sabato 20 settembre 2014

L'agonia del capitalismo e i compiti della IV Internazionale La mobilizzazione delle masse attorno al Programma di Transizione in preparazione della conquista del potere (Programma Di Transizione) Trotsky (1938)



LE PREMESSE OGGETTIVE DELLA RIVOLUZIONE SOCIALISTA
La situazione politica mondiale è caratterizzata innanzi tutto dalla crisi storica della direzione del proletariato.
Le premesse economiche della rivoluzione proletaria hanno già raggiunto da tempo il punto più alto raggiungibile in regime capitalista. Le forze produttive dell'umanità non crescono più. Le nuove invenzioni e i nuovi progressi tecnici non portano a un incremento delle ricchezze materiali. Le crisi congiunturali, nelle condizioni di crisi sociale di tutto il sistema capitalista, determinano per le masse privazioni e sofferenze sempre più grandi. La disoccupazione crescente, a sua volta, approfondisce la crisi finanziaria dello Stato e mina i sistemi monetari sconvolti.
I governi – tanto quelli democratici come quelli fascisti – passano da una bancarotta all'altra.

La borghesia stessa non vede nessuna via d'uscita. Nei paesi in cui si è vista costretta a puntare sulla carta del fascismo, si avvia ora a occhi chiusi verso la catastrofe economica e militare. Nei paesi storicamente privilegiati, cioè quelli in cui può ancora permettersi, per un certo tempo, il lusso della democrazia a spese dell'accumulazione nazionale precedente (Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, ecc.), tutti i partiti tradizionali del capitale si trovano in una situazione di confusione che confina, a volte, con una paralisi della volontà. Il New Deal, nonostante la decisione ostentata nella prima fase, non è che una forma particolare di confusione, possibile in un paese in cui la borghesia ha potuto accumulare ricchezze senza numero. La crisi attuale, che è ben lungi dall'essersi sviluppata sino in fondo, ha già dimostrato che la politica di New Deal negli Stati Uniti – al pari della politica di fronte popolare in Francia – non risolve minimamente l'impasse economica.
Il quadro delle relazioni internazionali non è migliore. Sotto la pressione crescente del declino del capitalismo, gli antagonismi imperialistici hanno raggiunto il limite al di là del quale e conflitti settoriali e esplosioni sanguinose locali (Etiopia, Spagna, Estremo Oriente, Europa Centrale) devono sfociare inevitabilmente in una conflagrazione di portata mondiale. Certo, la borghesia si rende conto del pericolo mortale che una nuova guerra costituisce per la sua dominazione. Ma ora è ancor più incapace di evitarla di quanto lo fosse alla vigilia del 1914.
Tutte le chiacchiere secondo cui le condizioni storiche non sarebbero ancora "mature" per il socialismo, non sono che il prodotto dell'ignoranza o di una deliberata mistificazione. Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno addirittura cominciato a marcire. Senza una rivoluzione socialista – e nella prossima fase storica – una catastrofe minaccia tutta la civiltà umana. Tutto dipende dal proletariato, cioè fondamentalmente, dalla sua avanguardia rivoluzionaria. La crisi storica dell'umanità si riduce alla crisi della direzione rivoluzionaria.
IL PROLETARIATO E LA SUA DIREZIONE
L'economia, lo Stato, la politica della borghesia e i suoi rapporti internazionali sono intaccati profondamente da una crisi sociale, caratteristica di una situazione pre-rivoluzionaria della società. Il principale ostacolo sulla via della trasformazione della situazione pre-rivoluzionaria in una situazione rivoluzionaria, è il carattere opportunista della direzione proletaria, la sua codardia piccolo-borghese di fronte alla grande borghesia, il legame proditorio che mantiene con quest'ultima anche nella sua agonia.
In tutti i paesi il proletariato è in preda a una profonda inquietudine. Masse di milioni di uomini si sono incamminati a più riprese sulla via rivoluzionaria. Ma ogni volta si sono scontrati con i loro apparati burocratici conservatori. Il proletariato spagnolo, dall'Aprile 1934, ha compiuto una serie di eroici tentativi per prendere in mano il potere e la guida della società. Ma i suoi stessi partiti -socialdemocratici, staliniani, anarchici e POUM, ciascuno a suo modo - hanno sostenuto una funzione di freno preparando così la vittoria di Franco. In Francia, la poderosa ondata di scioperi con occupazioni di fabbriche, specialmente nel Giugno 1936, ha dimostrato che il proletariato era pienamente disposto a rovesciare il sistema capitalista. Ma le organizzazioni egemoni - socialisti, staliniani e sindacalisti - sono riuscite, sotto l'insegna dei fronti popolari, a canalizzare e ad arrestare, almeno temporaneamente, il torrente rivoluzionario. L'ondata senza precedenti di scioperi con occupazioni di fabbriche e lo sviluppo prodigiosamente rapido dei sindacati d'industria negli Stati Uniti (C.I.O.) sono l'espressione più incontestabile dell'aspirazione istintiva degli operai americani a portarsi al livello dei compiti che la storia pone dinanzi a loro. Ma anche qui le organizzazioni egemoni, compreso il C.I.O. di recente costituzione, fanno tutto il possibile per contenere e paralizzare l'offensiva rivoluzionaria delle masse.
Il passaggio definitivo dell'Internazionale comunista dalla parte dell'ordine borghese, il suo ruolo cinicamente controrivoluzionario nel mondo intero, e particolarmente in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti e negli altri paesi "democratici", ha creato enormi difficoltà supplementari per il proletariato mondiale. Sotto il segno della rivoluzione d'Ottobre, la politica conciliatrice dei "fronti popolari" condanna la classe operaia all'impotenza e apre la strada al fascismo.
I "fronti popolari" da una parte e il fascismo dall'altra sono le ultime risorse politiche dell'imperialismo nella lotta contro la rivoluzione proletaria. Dal punto di vista storico, tuttavia, non sono che surrogati. La putrefazione del capitalismo continua sia sotto il segno del berretto frigio in Francia sia sotto il segno della svastica in Germania. Soltanto il rovesciamento della borghesia può offrire una via d'uscita.
L'orientamento della masse è determinato da un lato dalle condizioni oggettive del capitalismo in putrefazione, dall'altro dalla politica di tradimento delle vecchie organizzazioni operaie. Di questi fattori il primo è, naturalmente, quello decisivo: le leggi della storia sono più potenti degli apparati burocratici. Qualunque siano i metodi differenziati usati dai social-traditori - dalla legislazione "sociale" di Blum alle falsificazioni processuali di Stalin -, costoro non riusciranno a spezzare la volontà rivoluzionaria del proletariato. I loro sforzi disperati per arrestare la ruota della storia dimostreranno sempre di più alle masse che la crisi di direzione del proletariato, che è divenuta la crisi della civiltà umana, non potrà essere risolta che dalla IV Internazionale.
PROGRAMMA MINIMO E PROGRAMMA DI TRANSIZIONE
Il compito storico della prossima fase – fase pre-rivoluzionaria di agitazione, di propaganda e di organizzazione – consiste nel superare la contraddizione tra la maturità delle condizioni oggettive della rivoluzione e l'immaturità del proletariato e della sua avanguardia (smarrimento e demoralizzazione della vecchia generazione, inesperienza della nuova). Bisogna aiutare le masse a trovare, nel processo della loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partano dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino invariabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato.
La socialdemocrazia classica, che si è sviluppata all'epoca del capitalismo ascendente, divideva il suo programma in due parti: il programma minimo, che si limitava a riforme nel quadro della società borghese, e il programma massimo, che prometteva la sostituzione del capitalismo con il socialismo in un futuro non definito. Tra programma minimo e programma massimo non esisteva nessun ponte. La socialdemocrazia non ne aveva bisogno in quanto di socialismo parlava solo nei giorni di festa.
L'Internazionale comunista ha imboccato la strada della socialdemocrazia nell'epoca del capitalismo in putrefazione, in un momento in cui non è più questione di riforme sociali sistematiche, né di miglioramenti del livello di vita delle masse, in un momento in cui la borghesia riprende ogni volta con la mano destra il doppio di quello che ha dato con la sinistra (tasse, diritti doganali, inflazione, "deflazione", carovita, disoccupazione, misure poliziesche contro gli scioperi, ecc.), in un momento in cui ogni seria rivendicazione della piccola borghesia conduce inevitabilmente al di là dei confini della proprietà capitalistica e dello Stato borghese.
Il compito strategico della IV Internazionale non consiste nel riformare il capitalismo, bensì nel rovesciarlo. Il suo fine politico è la conquista del potere da parte del proletariato per assicurare l'espropriazione della borghesia. Ma l'assolvimento di questo compito strategico è impensabile senza la massima attenzione per tutte le questioni di tattica, anche minute e parziali. Tutti i settori del proletariato, tutti i suoi strati, le sue categorie e i suoi gruppi devono essere trascinati nel movimento rivoluzionario. Quello che contraddistingue l'epoca attuale non è un affrancamento del partito rivoluzionario dal prosaico lavoro di tutti i giorni, ma il fatto che questa lotta può essere condotta in connessione indissolubile con i compiti della rivoluzione.
La IV Internazionale non respinge le rivendicazioni del vecchio programma "minimo" nella misura in cui conservino tuttora una qualche vitalità. Difende instancabilmente i diritti democratici degli operai e le loro conquiste sociali. Ma sviluppa questo lavoro di tutti i giorni nel quadro di una prospettiva corretta, reale, cioè rivoluzionaria. Nella misura in cui le rivendicazioni parziali "minime" degli operai si scontrano con le tendenze disgregativi e distruttrici del capitalismo decadente – e ciò avviene a ogni istante – la IV Internazionale avanza un complesso di rivendicazioni transitorie, il cui senso è di essere dirette sempre più apertamente e decisamente contro le basi stesse del regime borghese. Il vecchio "programma minimo" è costantemente superato dal programma transitorio, che ha come funzione una mobilitazione sistematica delle masse per la rivoluzione proletaria.
SCALA MOBILE DEI SALARI E SCALA MOBILE DELLE ORE DI LAVORO
Nelle condizioni del capitalismo in decomposizione le masse continuano a vivere la grigia vita quotidiana degli oppressi che, ora più che mai, sono minacciati dal pericolo di precipitare nell'abisso della miseria. Sono costrette a difendere il loro pezzo di pane, quando non possono accrescerlo o migliorarlo. Non è possibile né necessario elencare qui le varie rivendicazioni parziali che sorgono ogni volta dalle condizioni concrete, nazionali o locali o settoriali. Ma due mali economici fondamentali, che sono l'espressione sintetica dell'assurdità crescente del sistema capitalista, cioè la disoccupazione e il carovita, esigono parole d'ordine e metodi di lotta generalizzati.
La IV Internazionale dichiara implacabilmente guerra alla politica dei capitalisti - in misura considerevole la stessa dei loro agenti riformisti - tendente a far ricadere sulle spalle dei lavoratori tutto il fardello del militarismo, della crisi, del disordine dei sistemi monetari e di altri mali dell'agonia del capitalismo. Rivendica lavoro e condizioni di vita decenti per tutti.
Né l'inflazione monetaria né la stabilizzazione possono servire da parola d'ordine per il proletariato: sono le due estremità dello stesso bastone. Contro il carovita, che con l'approssimarsi della guerra assumerà un carattere sempre più incontrollato, si può lottare solo con la parola d'ordine della scala mobile dei salari. I contratti collettivi devono assicurare l'aumento automatico dei salari in correlazione agli aumenti dei prezzi degli articoli di consumo.
