ne deve andare. Chi per anni ha evocato falsamente la “volontà del popolo” come propria base di legittimazione e di arbitrio è oggi condannato dallo stesso verdetto invocato. Deve solo sgomberare il campo. La pretesa di Berlusconi di restare in sella, col sostegno di deputati corrotti, al solo scopo di evitare la galera, è tanto più oggi insopportabile. E va denunciata come provocazione. I prossimi referendum su acqua, nucleare, legittimo impedimento, possono e debbono dare un nuovo colpo a tale pretesa.

Dopo significative incertezze, le “opposizioni” liberali ( PD e UDC) “chiedono” formalmente le dimissioni del governo. Ma di fatto si rassegnano alla sua continuità. In realtà cercano di guadagnare tempo per preparare l'ennesima soluzione d'alternanza con cui rimpiazzare il Cavaliere. Una soluzione benedetta da Confindustria, banche, Vaticano e per questo aperta a tutti i peggiori trasformismi parlamentari. Una soluzione che chiami i lavoratori alla nuova annunciata stagione di “sacrifici” imposta da quella grande finanza europea che tutti i liberali assumono da sempre come oracolo e bussola.

Le sinistre politiche e sindacali hanno un compito esattamente opposto: promuovere la più ampia mobilitazione di massa che imponga le dimissioni immediate di Berlusconi, per aprire la via di un'alternativa vera. Un'alternativa che liberi l'Italia dalla dittatura di Confindustria, banche e Vaticano, per rimpiazzarla con un governo dei lavoratori. Un governo che faccia pagare la crisi a chi non ha mai pagato, blocchi i licenziamenti, dia un salario ai disoccupati, abolisca tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, nazionalizzi senza indennizzo e sotto controllo operaio tutte le aziende che licenziano, inquinano, causano morti sul lavoro, violano i diritti sindacali. Un governo che costruisca insomma un nuovo ordine di società.

Questa alternativa non passa per Pisapia e De Magistris, per le coalizioni col PD e con i poteri forti, industriali e bancari, subito saliti sul carro dei vincitori, per partecipare ai banchetti dell'Expo e suddividersi la torta degli affari. La stessa esperienza concreta di queste coalizioni e dei loro sindaci dissolverà tante illusioni a sinistra tra i lavoratori e i giovani: dimostrando ancora una volta le ragioni di chi, dall'inizio, pur essendo in prima fila contro Berlusconi e i suoi candidati- anche attraverso l'indicazione di voto nei ballottaggi- ha tuttavia rifiutato di accodarsi al carro liberale, ha mantenuto la propria indipendenza dal centrosinistra, si è collocato all'opposizione delle sue giunte.

L'alternativa vera si costruisce in piena autonomia dalle classi dirigenti del Paese. Si costruisce rompendo con tutti i loro partiti e governi. Si costruisce nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle piazze, unendo milioni di lavoratori, di precari, di giovani, in una grande mobilitazione indipendente capace di andare davvero sino in fondo.

“Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto”, è oggi più di ieri, la parola d'ordine del momento. Per cacciare Berlusconi-Mubarak. Per aprire dal basso una prospettiva nuova. Centinaia di migliaia di giovani, in Spagna e in Grecia, hanno occupato strade e piazze, richiamandosi all'esempio nordafricano, per chiedere una svolta della propria condizione. Anche in Italia l'indignazione può e deve trasformarsi in mobilitazione di massa, rompendo vecchie liturgie e imponendo il linguaggio dell'azione diretta, della ribellione e della forza.

Nei giorni scorsi, i lavoratori della Fincantieri a Genova e a Castellamare hanno dato un segnale importante, a difesa della propria dignità, contro le leggi del capitale e del suo Stato. E' un segnale che va raccolto e generalizzato. Perchè sia la classe operaia a porsi alla testa della giovane generazione e a regalarle un'altra società e un altro futuro.

MARCO FERRANDO

mercoledì 25 maggio 2011

UNIFICARE LA LOTTA OCCUPARE GLI STABILIMENTI FINCANTIERI

La Fincantieri, dopo mesi di annunci e smentite sul futuro degli stabilimenti, ha annunciato il suo piano aziendale. Il tutto dopo aver messo migliaia di lavoratori diretti in cassa integrazione ed estromesso migliaia di lavoratori delle ditte di appalto dagli stabilimenti, spesso senza il riconoscimento degli ammortizzatori sociali. L'amministratore delegato Giuseppe Bono ha avuto l'ardire di definire “piano anticrisi” quella che è con tutta evidenza una dichiarazione di guerra sociale contro i lavoratori di Fincantieri.