Se vuole evitare la propria disgregazione, il proletariato non può tollerare la trasformazione di una parte crescente degli operai in disoccupati cronici, in miserabili nutriti dalle briciole di una società in decomposizione. Il diritto al lavoro è il solo diritto serio che rimanga all'operaio in una società basata sullo sfruttamento. Ma questo diritto gli è strappato ad ogni istante. Contro la disoccupazione sia strutturale sia congiunturale, è tempo di lanciare la parola d'ordine della scala mobile delle ore di lavoro. I sindacati e le altre organizzazioni di massa devono unire coloro che hanno lavoro e coloro che non lo hanno in un impegno di reciproca solidarietà.
Il lavoro che c'è deve essere suddiviso tra tutti gli operai e su questa base sarà definita la durata della settimana lavorativa. Il salario di ogni operaio deve restare lo stesso della vecchia settimana lavorativa. I salari, con un minimo rigorosamente garantito, dovranno seguire il movimento dei prezzi. Nessun altro programma può essere accettato per l'attuale periodo di catastrofi. I proprietari e i loro avvocati dimostreranno che queste rivendicazioni sono "irrealizzabili". I capitalisti minori, soprattutto coloro che stanno andando alla rovina, invocheranno i loro bilanci. Gli operai dovranno respingere categoricamente questi argomenti e questi riferimenti. Non si tratta di uno scontro "normale" tra opposti interessi materiali. Si tratta di difendere il proletariato dalla decadenza, dalla demoralizzazione e dalla rovina. Si tratta di una questione di vita o di morte per la sola classe progressiva e quindi dello stesso avvenire dell'umanità. Se il capitalismo è incapace di soddisfare le rivendicazioni che derivano inevitabilmente dai mali che esso stesso ha generato, non gli resta che perire. La "possibilità" o l' "impossibilità" di soddisfare queste rivendicazioni è, nel caso concreto, una questione di rapporti di forza che può essere risolta solo con la lotta. Sulla base di questa lotta, quali che siano i successi pratici immediati, gli operai comprenderanno nel modo migliore la necessità di liquidare la schiavitù capitalista.
I SINDACATI NELL'EPOCA DI TRANSIZIONE
Nella lotta per le rivendicazioni parziali e transitorie, gli operai hanno attualmente più che mai bisogno di organizzazioni di massa, in primo luogo dei sindacati. La potente ascesa dei sindacati in Francia e negli Stati Uniti costituisce la migliore risposta ai teorizzatori estremisti della passività che avevano affermato che i sindacati "avevano fatto il loro tempo".
I bolscevichi leninisti si trovano in prima fila in ogni forma di lotta, anche nel caso che si tratti degli interessi materiali o dei diritti democratici più modesti della classe operaia. Essi prendono parte attiva alla vita dei sindacati di massa, preoccupandosi di rafforzarli e di accrescerne lo spirito combattivo. Lottano implacabilmente contro ogni tentativo di sottomettere i sindacati allo Stato borghese e di legare il proletariato con "l'arbitrato obbligatorio" e con tutte le altre forme di intervento poliziesco non solo fasciste ma anche "democratiche". E' solo sulla base di tale lavoro che è possibile lottare con successo all'interno dei sindacati contro la burocrazia riformista, compresa quella stalinista. I tentativi settari di costruire e di mantenere piccoli sindacati "rivoluzionari" come una seconda edizione del partito, implicano, in realtà, una rinuncia alla lotta per la direzione della classe operaia. Bisogna, a tale proposito, affermare un principio incrollabile: l'autoisolamento capitolardo al di fuori dei sindacati di massa, che equivale al tradimento della rivoluzione, è incompatibile con l'appartenenza alla IV Internazionale. Nello stesso tempo, la IV Internazionale rifiuta e condanna risolutamente ogni feticismo dei sindacati, tipico sia dei trade-unionisti sia dei sindacalisti.
 a) I sindacati non hanno e, dati i loro scopi, la loro composizione e la natura del loro reclutamento, non possono avere un organico programma rivoluzionario; ed è per questo che non possono sostituire il partito. La costruzione di partiti rivoluzionari nazionali, sezioni della IV Internazionale, è il compito centrale dell'epoca di transizione.
 b) I sindacati, anche i più potenti, non abbracciano più del 20-25 per cento della classe operaia e, per di più, i suoi strati già qualificati e meglio retribuiti. La maggioranza più oppressa della classe operaia non è trascinata nella lotta se non episodicamente, nei periodi di eccezionale slancio del movimento operaio. In tali momenti, è necessario creare organizzazioni specifiche che comprendano tutta la massa in lotta: i comitati di sciopero, i comitati di fabbrica, e infine i soviet.
c) In quanto organizzazione degli strati superiori del proletariato i sindacati, come è provato da tutte le esperienze storiche, compresa quella assai recente dei sindacati anarco-sindacalisti in Spagna, sviluppano forti tendenze alla conciliazione con il regime democratico-borghese. Nei periodi di acuta lotta di classe gli apparati dirigenti dei sindacati si sforzano di impadronirsi del movimento delle masse per addomesticarlo. Ciò si verifica già in occasione di scioperi, soprattutto di scioperi di massa, con occupazioni di fabbrica che scuotono i principi della proprietà borghese. In tempo di guerra, o di rivoluzione, quando la situazione della borghesia diventa particolarmente difficile, i capi dei sindacati diventano di solito ministri borghesi.
Perciò le sezioni della IV Internazionale devono costantemente sforzarsi non solo di rinnovare l'apparato dei sindacati proponendo coraggiosamente e decisamente nuovi dirigenti pronti alla lotta al posto dei funzionari carrieristi abitudinari, ma anche di creare, in tutti i casi in cui sia possibile, organizzazioni autonome di lotta che meglio rispondano ai compiti della lotta di massa contro la società borghese, senza esitare, se necessario, a giungere alla rottura aperta con l'apparato conservatore dei sindacati.
Se è criminoso voltare le spalle alle organizzazioni di massa per accontentarsi di finzioni settarie, non è meno criminoso tollerare passivamente la subordinazione del movimento rivoluzionario delle masse al controllo delle cricche burocratiche apertamente reazionarie o conservatrici mascherate ("progressiste").
Il sindacato non è fine a se stesso, ma soltanto uno degli strumenti da utilizzare nella marcia verso la rivoluzione proletaria.
I COMITATI DI FABBRICA
Il movimento operaio dell'epoca di transizione non ha uno sviluppo regolare ed omogeneo, ma febbrile ed esplosivo.
Le parole d'ordine, come le forme organizzative, devono essere subordinate a questo carattere del movimento. Rifiutando la routine come la peste, la direzione deve prestare la massima attenzione all'iniziativa delle masse. Gli scioperi con occupazione di fabbrica escono dai limiti del regime capitalistico normale. Indipendentemente dalle rivendicazioni degli scioperanti, l'occupazione temporanea delle fabbriche colpisce l'idolo della proprietà capitalistica.
Ogni sciopero con occupazione pone praticamente l'interrogativo: chi comanda nella fabbrica, il capitalista o gli operai? Se l'occupazione pone questo interrogativo episodicamente, il comitato di fabbrica ne costituisce l'espressione organizzata. Eletto da tutti gli operai e da tutti gli impiegati dell'azienda, il comitato di fabbrica crea di colpo un contrappeso alla volontà della direzione.
Alla critica riformista dei padroni di antico stampo, i cosiddetti "padroni per diritto divino" tipo Ford, diversi dai "buoni" sfruttatori "democratici", contrapponiamo la parola d'ordine dei comitati di fabbrica come centri di lotta contro gli uni e gli altri.
I burocrati dei sindacati si oppongono, come regola generale, alla creazione dei comitati, allo stesso modo che si oppongono ad ogni audace passo sulla via della mobilitazione delle masse. Sarà, tuttavia, tanto più facile spezzare la loro opposizione quanto più ampio sarà il movimento.
Dove gli operai dell'azienda già in periodi "calmi" sono tutti organizzati nel sindacato (closed shop), il comitato coinciderà formalmente con l'organo del sindacato, ma ne sarà mutata la composizione e ne saranno estese le funzioni. Tuttavia, il principale significato dei comitati è di diventare gli stati maggiori di quegli strati operai che il sindacato non è capace, in generale, di raggiungere. D'altra parte è precisamente dagli strati più sfruttati che usciranno i distaccamenti più fedeli della rivoluzione.
Non appena compare il comitato nella fabbrica, si stabilisce, di fatto, un dualismo di potere. Per la sua stessa natura, tale dualismo è transitorio, in quanto racchiude in sé due regimi inconciliabili: il regime capitalista e quello proletario. Che la propaganda per i comitati di fabbrica non sia né prematura né artificiosa, è testimoniato nel migliore dei modi dall'ondata di occupazioni di fabbrica che si è manifestata in un certo numero di paesi.
Nuove ondate di questo tipo sono inevitabili in un prossimo avvenire. E' necessario aprire per tempo una campagna in favore dei comitati di fabbrica per non trovarsi presi alla sprovvista.
IL "SEGRETO COMMERCIALE" E IL CONTROLLO OPERAIO
Il capitalismo liberale, basato sulla concorrenza e sulla libertà di commercio, è scomparso ormai da lunga data. Il capitalismo monopolistico che lo ha sostituito, non solo non ha ridotto l'anarchia del mercato, ma le ha impresso un carattere particolarmente convulso. La necessità di un "controllo" sull'economia, di una "direzione" da parte dello Stato, di una "pianificazione", è ora riconosciuta - almeno a parole - da quasi tutte le tendenze del pensiero borghese e piccolo-borghese, dal fascismo alla socialdemocrazia. Da parte dei fascisti, si tratta soprattutto di un saccheggio "pianificato" del popolo a fini militari. Quanto ai socialdemocratici, cercano di vuotare l'oceano dell'anarchia con il cucchiaio di una "pianificazione" burocratica. Gli ingegneri e i professori cercano di diventare tecnocratici. I governi democratici, nei loro timidi tentativi di regolamentazione, si scontrano con il sabotaggio insormontabile del grande capitale.
Il vero rapporto fra sfruttatori e "controllori" democratici è espresso nel modo migliore dal fatto che i signori "riformatori", colti da una sacra emozione, si arrestano alla soglia dei trust, dei loro "segreti" commerciali e industriali. Qui regna il principio del "non-intervento". I conti tra il singolo capitalista e la società costituiscono un segreto del capitalista: la società non deve metterci il naso. Il "segreto" commerciale è sempre giustificato, come ai tempi del capitalismo liberale, con l'argomento delle esigenze della concorrenza. Di fatto i trust non hanno segreti tra loro. Il segreto commerciale dell'epoca attuale è un continuo complotto del capitalismo monopolista contro la società. I progetti di limitazione dell'assolutismo dei "padroni per diritto divino" non sono che miserabili farse sinché i proprietari privati dei mezzi di produzione possono nascondere ai produttori e ai consumatori il meccanismo dello sfruttamento, del saccheggio, dell'inganno. L'abolizione del "segreto commerciale" è il primo passo verso un effettivo controllo sull'industria.
Gli operai non hanno meno diritto dei capitalisti di conoscere i "segreti" dell'azienda, del trust, del settore industriale, di tutta l'economia nazionale. Le banche, l'industria pesante e i trasporti centralizzati devono essere posti sotto controllo prioritariamente. I primi obiettivi del controllo operaio consistono nel chiarire quali siano i redditi e le spese della società, cominciando dalla singola azienda; nel determinare la parte del singolo capitalista e dei capitalisti complessivamente nel reddito nazionale; nello svelare gli intrighi di corridoio e le truffe delle banche e dei trust; nel denunciare, infine, dinnanzi alla società intera lo spaventoso sperpero di lavoro umano che è il risultato dell'anarchia capitalista e della pura caccia al profitto.
Nessun funzionario di uno Stato borghese può portare a buon termine un simile lavoro, quali che siano i poteri di cui è investito. Il mondo intero ha constatato l'impotenza del presidente Roosevelt e del primo ministro Léon Blum di fronte al complotto delle "60" e delle "200 famiglie". Per spezzare la resistenza degli sfruttatori, occorre la pressione del proletariato. I comitati di fabbrica e solo i comitati di fabbrica possono assicurare un effettivo controllo sulla produzione, facendo appello agli specialisti onesti e legati al popolo, a contabili, studiosi di statistica, ingegneri, scienziati, ecc. come consiglieri e non come "tecnocrati".
In particolare la lotta contro la disoccupazione è inconcepibile senza una organizzazione vasta e audace di grandi opere pubbliche. Ma le opere pubbliche possono avere un carattere duraturo e progressivo sia per la società sia per i disoccupati solo se fanno parte di un piano generale, concepito per un certo numero di anni. Nel quadro di un simile piano, gli operai dovranno rivendicare la ripresa del lavoro nell'interesse della società nelle aziende private chiuse in seguito alla crisi. Il controllo operaio, in questi casi, dovrà far posto a una gestione diretta da parte degli operai.
L'elaborazione di un piano economico, per elementare che sia, dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e non di quelli degli sfruttatori, è inconcepibile senza controllo operaio, senza che gli operai possano individuare tutte le molle visibili o nascoste dell'economia capitalista. I comitati delle varie aziende devono eleggere, in speciali conferenze, comitati di trust, infine di tutta l'industria nazionale. Così il controllo operaio diverrà la scuola dell'economia pianificata. Con l'esperienza del controllo operaio il proletariato si preparerà a dirigere direttamente l'industria nazionalizzata quando sarà giunto il momento.
Ai capitalisti, soprattutto di piccola o media taglia, che talvolta fanno essi stessi la proposta di aprire i libri contabili dinnanzi agli operai -soprattutto per dimostrare la necessità di diminuire i salari - gli operai risponderanno che quello che li interessa non è la contabilità di singoli bancarottieri o semibancarottieri, ma la contabilità di tutti gli sfruttatori. Gli operai non possono né vogliono adattare il loro livello di vita agli interessi di singoli capitalisti divenuti vittime del loro stesso sistema. L'obiettivo è la ricostruzione dell'intero sistema di produzione e di distribuzione sulla base di principi più razionali e più degni. Se l'abolizione del segreto commerciale è la condizione necessaria del controllo operaio, il controllo è il primo passo sulla via di una direzione socialista dell'economia.
L'ESPROPRIAZIONE DI GRUPPI CAPITALISTICI
Il programma socialista dell'espropriazione, cioè del rovesciamento politico della borghesia e della liquidazione della sua dominazione economica, non deve, nell'attuale fase di transizione, ostacolare in alcun modo, con un pretesto o con un altro, la rivendicazione dell'espropriazione di certi settori d'industria tra i più importanti della vita nazionale o di certi gruppi della borghesia tra i più parassitari.
Così alle prediche piagnucolose dei signori democratici sulla dittatura delle 60 famiglie negli Stati Uniti o delle 200 famiglie in Francia contrapponiamo la rivendicazione dell'espropriazione di questi 60 o 200 feudatari capitalisti.
Allo stesso modo rivendichiamo l'espropriazione delle compagnie monopolistiche dell'industria bellica, delle ferrovie, delle più importanti fonti di materie prime, ecc. La differenza tra queste rivendicazioni e la parola d'ordine del tutto vaga della "nazionalizzazione" consiste in questo:
 1) Noi rifiutiamo l'indennizzazione;
 2) Mettiamo le masse in guardia contro i ciarlatani del Fronte popolare che, pur proponendo la nazionalizzazione a parole, rimangono in realtà agenti del capitale;
 3) Facciamo appello alle masse perché contino solo sulla loro forza rivoluzionaria;
 4) colleghiamo il problema dell'espropriazione al problema del potere operaio e contadino.
La necessità di lanciare la parola d'ordine della espropriazione nell'agitazione quotidiana, quindi in modo articolato, e non solo da un punto di vista propagandistico in forma generale, è determinata dal fatto che i vari settori dell'industria sono a livelli diversi di sviluppo, occupano posti diversi nella vita della società e conoscono stadi diversi della lotta di classe. Solo un'ascesa rivoluzionaria generalizzata del proletariato può porre all'ordine del giorno l'espropriazione generale della borghesia. Lo scopo delle rivendicazioni transitorie è proprio di preparare il proletariato ad assolvere questo compito.
L'ESPROPRIAZIONE DELLE BANCHE PRIVATE E LA STATALIZZAZIONE DEL SISTEMA DI CREDITO
L'imperialismo è la dominazione del capitale finanziario. Accanto ai cartelli e ai trust e spesso al di sopra di essi, le banche concentrano nelle loro mani la direzione reale dell'economia. Nella loro struttura riflettono, in forma concentrata, tutta la struttura del capitalismo contemporaneo: combinano le tendenze al monopolio con le tendenze all'anarchia. Organizzano miracoli di tecnica, aziende gigantesche, trust poderosi e organizzano ugualmente il carovita, le crisi e la disoccupazione.
E' impossibile realizzare effettivi progressi nella lotta contro l'arbitrio monopolistico e l'anarchia capitalistica, se si lasciano le leve di comando nelle mani dei grandi finanzieri.
Allo scopo di realizzare un sistema unico di investimento e di credito, secondo un piano razionale che corrisponda agli interessi di tutta la nazione, bisogna unificare tutte le banche in un unico istituto nazionale. Solo l'espropriazione delle banche private e la concentrazione di tutto il sistema di credito nelle mani dello Stato assicureranno a quest'ultimo gli strumenti reali, cioè materiali - e non fittizi e burocratici - necessari per una pianificazione economica.
Espropriazione delle banche non significa in nessun modo espropriazione dei piccoli depositi bancari. Al contrario: per i piccoli depositi, la banca unica statale potrà creare condizioni più favorevoli che non le banche private. Allo stesso modo, solo la banca statale potrà assicurare ai contadini, agli artigiani e ai piccoli commercianti condizioni di credito privilegiate, cioè credito a buon mercato. Tuttavia, ancor più importante è che l'intera economia, innanzi tutto l'industria pesante e i trasporti, sotto la direzione di un unico stato maggiore finanziario, sia al servizio degli interessi vitali degli operai e di tutti gli altri lavoratori.
La statizzazione delle banche non darà, però, risultati favorevoli se il potere statale stesso non passerà dalle mani degli sfruttatori a quelle degli sfruttati.
I PICCHETTI DI SCIOPERO, I DISTACCAMENTI DI COMBATTIMENTO, LA MILIZIA OPERAIA, L'ARMAMENTO DEL PROLETARIATO
Gli scioperi con occupazione di fabbrica costituiscono da parte delle masse un serio avvertimento non solo per la borghesia, ma anche per le organizzazioni operaie, compresa la IV Internazionale. Nel 1919-1920, gli operai italiani, di loro iniziativa, hanno occupato le fabbriche, segnalando così ai loro stessi "capi" l'arrivo della rivoluzione sociale. I "capi" non hanno tenuto conto del segnale. Il risultato è stato la vittoria del fascismo.
Gli scioperi con occupazione non sono ancora la conquista delle fabbriche alla maniera italiana; ma sono un passo decisivo in questa direzione. L'attuale crisi può acutizzare all'estremo il corso della lotta di classe e far precipitare la soluzione. Non bisogna tuttavia credere che una situazione rivoluzionaria sorga di un solo colpo. In realtà, il suo avvicinarsi è contraddistinto da tutta una serie di convulsioni. Il compito delle sezioni della IV Internazionale è di aiutare l'avanguardia proletaria a comprendere il carattere generale e i ritmi della nostra epoca e di fecondare tempestivamente la lotta delle masse con parole d'ordine sempre più decise e con misure organizzative di battaglia.
L'esacerbarsi della lotta del proletariato comporta l'esacerbarsi dei metodi usati dal capitale. Le nuove ondate di scioperi con occupazioni di fabbriche possono provocare e provocheranno immancabilmente energiche misure di risposta da parte della borghesia. Il lavoro preparatorio viene compiuto sin d'ora negli stati maggiori del trust. Guai per le organizzazioni rivoluzionarie, guai per il proletariato se si lasceranno cogliere nuovamente alla sprovvista.
In nessun paese la borghesia si accontenta della polizia e dell'esercito ufficiale. Negli Stati Uniti, anche nei periodi di "calma", mantiene distaccamenti di crumiri militarizzati e bande armate private nelle fabbriche. Ora vanno aggiunte le bande di nazisti americani. La borghesia francese, al primo segno di pericolo, ha mobilitato distaccamenti fascisti semilegali o illegali nel seno stesso dell'esercito ufficiale. Basterà che gli operai inglesi accrescano di nuovo la loro pressione perché le bande fasciste siano raddoppiate, triplicate, decuplicate e si lancino in una sanguinosa crociata contro gli operai. La borghesia si rende chiaramente conto che nella fase attuale la lotta di classe tende immancabilmente a trasformarsi in guerra civile. Gli esempi dell'Italia, della Germania, dell'Austria, della Spagna e di altri paesi hanno insegnato molto di più ai magnati e ai lacchè del capitale che ai capi ufficiali del proletariato.
I politicanti della II e della III Internazionale, come i burocrati delle organizzazioni sindacali, chiudono deliberatamente gli occhi di fronte all'esercito privato della borghesia; altrimenti, non potrebbero continuare ventiquattro ore di più la loro alleanza con la borghesia. I riformisti inculcano sistematicamente agli operai l'idea che la sacrosanta democrazia è assicurata nel migliore dei modi dove la borghesia è armata sino ai denti e gli operai sono disarmati.
E' dovere della IV Internazionale farla finita, una volta per tutte, con questa politica servile. I democratici piccolo-borghesi - compresi i socialdemocratici, gli staliniani e gli anarchici - tanto più gridano a proposito della lotta contro il fascismo quanto più, di fatto, capitolano vigliaccamente di fronte ad esso. Alle bande del fascismo si possono contrapporre con successo solo distaccamenti operai armati che si sentano sostenuti da decine di milioni di lavoratori. La lotta contro il fascismo comincia non nella redazione di un foglio liberale, ma nella fabbrica e finisce sulle piazze. Nelle fabbriche i gialli e i gendarmi privati sono le cellule basilari dell'esercito del fascismo. I picchetti di sciopero sono le cellule fondamentali dell'esercito del proletariato. Da qui bisogna partire. In occasione di ogni sciopero e di ogni dimostrazione di piazza bisogna diffondere l'idea della necessità della costituzione di distaccamenti operai di autodifesa. Bisogna inscrivere questa parola d'ordine nel programma dell'ala rivoluzionaria dei sindacati. Bisogna formare effettivamente distaccamenti di autodifesa dovunque sia possibile, cominciando dalle organizzazioni di giovani, e istruirli all'uso delle armi.