Il piano aziendale prevede la chiusura degli stabilimenti di Castellammare di Stabia, di Sestri Ponente e di Riva Trigoso, tre su otto stabilimenti presenti nel Paese; il licenziamento di 2.551 su 8500 lavoratori diretti. Di questi oltre un migliaio di esuberi (1125) verranno spalmati nei rimanenti stabilimenti del gruppo (Palermo, Muggiano, Marghera, Ancona, Monfalcone). E' evidente che se questo piano verrà attuato, migliaia saranno i lavoratori delle ditte di appalto in tutto il paese che perderanno il posto di lavoro.

Il piano aziendale, oltre alle chiusure degli stabilimenti e al licenziamento dei lavoratori, prevede un drastico ridimensionamento dei diritti ed aumento dello sfruttamento dei lavoratori. Questo attraverso una riorganizzazione del lavoro in linea con quanto applicato da Marcchionne nel gruppo Fiat.

Questo piano aziendale va respinto integralmente, non c'è nulla da trattare. Non può esservi negoziato su un piano di annientamento di questa portata. Non si può scaricare sui lavoratori la crisi capitalistica di sovrapproduzione che investe il settore, ne i lavoratori della cantieristica italiana possono accettare la loro messa in concorrenza con i lavoratori della cantieristica di altri paesi del mondo (Stati Uniti d'America, Germania, Francia, Polonia, Corea del Sud).

I lavoratori dello stabilimento di Ancona già il 22 aprile hanno occupato, in segno di protesta, i binari della stazione ferroviaria per rivendicare la certezza del posto di lavoro. Dopo l'annuncio del piano aziendale i lavoratori di Genova e di Castellammare hanno dato una prima risposta. Ora si tratta di svilupparla ed estenderla, il piano aziendale può essere respinto solo unificando la forza di mobilitazione dei lavoratori di tutti gli stabilimenti.

I lavoratori giustamente stanno rivolgendo la loro rabbia e indignazione contro la direzione aziendale e contro il governo, a Genova il corteo operaio si è rivolto verso la Prefettura, a Castellammare è stato occupato il Municipio.

Proprio a partire da questa consapevolezza operaia, riteniamo necessario superare l'attuale frammentazione delle vertenze azienda per azienda, fabbrica per fabbrica. Per questo chiediamo alla Fiom di creare un vero coordinamento dei lavoratori della Fincantieri, di unificare ed estendere la mobilitazione, con l'occupazione immediata di tutti gli stabilimenti minacciati.

In ogni caso il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà con questa proposta di lotta radicale tra i lavoratori. Solo la forza operaia può strappare risultati.
Nessun stabilimento deve essere chiuso, nessun lavoratore deve essere licenziato. Il lavoro deve essere ridistribuito tra tutti i lavoratori, anche attraverso la riduzione, a parità di salario, dell'orario di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 20 maggio 2011

NELLE PIAZZE, COME IN SPAGNA

Il vento del nord Africa si affaccia in Europa. Mentre le sinistre italiane chiedono un patto di governo al PD, amico dei banchieri, decine di migliaia di giovani spagnoli occupano le piazze contro il governo Zapatero, contro le banche, contro tutti i partiti dominanti,rivendicando apertamente l'esempio tunisino ed egiziano. La campagna che abbiamo promosso per “Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto” trova un clamoroso riscontro. Per questo partecipiamo questa sera a tutte le iniziative di mobilitazione promosse in solidarietà coi giovani di Spagna: a Roma, Torino,Milano, Napoli, Bologna,Padova, Palermo. Ovunque il PCL rilancerà le parole d'ordine della rivolta sociale contro la dittatura del profitto. Cacciare Berlusconi è il primo comandamento, anche attraverso i ballottaggi e il referendum. Ma la vera alternativa a Berlusconi passa per le piazze non per le urne.