La nuova ondata del movimento di massa deve servire non solo ad accrescere il numero di questi distaccamenti, ma anche ad unificarli - per quartiere, per città, per regioni. Bisogna assicurare un'espressione organizzata al legittimo odio degli operai per i gialli, per le bande di gangster e di fascisti. Bisogna lanciare la parola d'ordine dellamilizia operaia come unica seria garanzia di intangibilità delle organizzazioni, delle riunioni e delle pubblicazioni operaie.
Solo con un lavoro sistematico, costante, instancabile, coraggioso, di agitazione e di propaganda, sempre in rapporto con l'esperienza delle masse, è possibile estirpare dalla loro coscienza le tradizioni di passività e di docilità, educare distaccamenti di combattenti eroici in grado di dare l'esempio a tutti i lavoratori, di infliggere una serie di sconfitte tattiche alle bande della controrivoluzione, di aumentare la fiducia degli sfruttati in se stessi, di screditare il fascismo agli occhi della piccola borghesia e aprire la strada alla conquista del potere da parte del proletariato.
Engels definiva lo Stato come "distaccamenti di uomini armati". L'armamento del proletariato è un elemento costitutivo indispensabile della sua lotta emancipatrice. Quando il proletariato vorrà, troverà le vie e i modi di armarsi. La direzione, su questo piano, incombe naturalmente alle sezioni della IV Internazionale.
L'ALLEANZA TRA OPERAI E CONTADINI
L'operaio agricolo è nelle campagne il fratello e il compagno dell'operaio dell'industria. Sono due parti di una stessa classe. I loro interessi sono inscindibili. Il programma di rivendicazioni transitorie degli operai industriali, con questa o quella rettifica, è anche il programma del proletariato agricolo.
I contadini rappresentano un'altra classe: sono la piccola borghesia delle campagne. La piccola borghesia è composta di strati diversi che vanno dai semiproletari sino agli sfruttatori. Il compito politico del proletariato consiste quindi nel far penetrare la lotta di classe nelle campagne: solo così potrà stabilire una linea divisoria tra i suoi alleati e i suoi nemici.
Le particolarità dello sviluppo nazionale di ciascun paese trovano la loro espressione più viva nella condizione dei contadini e parzialmente della piccola borghesia cittadina (artigiani e commercianti), poiché queste classi, per quanto siano numerose, rappresentano, in fondo, sopravvivenze di forme precapitalistiche di produzione. Le sezioni della IV Internazionale devono elaborare nella forma più concreta possibile programmi di rivendicazioni transitorie per i contadini e per la piccola borghesia cittadina, a seconda delle condizioni di ciascun paese. Gli operai avanzati devono imparare a dare risposte chiare e concrete agli interrogativi dei loro futuri alleati.
Sinché il contadino resta un piccolo produttore "indipendente", ha bisogno di crediti a buon mercato, di prezzi accessibili per le macchine agricole e per i concimi, di condizioni favorevoli di trasporto, di un'organizzazione non truffaldina di distribuzione dei prodotti agricoli. Ma le banche, i trust, i commercianti estorcono al contadino in tutti i modi. Solo i contadini stessi possono eliminare questo saccheggio con l'aiuto degli operai. E' necessario che entrino in scena comitati di piccoli contadini che, unitamente ai comitati di operai e ai comitati di impiegati bancari, prendano in mano il controllo delle operazioni di trasporto, di credito e di commercio che interessano l'agricoltura.
Invocando falsamente le "eccessive" pretese degli operai, la grande borghesia si serve in modo artificioso della questione dei prezzi come di un cuneo tra gli operai e i contadini, tra gli operai e la piccola borghesia cittadina. Il contadino, l'artigiano, il piccolo commerciante, a differenza dell'operaio, dell'impiegato, del piccolo funzionario, non possono rivendicare un aumento di salario parallelo all'aumento dei prezzi. La lotta burocratica ufficiale contro il carovita serve solo a ingannare le masse. I contadini, gli artigiani, i commercianti devono, però, in quanto consumatori, intervenire attivamente, assieme agli operai, nella politica dei prezzi. Alle prediche dei capitalisti sui costi di produzione, di trasporto e di commercializzazione, i consumatori risponderanno: "mostrateci i vostri libri, esigiamo il controllo sulla politica dei prezzi". Organismi di questo controllo devono essere i comitati di sorveglianza dei prezzi, composti da delegati di fabbrica, da rappresentanti dei sindacati, delle cooperative, delle organizzazioni contadine, della gente modesta delle città, di domestici, ecc. In questo modo, gli operai potranno far vedere ai contadini che la causa dei prezzi elevati non risiede negli alti salari, bensì nei profitti eccessivi dei capitalisti e nei faux frais dell'anarchia capitalista.
Il programma di nazionalizzazione della terra e di collettivizzazione dell'agricoltura deve essere costruito in modo da escludere radicalmente l'idea di una espropriazione dei piccoli contadini o della loro collettivizzazione forzata. Il contadino resterà proprietario del suo pezzo di terra sinché lo riterrà necessario e possibile. Per riabilitare agli occhi dei contadini il programma socialista, bisogna smascherare implacabilmente i metodi staliniani di collettivizzazione, dettati dagli interessi della burocrazia e non dagli interessi dei contadini e degli operai.
Espropriazione degli espropriatori non significa nemmeno espropriazione forzata dei piccoli artigiani e dei piccoli commercianti. Al contrario, il controllo operaio sulle banche e sui trust e a maggior ragione la nazionalizzazione di queste aziende, possono creare per la piccola borghesia contadina condizioni incomparabilmente più favorevoli per il credito, per gli acquisti e per le vendite, di quelle che vigono sotto la dominazione incontrastata dei monopoli. La dipendenza nei confronti del capitale privato sarà sostituita dalla dipendenza nei confronti dello Stato, che tanto più si preoccuperà dei collaboratori e degli agenti più modesti quanto più sarà saldamente nelle mani dei lavoratori stessi.
La partecipazione pratica dei contadini sfruttati al controllo dell'economia ai vari livelli permetterà ai contadini stessi di decidere sulla convenienza di passare o no al lavoro collettivo della terra, e a quali scadenze e su quale scala. Gli operai dell'industria si impegnano ad assicurare ai contadini, su questo piano, tutta la loro collaborazione: tramite i sindacati, i consigli di fabbrica e, soprattutto, il governo operaio e contadino.
L'alleanza che il proletariato propone, non alle classi medie in generale, ma agli strati sfruttati delle città e delle campagne, contro tutti gli sfruttatori, compresi gli sfruttatori "medi", non può basarsi sulla costrizione, ma solo su un libero consenso che deve essere consolidato da un "patto" particolare. Questo "patto" è appunto il programma di rivendicazioni di transizione, liberamente accettato dalle due parti.
LA LOTTA CONTRO L'IMPERIALISMO E CONTRO LA GUERRA
Tutta la situazione mondiale e quindi la vita politica interna dei vari paesi è condizionata dalla minaccia di una guerra mondiale. La catastrofe che si prepara, riempie sin d'ora d'angoscia le più vaste masse urbane.
La II Internazionale si riallaccia alla sua politica di tradimento del 1914, con tanto maggiore convinzione in quanto l'Internazionale "comunista" assolve ora la funzione del primo violino dello sciovinismo. Via via che il pericolo di guerra ha assunto concretezza, gli staliniani superando di gran lunga pacifisti borghesi e piccolo-borghesi, sono divenuti i campioni della cosiddetta "difesa nazionale". La lotta rivoluzionaria contro la guerra ricade così interamente sulle spalle della IV Internazionale.
La politica dei bolscevico-leninisti in proposito è stata già espressa nelle tesi programmatiche del Segretariato Internazionale che conservano tutto il loro valore ("La IV Internazionale e la guerra", primo Maggio 1934). Il successo del partito rivoluzionario nel prossimo periodo dipenderà, innanzi tutto, dalla sua politica sulla questione della guerra. Una politica corretta comporta due elementi: un atteggiamento di intransigenza verso l'imperialismo e la sua guerra e l'arte di appoggiarsi sull'esperienza delle masse.
A proposito della guerra più che a qualsiasi altro proposito, la borghesia e i suoi agenti ingannano il popolo con astrazioni, formule generali, frasi patetiche: "neutralità", "sicurezza collettiva", "armamento per la difesa della Pace", "difesa nazionale", "lotta contro il fascismo", ecc. Tutte queste formule si riducono, in fin dei conti, al fatto che la questione della guerra, cioè delle sorti dei popoli, deve restare nelle mani degli imperialisti, dei loro governi, della loro diplomazia, dei loro stati maggiori con tutti i loro intrighi e complotti contro i popoli.
La IV Internazionale respinge con indignazione tutte queste astrazioni che hanno per i democratici la stessa funzione che hanno per i fascisti l' "onore", il "sangue", la "razza", ma l'indignazione non basta. Bisogna aiutare le masse con criteri, parole d'ordine e rivendicazioni transitorie che consentano loro di comprendere la realtà, di distinguere che cosa c'è in concreto dietro le astrazioni fraudolente.
"Disarmo"? Ma tutto sta a determinare chi disarmerà e chi sarà disarmato. Il solo disarmo che possa prevenire o arrestare la guerra è il disarmo della borghesia da parte degli operai. Ma per disarmare la borghesia bisogna che siano armati gli operai.
"Neutralità"? Ma il proletariato non è affatto neutrale in una guerra tra il Giappone e la Cina, o tra la Germania e l'URSS. Ciò significa difendere la Cina e l'URSS? Evidentemente, ma non tramite gli imperialisti che strangoleranno la Cina e l'URSS.
"Difesa della patria"? Ma dietro questa astrazione la borghesia nasconde la difesa dei suoi profitti e dei suoi saccheggi. Noi siamo pronti a difendere la patria contro i capitalisti stranieri, se mettiamo le catene ai nostri capitalisti e impediamo loro di attaccare la patria altrui, se gli operai e i contadini diventano i veri padroni del paese, se le ricchezze nazionali passano dalle mani di un'infima minoranza nelle mani del popolo, se l'esercito cessa di essere strumento degli sfruttatori e diventa strumento degli sfruttati.
Bisogna saper tradurre queste idee fondamentali in idee più particolari e più concrete secondo il corso degli avvenimenti e l'evolvere dello stato d'animo delle masse. Bisogna, inoltre, distinguere rigorosamente tra il pacifismo del diplomatico, del professore, del giornalista e il pacifismo del carpentiere, del bracciante o della lavandaia. Nel primo caso il pacifismo è una copertura dell'imperialismo. Nel secondo è l'espressione confusa di una diffidenza verso l'imperialismo.
Quando il piccolo contadino o l'operaio parlano di difesa della patria, intendono difesa della loro casa, della loro famiglia e della famiglia altrui dall'invasione nemica, dalle bombe, dai gas asfissianti. Il capitalista e il suo giornalista per difesa della patria intendono la conquista di colonie e di mercati, l'estensione tramite il saccheggio della partecipazione "nazionale" al reddito mondiale. Il pacifismo e il patriottismo borghese sono del tutto menzogneri. Nel pacifismo e persino nel patriottismo degli oppressi ci sono elementi che riflettono da una parte l'odio contro la guerra distruttrice e dall'altra l'attaccamento a quello che considerano il loro bene e che bisogna saper cogliere per trarne le conclusioni rivoluzionarie necessarie. Bisogna saper contrapporre antagonisticamente queste due forme di pacifismo e di patriottismo.