Marco Ferrando

giovedì 12 maggio 2011

PER UNA PALESTINA LIBERA E PER UN MEDIO ORIENTE SOCIALISTA

L’attuale situazione in Palestina costituisce per i marxisti rivoluzionari un passaggio fondamentale per porre e proporre una serie di rivendicazioni transitorie che leghino la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese alla conquista del potere della classe operaia palestinese.
Nel 2004 AMR Progetto comunista ( corrente della sinistra del PRC ossatura fondante del PCL) scriveva a riguardo della questione palestinese: “… Come da sempre le prospettive della rivoluzione palestinese sono difficili. E sempre di più dovrebbe essere evidente che la soluzione positiva per i palestinesi deve essere cercata nello sviluppo, accanto all’Intifada, di una lotta più ampia nel Medio Oriente. Una lotta contemporaneamente contro il sionismo, l’imperialismo e i suoi agenti borghesi e feudo-borghesi; per una soluzione socialista in Palestina e nel Medio Oriente in generale. Questa è l’unica prospettiva che potrebbe avere la forza per vincere il sionismo e i suoi padroni imperialisti, realizzando le legittime aspirazioni nazionali (ma anche sociali) del popolo palestinese.”
Questa analisi auspicabile poneva, oggi ancora più attuale, la prospettiva della liberazione del popolo palestinese all’interno di una cornice di rivoluzione nel Magreb. IL vento delle rivoluzioni arabe può essere un nuovo detonatore sociale per la questione palestinese. I marxisti rivoluzionari da internazionalisti si oppongono da sempre al nazionalismo, in tutte le salse, che offre soltanto la prospettiva di rovesciare i termini dell’oppressione. L'unica soluzione per il popolo palestinese è la rottura del recinto capitalistico. La via di salvezza per i palestinesi e per la minoranza di lingua ebraica è una rivoluzione proletaria e una federazione socialista del Medio Oriente.
Le proposte di risoluzione sul conflitto palestinese dei vari imperialismi, dagli Usa a quelli europei , non solo ( e del loro braccio diplomatico Onu “ Un covo di briganti” come definiva Lenin la SDN padre dell’odierna Onu) sono finte e servono unicamente a tutelare i propri interessi geopolitici in quell’aria, ma sono anche il frutto della più brutale astrazione geografica che non pone soluzione.
La morte di Arrigoni- una doccia fredda per noi tutti che ci opponiamo all’oppressione sionista in Medio Oriente- ha dimostrato ancora una volta lo squallore politico del governo Italiano. IL silenzio sulla tragica vicenda da parte del governo ( e delle opposizioni democratiche) è un fatto. A questo silenzio i poteri forti italiani hanno sommato il proprio sostegno, per bocca di Berlusconi, al regime coloniale d’Israele e il ripudio all’umanitaria missione di Freedom Flotilla ( Berlusconi “bloccheremo la Freedom Flotilla”). Tutto questo rende, oggi più che mai, il nostro impegno a favore del popolo palestinese e della sua lotta prioritario.
Come trotskysti lottiamo per dirigere le masse verso la rivoluzione socialista. Ma non pretendiamo di imporre le nostre specifiche soluzioni a tutti i problemi. In Palestina, al momento della vittoria rivoluzionaria, sarà il popolo palestinese – con la sua libera autodeterminazione e con il rispetto dei diritti del popolo ebraico – a decidere.
• Per la sconfitta del sionismo e del­l’im­perialismo;
• No ai compromessi bidone, rivoluzione fino alla vittoria;
• Per la mobilitazione delle masse arabe contro Israele e l’imperialismo;
• Per l’abbattimento dello Stato sionista di Israele; per i pieni diritti democratici del popolo ebraico in Palestina come minoranza nazionale, nel quadro dell’unità del Medio O­riente;
• Per una federazione socialista del Medio Oriente e del Nordafrica


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

mercoledì 4 maggio 2011

OLTRE LO SCIOPERO DEL 6 MAGGIO: PER UNA VERA AZIONE DI FORZA CONTRO PADRONATO E BERLUSCONI

I lavoratori stanno subendo l'attacco più pesante di tutto il secondo dopoguerra: sul terreno sociale, per mano della Fiat e del padronato; sul terreno politico, per mano di un governo reazionario che domina un Parlamento di nominati e di corrotti.