Partendo da queste considerazioni la IV Internazionale appoggia qualsiasi rivendicazione, anche limitata, che sia in grado di spingere le masse, sia pure in misura ridotta, nella politica attiva, di ridestare il loro spirito critico, di rafforzare il loro controllo sulle macchinazioni della borghesia.
Da questo punto di vista la nostra sezione americana, per esempio, appoggia pur criticandola, la proposta dell'istituzione di un referendum sulla questione della dichiarazione di guerra. Beninteso, nessuna riforma democratica potrà di per se, impedire ai dirigenti di provocare una guerra quando lo vorranno. Ma, quali che possano essere le illusioni delle masse in un referendum, questa rivendicazione riflette la diffidenza degli operai e dei contadini verso il governo e il parlamento della borghesia. Senza alimentare le illusioni o rinunciare a criticarle, bisogna appoggiare con tutte le forze la diffidenza progressiva degli oppressi verso gli oppressori. Quanto più si svilupperà il movimento per il referendum, tanto più rapidamente i pacifisti borghesi prenderanno le distanze, tanto più profondamente si troveranno screditati i traditori dell'Internazionale "comunista", tanto più viva diventerà la diffidenza dei lavoratori nei confronti degli imperialisti.
Dallo stesso punto di vista bisogna avanzare la rivendicazione del diritto di voto a 18 anni per gli uomini e per le donne. Colui che domani sarà chiamato a morire per la "patria", deve avere il diritto oggi di far udire la propria voce. La lotta contro la guerra deve diventare innanzi tutto la mobilitazione rivoluzionaria della gioventù.
Bisogna fare piena luce, sotto tutti gli aspetti, sulla questione della guerra, tenendo conto di come si presenti alle masse in un momento dato.
La guerra è una gigantesca impresa commerciale, soprattutto per l'impresa bellica. Per questo le "200 famiglie" sono le prime fautrici del patriottismo e le prime provocatrici di guerra. Il controllo operaio sull'industria bellica è il primo passo contro i fabbricanti di guerra.
Alla parola d'ordine dei riformisti "imposta sui profitti di guerra" contrapponiamo la parola d'ordine "confisca dei redditi di guerra e espropriazione delle aziende che lavorano per la guerra". Dove l'industria bellica è già nazionalizzata, come in Francia, la parola d'ordine del controllo operaio conserva tutto il suo valore: il proletariato non ha nello Stato della borghesia più fiducia di quanto ne abbia nel singolo. Non un uomo, non un soldo per il governo borghese!
Non un programma di armamenti, ma un programma di lavori di pubblica utilità!
Indipendenza completa delle organizzazioni operaie dal controllo militare e poliziesco!
Bisogna strappare una volta per tutte il diritto di decidere liberamente del destino dei popoli dalle mani delle cricche imperialiste, avide e spietate che agiscono alle spalle dei popoli. Rivendichiamo quindi:
 - abolizione completa della diplomazia segreta; tutti i trattati e gli accordi devono essere accessibili a qualsiasi operaio e contadino;
 - istruzione militare e armamento degli operai e dei contadini sotto il controllo immediato dei comitati operai e contadini;
 - creazione di scuole militari per la formazione di ufficiali provenienti dalle file dei lavoratori e scelti dalle organizzazioni operaie;
 - sostituzione dell'esercito permanente, cioè dell'esercito di caserma, con una milizia popolare indissolubilmente legata alle fabbriche, alle miniere, alle fattorie, ecc.
La guerra imperialista è la continuazione e l'acutizzazione della politica di saccheggio della borghesia; la lotta del proletariato contro la guerra è la continuazione e l'acutizzazione della sua lotta di classe. La guerra muta la situazione parzialmente e i metodi di lotta fra le classi, ma non muta né i fini né la direzione fondamentale della lotta di classe stessa.
La borghesia imperialista domina il mondo. Per questo la prossima guerra sarà fondamentalmente una guerra imperialista. Il contenuto sostanziale della politica del proletariato internazionale sarà di conseguenza la lotta contro l'imperialismo e la sua guerra. Il principio fondamentale di questa lotta sarà: Il nemico principale si trova nel nostro paese oppure la disfatta del nostro governo (imperialista) è il male minore.
Ma non tutti i paesi del mondo sono paesi imperialisti. Al contrario; la maggioranza dei paesi sono vittime dell'imperialismo. Certi paesi coloniali o semicoloniali tenteranno senza dubbio di approfittare della guerra per liberarsi dal giogo della schiavitù. Da parte loro si tratterà di una guerra emancipatrice e non imperialistica. E' dovere del proletariato internazionale aiutare i paesi oppressi nella loro guerra contro gli oppressori. Lo stesso vale per l'URSS o per qualsiasi altro Stato operaio che sorgesse prima della guerra o durante la guerra. La sconfitta di ogni governo imperialista nella lotta contro uno Stato operaio o un paese coloniale è il male minore.
Gli operai di un paese imperialista non possono però aiutare un paese antimperialista per mezzo del loro governo, quali che siano in un dato momento le relazioni diplomatiche e militari fra i due paesi. Se i governi sono temporaneamente alle armi, il proletariato del paese imperialista continua a restare all'opposizione di classe nei confronti del suo governo e assicura un aiuto all'alleato "non imperialista" con i suoi metodi peculiari, cioè i metodi della lotta di classe internazionale (agitazione a favore dello Stato operaio o del paese coloniale non solo contro i suoi nemici, ma anche contro i suoi perfidi alleati; boicottaggio e scioperi in certi casi, rinuncia ai boicottaggio e agli scioperi in certi altri).
Pur appoggiando un paese coloniale o l'URSS nella guerra, il proletariato non si dichiara in alcun modo solidale con il governo del paese coloniale né con la burocrazia termidoriana dell'URSS. AI contrario mantiene la sua completa indipendenza politica nei confronti sia dell'uno sia dell'altra. Appoggiando una guerra giusta e progressiva il proletariato rivoluzionario conquista le simpatie dei lavoratori delle colonie e dell'URSS, afferma quindi l'autorità e l'influenza della IV Internazionale e può maggiormente contribuire al rovesciamento del governo borghese di un paese coloniale e della burocrazia reazionaria dell'URSS.
All'inizio della guerra le sezioni della IV Internazionale si sentiranno inevitabilmente isolate: tutte le guerre prendono alla sprovvista le masse popolari e le spingono dalla parte dell'apparato governativo. Gli internazionalisti dovranno andare contro corrente. Tuttavia, le devastazioni e i mali della nuova guerra, che sin dai primi mesi supereranno di gran lunga gli orrori sanguinosi del 1914-18, porranno termine abbastanza rapidamente alle ubriacature. Le sezioni della IV Internazionale si troveranno alla testa del flusso rivoluzionario. Il programma di rivendicazioni transitorie assumerà una bruciante attualità. Il problema della conquista del potere da parte del proletariato si porrà in tutta la sua portata.
Prima di stroncare l'umanità o di immergerla in un bagno di sangue, il capitalismo avvelena l'atmosfera internazionale, con i miasmi deleteri dell'odio nazionale e razziale. L'antisemitismo è attualmente una delle convulsioni più maligne dell'agonia capitalista.
La denuncia spietata di tutti i pregiudizi razziali e di tutte le forme e le variazioni di arroganza nazionale e di sciovinismo, in particolare dell'antisemitismo, costituisce un compito quotidiano di tutte le sezioni della IV Internazionale come principale compito di educazione nella lotta contro l'imperialismo e la guerra. La nostra parola d'ordine fondamentale resta: proletari di tutti i paesi unitevi!
IL GOVERNO OPERAIO E CONTADINO
La formula del governo operaio e contadino è comparsa per la prima volta nell'agitazione bolscevica nel 1917 ed è stata definitivamente adottata dopo la rivoluzione d'Ottobre. Nel caso specifico non era che la definizione di una dittatura già instaurata. L'importanza di questa definizione consisteva soprattutto nel fatto che si poneva in primo piano l'idea dell'alleanza tra il proletariato e i contadini, su cui si basava il potere sovietico.
Quando l'Internazionale comunista degli epigoni tentò di dar vita alla formula della dittatura democratica degli operai e dei contadini sepolta dalla storia, conferì alla formula del governo operaio e contadino un contenuto completamente diverso, puramente "democratico", cioè borghese, contrapponendosi alla dittatura del proletariato. I bolscevico-leninisti rifiutarono decisamente la parola d'ordine del governo operaio e contadino nell'interpretazione democratico-borghese. Sostennero e sostengono che sinché il partito del proletariato rinuncerà ad uscire dal quadro della democrazia borghese, la sua alleanza con la classe media si ridurrà ad un appoggio al capitale, come è accaduto aimenscevichi e ai socialrivoluzionari nel 1917, come è accaduto al Partito comunista cinese nel 1925-27, come accade attualmente con i "fronti popolari" in Spagna, in Francia e in altri paesi.
Tra l'Aprile e il Settembre del 1917 i bolscevichi esigevano che i socialrivoluzionari e i menscevichi rompessero i loro legami con la borghesia liberale e prendessero direttamente il potere. A questa condizione i bolscevichi promettevano ai menscevichi e ai socialrivoluzionari rappresentanti piccolo-borghesi degli operai e dei contadini, il loro appoggio rivoluzionario contro la borghesia, rifiutando tuttavia categoricamente sia di entrare nel governo dei menscevichi e dei socialrivoluzionari sia di assumersi qualsiasi responsabilità politica per questo governo. Se i menscevichi e i socialrivoluzionari avessero rotto effettivamente con i cadetti liberali e con l'imperialismo straniero, il "governo operaio e contadino" da loro costituito non avrebbe potuto che accelerare e facilitare l'instaurazione della dittatura del proletariato. Ma appunto per questo i vertici della democrazia piccolo-borghese si opposero con tutte le loro forze all'instaurazione del loro stesso potere. L'esperienza russa ha dimostrato e l'esperienza francese e spagnola conferma nuovamente che anche in condizioni molto favorevoli i partiti della democrazia piccolo-borghese (socialrivoluzionari, socialdemocratici, staliniani, anarchici) sono incapaci di costituire un governo operaio e contadino, cioè un governo indipendente dalla borghesia.
Ciò nonostante, la parola d'ordine dei bolscevichi, rivolta ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari: Rompete con la borghesia, prendete voi stessi il potere!, aveva per le masse un enorme valore educativo. Il rifiuto ostinato dei menscevichi e dei socialrivoluzionari di prendere il potere, manifestatosi così tragicamente nelle giornate di Luglio, li ha compromessi definitivamente agli occhi del popolo preparando la vittoria dei bolscevichi.
Compito centrale della IV Internazionale è liberare il proletariato dalla vecchia direzione, il cui conservatorismo è del tutto in contraddizione con la situazione catastrofica del capitalismo declinante e costituisce il freno principale al progresso storico. L'accusa fondamentale che la IV Internazionale rivolge alle organizzazioni tradizionali del proletariato è di non voler staccarsi dal semi-cadavere della borghesia. In queste condizioni la rivendicazione rivolta sistematicamente alla vecchia direzione: Rompete con la borghesia, prendete il potere! è uno strumento estremamente importante per smascherare il tradimento dei partiti e delle organizzazioni della II e della III Internazionale, come pure dell'Internazionale di Amsterdam.