Eppure le “opposizioni” liberali ( a partire dal PD) si limitano al chiacchiericcio. Volendo rimpiazzare Berlusconi con un governo gradito a Marchionne e Bankitalia, non solo non possono mobilitare le masse, ma finiscono col sostenere la Fiat contro i lavoratori e col salvare il governo in votazioni cruciali ( come sulla guerra libica e sul federalismo antioperaio).

Mentre la direzione della CGIL, che pur “denuncia” il governo, continua a ricercare una riconciliazione col padronato e con i sindacati asserviti di CISL e UIL. Cercando di offrire per questa via una sponda utile alle “opposizioni” liberali e alle loro relazioni coi padroni.

Le sinistre politiche ( SEL e FDS), dal canto loro, a parole difendono il lavoro, nei fatti si accodano (“criticamente”) ai liberali: continuando a sognare assessorati, ministeri, o addirittura premierati ( a fianco degli avversari “democratici” dei lavoratori).

Qual'è la risultante di questa catena di Sant'Antonio? Da un lato la sopravvivenza di Berlusconi, addirittura incoraggiato dall'impotenza delle opposizioni al peggiore affondo reazionario anticostituzionale. Dall'altro la continuità dell'offensiva padronale contro la FIOM e gli stessi diritti sindacali: un'offensiva che non si può contrastare, isolatamente, fabbrica per fabbrica, senza una risposta complessiva- come la Fiom ha fatto sinora- se non al prezzo, prima o poi, di gravi arretramenti sullo stesso terreno della resistenza ( V. ex Bertone).

Il Partito Comunista dei Lavoratori dice che non si può andare avanti così. Che questa deriva suicida va arrestata, prima che sia troppo tardi. Che è possibile farlo in un solo modo: mettendo in campo, unitariamente e sino in fondo, tutta la forza del mondo del lavoro, dei precari, degli studenti, delle donne. Cioè opponendo alla forza avversaria una forza eguale e contraria. In una mobilitazione che non si limiti ad evocare buone ragioni, ma punti a piegare la resistenza dell'avversario. Ossia a vincere.

PER QUESTO diciamo che lo sciopero generale del 6 Maggio non solo va esteso- come già hanno fatto diverse categorie- ma dev'essere l'inizio di una vera svolta di lotta che miri a bloccare l'Italia: con una mobilitazione di massa, radicale, prolungata, che rivendichi innanzitutto il blocco dei licenziamenti, la piena difesa del contratto nazionale di lavoro, l'abrogazione delle leggi di precarizzazione, un salario dignitoso per i disoccupati.

PER QUESTO diciamo, sul piano politico più generale, che “occorre fare come in Tunisia e in Egitto”: con la preparazione di una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi per imporre a Berlusconi le dimissioni. Con l'assedio prolungato dei palazzi del potere sino alla caduta del governo.

PER QUESTO abbiamo rivolto e rivolgiamo un appello a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, a favore di una svolta di lotta, unitaria e radicale: una svolta impossibile senza rompere ogni compromissione col PD e con tutti i portavoce “democratici” degli industriali e dei banchieri.

In ogni caso questa nostra campagna- che va registrando ogni giorno di più un consenso crescente- continuerà senza incertezze nei luoghi di lavoro, nelle organizzazioni sindacali e di massa, nei movimenti di lotta, nei confronti politici ed elettorali. Senza altro interesse che non sia lo sviluppo di una sollevazione sociale contro le classi dirigenti del Paese, in direzione un'alternativa di società: in cui a comandare siano finalmente i lavoratori e non i loro sfruttatori.

Governino i lavoratori, non gli industriali e i banchieri!
La costruzione quotidiana del Partito comunista dei Lavoratori- che si va progressivamente estendendo- è al servizio di questo progetto di liberazione.

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INVITIAMO TUTT* I/LE COMPAGN* A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONI CHE SI TERRA' A NAPOLI.

TRA LE FILA DELLO SPEZZONE DEL PCL CI SARA' OLTRE AL CANDIDATO SINDACO DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI PER IL COMUNE DI NAPOLI, CIRO FORMISANO, IL PORTAVOCE NAZIONALE MARCO FERRANDO.

RINGRAZIAMO I/LE COMPAGNE/E DELLA SEZIONE DI NAPOLI PER L'ORGANIZZAZIONE.




Sezione Provinciale di Salerno - Partito Comunista dei Lavoratori