La parola d'ordine del governo operaio e contadino è da noi usata unicamente nel significato che aveva nel 1917 in bocca ai bolscevichi, cioè come una parola d'ordine antiborghese e anticapitalista, mai nel significato che le hanno attribuito successivamente gli epigoni trasformando quello che doveva essere un ponte verso la rivoluzione socialista nel principale ostacolo in questa direzione.
Da tutti i partiti e le organizzazioni che si basano sugli operai e sui contadini e che parlano in loro nome esigiamo che rompano politicamente con la borghesia e imbocchino la strada della lotta per il potere degli operai e dei contadini. Su questa strada promettiamo loro un completo appoggio contro la reazione capitalista. Allo stesso tempo, sviluppiamo una agitazione instancabile attorno a rivendicazioni transitorie che dovrebbero, secondo noi, costituire il programma del governo operaio e contadino.
E' possibile la costituzione di un tale governo da parte delle organizzazioni operaie tradizionali? L'esperienza precedente ci dimostra, come abbiamo già detto, che ciò è per lo meno poco verosimile. E' tuttavia impossibile escludere categoricamente in partenza l'ipotesi teorica che, sotto la pressione di circostanze del tutto eccezionali (guerra, sconfitta, collasso finanziario, offensiva rivoluzionaria delle masse, ecc.), partiti piccolo-borghesi, staliniani inclusi, possano andare più lontano di quanto non desiderino sulla via della rottura con la borghesia. In ogni caso, una cosa è fuori dubbio: anche se questa variante poco probabile si realizzasse in qualche luogo, e si creasse un governo operaio e contadino nel senso indicato sopra, si tratterebbe solo di un breve episodio sulla via di una vera dittatura del proletariato.
Ma è inutile perdersi in congetture. L'agitazione attorno alla parola d'ordine del governo operaio e contadino conserva in tutte le situazioni un enorme valore educativo. E non a caso questa parola d'ordine di carattere generale discende dalla linea di sviluppo politico della nostra epoca (bancarotta e disgregazione dei vecchi partiti borghesi, fallimento della democrazia, ascesa del fascismo, aspirazione crescente dei lavoratori a una politica più attiva e più offensiva). Proprio per questo tutte le nostre rivendicazioni transitorie devono condurre sempre alla stessa conclusione politica: gli operai devono rompere con tutti i partiti tradizionali della borghesia per stabilire, unitamente ai contadini, il loro potere.
E' impossibile prevedere le tappe concrete della mobilitazione rivoluzionaria delle masse. Le sezioni della IV Internazionale devono orientarsi criticamente a ogni nuova tappa e lanciare parole d'ordine che rafforzino la tendenza degli operai verso una politica indipendente, approfondiscano il carattere di classe di questa politica, distruggano le illusioni riformiste e pacifiste, rafforzino i legami dell'avanguardia con le masse e preparino la conquista rivoluzionaria del potere.
I SOVIET
Come è stato detto, i comitati di fabbrica costituiscono un elemento di dualismo di potere nella fabbrica. Per questo la loro esistenza è concepibile solo in momenti di crescente pressione delle masse. Lo stesso vale per specifici raggruppamenti di massa per la lotta contro la guerra, per i comitati di vigilanza sui prezzi e per tutti gli altri centri nuovi del movimento la cui comparsa testimonia di per se stessa che la lotta di classe è andata oltre i limiti delle organizzazioni tradizionali del proletariato.
Ma questi nuovi organismi e centri avvertiranno rapidamente la loro mancanza di coesione e la loro insufficienza. Nessuna rivendicazione transitoria può essere completamente realizzata sinché sussiste il potere borghese. Allo stesso tempo, l'approfondirsi della crisi sociale accrescerà non solo le sofferenze delle masse, ma anche la loro impazienza, la loro decisione, il loro spirito offensivo. Strati sempre nuovi di oppressi alzeranno la testa e lanceranno le loro rivendicazioni. Milioni di uomini oppressi dal bisogno, cui i capi riformisti non hanno mai prestato attenzione, cominceranno a battere alle porte delle organizzazioni operaie. I disoccupati entreranno nel movimento. Gli operai agricoli, i contadini rovinati e mezzo rovinati, gli strati inferiori della popolazione urbana, le lavoratrici, le donne di casa, gli strati proletarizzati della intellighenzia, tutti cercheranno di unirsi e cercheranno una direzione.
Come armonizzare le diverse rivendicazioni e le diverse forme di lotta, non fosse che nell'ambito di una sola città? La storia ha già risposto a questo interrogativo: tramite i soviet che possono unire i rappresentanti di tutti i gruppi in lotta. Sinora nessuno ha proposto un'altra forma di organizzazione, ed è dubbio che se ne possa inventare un'altra. I soviet non sono legati a nessun programma aprioristico. Aprono le porte a tutti gli sfruttati. Da queste porte entrano i rappresentanti degli strati che sono trascinati dal torrente generale della lotta. L'organizzazione si allarga con il movimento e vi attinge di continuo per rinnovarsi. Tutte le tendenze politiche del proletariato possono lottare per la direzione del soviet sulla base della democrazia più larga. Per questo la parola d'ordine dei soviet è il coronamento del programma di rivendicazioni transitorie.
I soviet possono nascere solo quando il movimento delle masse entra in una fase apertamente rivoluzionaria. Come perno attorno al quale si uniscono decine di milioni di lavoratori nella lotta contro gli sfruttatori, i soviet, dal momento della loro costituzione, diventano i concorrenti e gli antagonisti delle autorità locali e poi dello stesso governo centrale. Se il comitato di fabbrica introduce elementi di dualismo di potere in fabbrica, i soviet aprono un periodo di dualismo di potere nel paese.
Il dualismo di potere è, a sua volta, il punto culminante del periodo di transizione. Due sistemi, il sistema borghese e il sistema proletario, si contrappongono l'un l'altro antagonisticamente. La collisione è inevitabile. Dall'esito della collisione dipendono le sorti della società. In caso di sconfitta della rivoluzione, ci sarà una dittatura fascista della borghesia. In caso di vittoria, ci sarà il potere dei soviet, cioè la dittatura del proletariato con la ricostruzione generale della società.
I PAESI ARRETRATI E IL PROGRAMMA DI RIVENDICAZIONI TRANSITORIE
I paesi coloniali e semicoloniali sono per loro natura, paesi arretrati. Ma questi paesi arretrati vivono in un mondo dominato dall'imperialismo. Perciò il loro sviluppo ha un carattere combinato: unisce insieme le forme economiche più primitive e l'ultima parola della tecnica e della cultura capitalista. E' questo che determina la politica del proletariato nei paesi arretrati: è costretto a combinare la lotta per gli obiettivi più elementari di indipendenza nazionale e di democrazia borghese con la lotta socialista contro l'imperialismo mondiale. Le rivendicazioni democratiche, le rivendicazioni transitorie e le rivendicazioni della rivoluzione socialista non sono divise nella lotta da epoche storiche, ma discendono direttamente le une dalle altre. Il proletariato cinese aveva appena cominciato a costruire i sindacati e già si vedeva costretto a pensare ai soviet. In questo senso il programma che presentiamo è pienamente applicabile ai paesi coloniali e semicoloniali, almeno a quelli in cui il proletariato è già in grado di avere una politica indipendente.
I problemi centrali dei paesi coloniali e semicoloniali sono: la rivoluzione agraria, cioè la liquidazione dell'eredità feudale, e l'indipendenza nazionale, cioè il rovesciamento del giogo dell'imperialismo. Questi due obiettivi sono strettamente connessi.
E' impossibile respingere puramente e semplicemente il programma democratico: bisogna che siano le masse stesse a superarlo nella lotta. La parola d'ordine dell'assemblea nazionale (o costituente) conserva tutto il suo valore in paesi come la Cina o l'India. Bisogna legare indissolubilmente questa parola d'ordine agli obiettivi dell'emancipazione nazionale e della riforma agraria. Bisogna, innanzi tutto, armare gli operai con questo programma democratico. Soltanto gli operai possono stimolare e unire i contadini. Sulla base del programma democratico rivoluzionario, bisogna contrapporre gli operai alla borghesia "nazionale". A un certo stadio della mobilitazione delle masse sulla base delle parole d'ordine della democrazia rivoluzionaria, possono e devono sorgere i soviet. La loro funzione storica in ogni periodo dato, in particolare il loro rapporto con l'Assemblea nazionale, è determinato dal livello politico del proletariato. Presto o tardi, i soviet devono rovesciare la democrazia borghese. Solo essi sono in grado di portare a termine la rivoluzione democratica e di inaugurare così l'era della rivoluzione socialista.
Il peso specifico delle varie rivendicazioni democratiche e transitorie nella lotta del proletariato, il loro nesso reciproco, il loro ordine di successione sono determinati dalle particolarità e dalle condizioni peculiari di ciascun paese arretrato, in misura considerevole dalla portata della loro arretratezza. Ma la linea generale dello sviluppo rivoluzionario può essere determinata dalla formula della rivoluzione permanente nel significato che ha assunto dopo tre rivoluzioni russe (1905, Febbraio 1917, Ottobre 1917).
L'Internazionale "comunista" ha fornito ai paesi arretrati l'esempio classico del modo con cui si può compromettere rovinosamente una rivoluzione poderosa e ricca di promesse. Al momento dell'impetuosa ascesa del movimento delle masse in Cina nel 1925-1927, l'Internazionale comunista non ha lanciato la parola d'ordine dell'assemblea nazionale e contemporaneamente si è opposta alla costituzione dei soviet. Il partito borghese del Kuomintang doveva, secondo Stalin, "sostituire" sia l'assemblea nazionale sia i soviet. Dopo lo schiacciamento delle masse da parte del Kuomintang, l'Internazionale comunista si è lanciata sulla via di una guerra partigiana e di soviet contadini, con la completa passività del proletariato industriale. Trovatasi in un vicolo cieco, ha approfittato della guerra cino-giapponese per liquidare con un semplice tratto di penna la "Cina sovietica" subordinando non solo "l'Esercito rosso" contadino, ma anche il partito cosiddetto comunista al Kuomintang, cioè alla borghesia.
Dopo aver tradito la rivoluzione proletaria internazionale in nome dell'amicizia con gli schiavisti democratici, il Comintern doveva tradire anche la lotta emancipatrice dei popoli coloniali, peraltro con un cinismo ancor più grande di quello della II Internazionale. La politica dei fronti popolari e della "difesa nazionale" ha come uno dei suoi obiettivi il trasformare le centinaia di milioni di uomini della popolazione coloniale in carne da cannone per l'imperialismo "democratico". La bandiera della lotta emancipatrice dei popoli coloniali e semicoloniali, cioè di oltre la metà dell'umanità, passa definitivamente nelle mani della IV Internazionale.
IL PROGRAMMA DI RIVENDICAZIONI TRANSITORIE NEI PAESI FASCISTI
Siamo assai lontani dai tempi in cui gli strateghi dell'Internazionale comunista proclamavano che la vittoria di Hitler non era che un passo verso la vittoria di Thaelmann. Thaelmann da cinque anni resta nelle prigioni di Hitler. Mussolini impone da dodici anni all'Italia le catene del fascismo. Durante tutti questi anni i partiti della II e del la III Internazionale sono stati incapaci non solo di provocare un movimento di massa, ma anche di creare una seria organizzazione illegale anche solo parzialmente comparabile ai partiti rivoluzionari russi dell'epoca dello zarismo.
Non è assolutamente possibile spiegare questi insuccessi con la potenza dell'ideologia fascista. In fondo, Mussolini non ha mai avuto un'ideologia. L' "ideologia" di Hitler non è mai stata presa sul serio dagli operai. Gli strati della popolazione cui il fascismo, a un determinato momento, ha fatto girare la testa, cioè innanzi tutto le classi medie, hanno avuto tutto il tempo di disilludersi. Se, ciò nonostante, un'opposizione appena percettibile si limita ad ambienti clericali, cattolici o protestanti, la causa non risiede nella potenza delle teorie semideliranti o semiciarlatanesche della razza, del sangue, ma nello spaventoso fallimento delle ideologie della democrazia, della socialdemocrazia, e del Comintern.
Dopo lo schiacciamento della Comune di Parigi, per circa otto anni ci fu una reazione asfissiante. Dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, le masse operaie rimasero in uno stato di torpore pressappoco per lo stesso lasso di tempo. Ma in entrambi i casi si trattò solo di sconfitte materiali, dovute ai rapporti di forza. In Russia, per di più, si trattava di un proletariato quasi vergine. La frazione bolscevica non aveva allora che tre anni. Una situazione completamente diversa si è verificata in Germania dove la direzione apparteneva a partiti potenti, uno dei quali con già settant'anni di esistenza, l'altro con circa quindici. Questi due partiti, che avevano milioni di elettori, si sono trovati moralmente paralizzati prima della lotta e sono caduti senza combattere. Non c'è stata mai nella storia una simile catastrofe. Il proletariato tedesco non è stato battuto dal nemico in battaglia: è stato spezzato dalla codardia, dall'abiezione, dal tradimento dei suoi stessi partiti. Nulla di strano che abbia perduto la propria fede in tutto quello in cui si era abituato a credere da quasi tre generazioni. La vittoria di Hitler, d'altra parte, ha rafforzato Mussolini.
L'insuccesso prolungato del lavoro rivoluzionario in Italia e in Germania è il prezzo della politica criminale della socialdemocrazia e del Comintern. Per svolgere un lavoro illegale non occorre solo la simpatia delle masse, ci vuole anche l'entusiasmo degli strati di avanguardia. Ma ci si può attendere l'entusiasmo per organizzazioni in bancarotta? I capi emigrati sono soprattutto agenti del Cremlino e della GPU, demoralizzati sino al midollo, o socialdemocratici vecchi ministri della borghesia, che sperano che gli operai li reinstallino nelle posizioni perdute in virtù di un miracolo. Si può pensare solo per un momento che questi signori divengano i capi della futura rivoluzione antifascista?
Neppure il corso degli avvenimenti mondiali ha potuto finora favorire un'ascesa rivoluzionaria in Italia e in Germania (schiacciamento degli operai austriaci, sconfitta della rivoluzione spagnola, degenerazione dello Stato sovietico). Nella misura in cui gli operai italiani e tedeschi dipendono, per la loro informazione politica, dalla radio, si può dire con certezza che le trasmissioni di Mosca, che combinano la menzogna termidoriana alla stupidità e all'imprudenza, sono diventate un fattore poderoso di demoralizzazione degli operai degli Stati totalitari. Da questo punto di vista, come da altri, Stalin non è che un aiutante di Goebbels.
Tuttavia, gli antagonismi di classe che hanno portato alla vittoria del fascismo, continuano ad operare anche sotto la dominazione fascista e a poco a poco la corrodono. Le masse sono sempre più malcontente. Centinaia e migliaia di operai dotati di spirito di sacrificio continuano, nonostante tutto, il loro cauto lavoro rivoluzionario di talpe. Sorgono nuove generazioni che non hanno vissuto direttamente l'esperienza del crollo di grandi tradizioni e di grandi speranze. La preparazione molecolare della rivoluzione è in marcia sotto la grave mora del regime totalitario. Ma perché l'energia nascosta si trasformi in un movimento visibile è necessario che l'avanguardia del proletariato abbia una nuova prospettiva, un nuovo programma, una nuova bandiera senza macchia.
Qui risiede la principale difficoltà. E' estremamente difficile per gli operai dei paesi fascisti orientarsi verso un nuovo programma. La verifica del programma avviene sulla base dell'esperienza: ed è proprio l'esperienza che fa difetto al movimento di massa dei paesi sotto il dispotismo autoritario. E' assai probabile che sia necessario un grande successo del proletariato in un paese "democratico" per dare impulso al movimento rivoluzionario in territorio fascista. Una catastrofe finanziaria o militare può avere lo stesso effetto. Bisogna condurre in questo momento un lavoro preparatorio, soprattutto propagandistico, destinato a dare risultati solo nel futuro.
Sin d'ora si può affermare con certezza che, una volta scoppiato alla luce del sole, il movimento rivoluzionario nei paesi fascisti, assumerà di colpo una portata grandiosa e in nessun caso si arresterà a tentativi di far rivivere qualche cadavere weimariano.
Qui comincia la divergenza irriducibile tra la IV Internazionale e i vecchi partiti che sopravvivono pacificamente alla loro bancarotta. Il "fronte popolare" nell'emigrazione è una delle varianti più nefaste e più proditorie dei fronti popolari. In fondo, esprime la nostalgia impotente di una coalizione con una borghesia liberale inesistente. Nella misura in cui avesse un qualche successo non farebbe che preparare una serie di sconfitte del proletariato alla maniera spagnola. Per questo la denuncia implacabile della teoria e della pratica del fronte popolare è la prima condizione della lotta rivoluzionaria contro il fascismo.
Ciò non vuol dire evidentemente che la IV Internazionale respinga le parole d'ordine democratiche, al contrario, queste parole d'ordine possono avere una funzione enorme. Ma le formule della democrazia (libertà di associazione, di stampa, ecc.), per noi, sono parole d'ordine temporanee o episodiche nel movimento indipendente del proletariato e non nodi democratici gettati attorno al collo del proletariato da parte degli agenti della borghesia (Spagna!). Non appena il movimento acquisterà in qualche modo un carattere di massa, le parole d'ordine democratiche si allacceranno a parole d'ordine transitorie: i comitati di fabbrica sorgeranno, c'è da supporlo, prima che i vecchi bonzi si siano potuti accingere nei loro uffici alla ricostruzione dei sindacati; i soviet copriranno la Germania prima che si sia riunita a Weimar una nuova assemblea costituente. Lo stesso accadrà in Italia e negli altri paesi totalitari e semitotalitari.
Il fascismo ha ributtato questi paesi nella barbarie politica. Ma non ha mutato la loro natura sociale. Il fascismo è lo strumento del capitale finanziario e non della proprietà terriera feudale. Il programma rivoluzionario deve basarsi sulla dialettica della lotta di classe che si applica anche ai paesi fascisti e non sulla psicologia di bancarottieri spaventati. La IV Internazionale respinge con disgusto i metodi di mascherata politica cui fanno ricorso gli staliniani, vecchi eroi del "terzo periodo", per comparire volta a volta dietro la maschera di cattolici, di protestanti, di ebrei, di nazionalisti tedeschi, di liberali, con l'unico scopo di nascondere il proprio volto così poco attraente. La IV Internazionale si presenta sempre e dovunque con la propria bandiera. Propone apertamente il suo programma al proletariato dei paesi fascisti. Sin d'ora gli operai avanzati del mondo intero sono fermamente convinti che il rovesciamento di Mussolini, di Hitler, dei loro agenti e imitatori avverrà sotto la direzione della IV Internazionale.
L'URSS E I COMPITI DELL'EPOCA DI TRANSIZIONE
L'Unione sovietica è uscita dalla rivoluzione di Ottobre come Stato operaio. La nazionalizzazione dei mezzi di produzione, condizione necessaria per uno sviluppo socialista, ha reso possibile un rapido incremento delle forze produttive. L'apparato dello Stato operaio isolato subisce nel frattempo una degenerazione completa, trasformandosi da strumento della classe operaia in strumento di violenza burocratica contro la classe operaia e sempre di più in strumento del sabotaggio dell'economia. La burocratizzazione di uno Stato operaio arretrato e isolato e la trasformazione delle burocrazia in casta privilegiata, onnipotente, sono la confutazione più convincente - non solo teorica ma pratica - della teoria del socialismo in un paese solo.
Così il regime dell'URSS racchiude in sé contraddizioni minacciose, ma continua ad essere uno Stato operaio degenerato. Questa è la diagnosi sociale.
Il pronostico politico ha un carattere alternativo: o la burocrazia, divenendo sempre di più l'organo della borghesia mondiale nello Stato operaio, distrugge le nuove forme di proprietà e respinge il paese nel capitalismo, o la classe operaia schiaccia la burocrazia e si apre una via verso il socialismo.
Per le sezioni della IV Internazionale, i processi di Mosca non costituiscono una sorpresa né rappresentano il risultato della demenza personale del dittatore del Cremlino, ma sono i prodotti legittimi del Termidoro. Sono nati dagli attriti intollerabili che esistono all'interno della burocrazia sovietica, attriti che a loro volta riflettono le contraddizioni tra la burocrazia e il popolo, e gli antagonismi che si approfondiscono all'interno del "popolo" stesso. La realtà sanguinosa dei processi mostra quale sia la forza di tensione delle contraddizioni e annuncia così l'avvicinarsi della fine.
Le dichiarazioni di ex-agenti del Cremlino all'estero, che si sono rifiutati di rientrare a Mosca, hanno irrefutabilmente confermato che all'interno della burocrazia vi sono tutte le sfumature del pensiero politico: dal vero bolscevismo (I. Reiss) al fascismo palese (Th. Butenko). Gli elementi rivoluzionari della burocrazia che costituiscono un'infima minoranza, riflettono passivamente, è vero, gli interessi socialisti del proletariato. Gli elementi fascisti, controrivoluzionari in generale, il cui numero aumenta continuamente, esprimono in modo sempre più conseguente gli interessi dell'imperialismo mondiale. Questi candidati ad un ruolo di compradores pensano, non senza ragione, che il nuovo settore dirigente può garantire le sue posizioni privilegiate solo rinunciando alle nazionalizzazioni, alla collettivizzazione e al monopolio del commercio estero, in nome dell'assimilazione della "civiltà occidentale", cioè del capitalismo. Tra questi due poli si trovano tendenze intermedie, più o meno vaghe, di carattere menscevico, socialista rivoluzionario o liberale, che gravitano attorno alla democrazia borghese.
Nella società detta "senza classi" ci sono senza dubbio gli stessi raggruppamenti che nella burocrazia, ma con una caratterizzazione meno chiara e in proporzione inversa: le tendenze capitalistiche coscienti, proprie soprattutto della parte favorita dei kolchoziani, sono quelle di un'infima minoranza della popolazione che trovano un larga base nelle tendenze piccolo-borghesi all'accumulazione personale, che nascono dalla miseria generale e che la burocrazia incoraggia coscientemente.
Su questo sistema di antagonismi crescenti, che distruggono sempre di più l'equilibrio sociale, si regge col metodo del terrore una oligarchia termidoriana, che oggi si riduce soprattutto alla cricca bonapartista di Stalin.
Gli ultimi processi sono stati un colpo contro la sinistra. Ciò vale anche per la repressione contro i capi della repressione di destra, perché, dal punto di vista degli interessi e delle tendenze della burocrazia, il gruppo di destra del vecchio partito bolscevico rappresentava un pericolo a sinistra. Il fatto che la cricca bonapartista, che teme anche i suoi alleati di destra del genere di Butenko, si sia trovata costretta per assicurare la sua continuazione a ricorrere allo sterminio quasi generale della vecchia generazione bolscevica, è la riprova indiscutibile della vitalità delle tradizioni rivoluzionarie nelle masse e del loro crescente malcontento.
I democratici piccolo-borghesi dell'Occidente, che ancora ieri accettavano i processi di Mosca come oro colato, ripetono oggi con insistenza che "in URSS non ci sono né trotskismo né trotskisti". Essi non spiegano tuttavia perché l'epurazione sia stata condotta proprio sotto il segno della lotta contro questo pericolo. Se si intende il "trotskismo" come un programma compiuto, e a maggior ragione come organizzazione, il "trotskismo" è senza dubbio estremamente debole in URSS. Tuttavia, la sua forza invincibile consiste nell'esprimere non soltanto la tradizione rivoluzionaria ma anche l'opposizione della classe operaia stessa. L'odio sociale degli operai per la burocrazia, è precisamente questo il "trotskismo" agli occhi della cricca del Cremlino. Essa teme mortalmente, e a ragione, l'incontro della sorda rivolta degli operai e dell'organizzazione della IV Internazionale.
Lo sterminio della vecchia generazione bolscevica e dei rappresentanti rivoluzionari della generazione media e giovane, ha distrutto ancora di più l'equilibrio politico in favore dell'ala destra, borghese, della burocrazia e dei suoi alleati nel paese. E' da questa parte, cioè dalla destra, che ci possiamo attendere nel prossimo periodo dei tentativi sempre più risoluti di ricostituire il regime sociale dell'URSS, ravvicinandolo alla "civiltà occidentale" e prima di tutto alla sua forma fascista.
Questa prospettiva pone molto concretamente la questione della "difesa dell'URSS". Se domani il raggruppamento borghese-fascista - o per così dire la "frazione Butenko" - entrerà in lotta per la conquista del potere, la "frazione Reiss" prenderà inevitabilmente posizione all'altro lato della barricata. Trovandosi momentaneamente alleata di Stalin, essa difenderà, beninteso, non la sua cricca bonapartista, ma la base sociale dell'URSS, vale a dire la proprietà strappata ai capitalisti e nazionalizzata. Se la "frazione Butenko" stabilirà un'alleanza militare con Hitler, la "frazione Reiss" difenderà l'URSS contro l'intervento militare, all'interno dell'URSS come nell'arena mondiale. Ogni altra condotta sarebbe un tradimento.
Così, non è possibile negare la possibilità, in casi strettamente determinati, di un "fronte unico" con la parte termidoriana della burocrazia contro l'offensiva aperta della controrivoluzione capitalistica, ma il principale compito politico in URSS resta, malgrado tutto, il rovesciamento della burocrazia termidoriana stessa. Ogni giorno in più del suo dominio mina ulteriormente gli elementi socialisti dell'economia e accresce le possibilità di una restaurazione del capitalismo. E nello stesso senso agisce anche l'Internazionale "comunista", agente e complice della cricca stalinista nel soffocamento della rivoluzione spagnola e nella demoralizzazione del proletariato internazionale.
Come nei paesi fascisti la principale forza della burocrazia non risiede nella burocrazia stessa, ma nello scoraggiamento delle masse e nella loro mancanza di una nuova prospettiva. Come nei paesi fascisti, dai quali l'apparato politico di Stalin si distingue soltanto per una maggiore frenesia, attualmente è possibile in URSS solo un lavoro preparatorio di propaganda. Come nei paesi fascisti, l'impulso al movimento rivoluzionario degli operai sovietici sarà dato verosimilmente dagli avvenimenti esterni. La lotta contro il Comintern nell'arena mondiale è attualmente il settore più importante della lotta contro la dittatura staliniana. Molte cose permettono di credere che la disgregazione del Comintern, che non ha appoggio diretto nella Ghepeu, precederà la caduta della cricca bonapartista e di tutta la burocrazia termidoriana in generale.
La nuova ascesa della rivoluzione in URSS comincerà senza dubbio sotto la bandiera della lotta contro la disuguaglianza sociale e l'oppressione politica. Abbasso i privilegi della burocrazia! Abbasso lo stachanovismo! Abbasso l'aristocrazia sovietica coi suoi gradi e le sue decorazioni! Maggiore uguaglianza nel salario per tutte le forme di lavoro!
La lotta per la libertà dei sindacati e dei comitati di fabbrica, per la libertà di riunione e di stampa, si trasformerà in lotta per la rinascita e lo sviluppo della democrazia sovietica.
La burocrazia ha sostituito i soviet, come organo di classe, con la finzione del suffragio universale nello stile di Hitler-Goebbels. Bisogna restituire ai soviet non soltanto la loro libera forma democratica, ma anche il loro contenuto di classe. Come precedentemente la borghesia e i kulak non erano ammessi nei soviet, così ora la burocrazia e la nuova aristocrazia debbono essere cacciate dai soviet. Nei soviet, c'è posto solo per i rappresentanti degli operai, dei kolchoziani, dei contadini, dei soldati rossi.
La democratizzazione dei soviet è inconcepibile senza la legalizzazione dei partiti sovietici. Gli operai e i contadini stessi, attraverso il libero suffragio, stabiliranno quali siano i partiti sovietici.
Revisione dell'economia pianificata style='mso-bidi-font-size:18.0pt; font-family:"CG Times"'> dall'alto in basso, tenendo presenti gli interessi dei produttori e dei consumatori! I comitati di fabbrica debbono riprendere il diritto di controllo sulla produzione. La cooperazione di consumo, democraticamente organizzata, deve controllare la qualità dei prodotti e i loro prezzi.
Riorganizzazione dei kolchoz sulla base della volontà dei kolchoziani e dei loro interessi!
La politica internazionale conservatrice della burocrazia deve far posto alla politica dell'internazionalismo proletario. Tutta la corrispondenza diplomatica del Cremlino deve essere pubblicata. Abbasso la diplomazia segreta!
Tutti i processi politici montati dalla burocrazia termidoriana debbono essere revisionati, pubblicamente e attraverso un libero esame. Gli organizzatori delle falsificazioni debbono sopportarne il meritato castigo.
E' impossibile realizzare questo programma senza il rovesciamento della burocrazia, che si regge con la violenza e la falsificazione. Solo la sollevazione rivoluzionaria vittoriosa delle masse oppresse può rigenerare il regime sovietico e assicurare la marcia in avanti verso il socialismo. Solo il partito della IV Internazionale è capace di condurre le masse sovietiche all'insurrezione.
Abbasso la cricca bonapartista di Caino-Stalin!
Viva la democrazia sovietica!
Viva la rivoluzione socialista internazionale!
CONTRO L'OPPORTUNISMO E IL REVISIONISMO SENZA PRINCIPI
La politica del partito di Léon Blum in Francia dimostra ancora una volta che i riformisti sono incapaci di apprendere dalle più tragiche lezioni della storia. La socialdemocrazia francese copia servilmente la politica della socialdemocrazia tedesca e si avvia alla stessa catastrofe. Per decine d'anni la II Internazionale si è sviluppata nel quadro della democrazia borghese, ne è divenuta parte inalienabile e va in putrefazione assieme ad essa.
La III Internazionale è entrata nella via del riformismo mentre la crisi del capitalismo aveva posto definitivamente all'ordine del giorno la rivoluzione proletaria. La politica attuale del Comintern in Spagna e in Cina -politica che consiste nello strisciare dinanzi alla borghesia "democratica" e "nazionale" - dimostra che neppure il Comintern è più capace di imparare qualcosa o di trasformarsi. La burocrazia che è diventata una forza reazionaria nell'URSS, non può avere una funzione rivoluzionaria sull'arena mondiale.
L'anarco-sindacalismo ha subito, nell'insieme, un'evoluzione dello stesso genere. In Francia la burocrazia sindacale di Léon Jouhaux è divenuta da tempo un'agenzia della borghesia tra la classe operaia. In Spagna l'anarco-sindacalismo si è sbarazzato del suo rivoluzionarismo di facciata non appena è sopraggiunta la rivoluzione, ed è diventato la quinta ruota del carro della democrazia borghese.
Le organizzazioni intermedie centriste, che si riuniscono attorno al Bureau di Londra, non sono che accessori "di sinistra" della socialdemocrazia o del Comintern. Hanno dimostrato la loro totale incapacità di orientarsi in una situazione storica e di trarne conclusioni rivoluzionarie. Il punto culminante è stato raggiunto dal POUM spagnolo che in una situazione rivoluzionaria è stato del tutto incapace di avere una politica rivoluzionaria.
Le tragiche sconfitte del proletariato mondiale da lunghi anni a questa parte hanno spinto le organizzazioni ufficiali verso un conservatorismo ancora maggiore e hanno portato d'altra parte i "rivoluzionari" piccolo-borghesi delusi a ricercare "nuove vie". Come sempre nei periodi di reazione e di declino, saltano fuori da tutte le parti gli stregoni e i ciarlatani. Vogliono rivedere tutto lo sviluppo del pensiero rivoluzionario. Invece di imparare dal passato, lo "rifiutano". Gli uni scoprono l'inconsistenza del marxismo, gli altri proclamano il fallimento del bolscevismo. Gli uni fanno ricadere sulla dottrina rivoluzionaria la responsabilità degli errori e dei crimini di coloro che l'hanno tradita; gli altri maledicono la medicina perché non garantisce una guarigione immediata e miracolosa. I più audaci promettono di scoprire una panacea e nel frattempo raccomandano di arrestare la lotta di classe. Molti profeti della nuova morale si accingono a rigenerare il movimento operaio con una cura omeopatica etica. La maggioranza di questi apostoli sono diventati invalidi morali senza mai essere stati sul campo di battaglia. Così, dietro la parvenza di nuove rivendicazioni, non si propongono al proletariato che vecchie ricette sepolte da tempo negli archivi del socialismo premarxista.
La IV Internazionale dichiara una guerra implacabile alla burocrazia della II e della III Internazionale, dell'Internazionale di Amsterdam e dell'Internazionale anarcosindacalista, come pure ai satelliti centristi: al riformismo senza riforme, al democraticismo alleato alla GPU, al pacifismo senza pace, all'anarchismo al servizio della borghesia, ai "rivoluzionari" che hanno una paura mortale della rivoluzione. Tutte queste organizzazioni non sono un pegno per l'avvenire, bensì sopravvivenze di un passato in putrefazione. L'epoca delle guerre e delle rivoluzioni le spazzerà via completamente.
La IV Internazionale non cerca né inventa alcuna panacea. Si mantiene fermamente sul terreno del marxismo, sola dottrina rivoluzionaria che permetta di comprendere quello che è, di individuare le cause delle sconfitte e di preparare consapevolmente la vittoria. La IV Internazionale si riallaccia alla tradizione del bolscevismo che ha indicato per la prima volta al proletariato come conquistare il potere. La IV Internazionale caccia via gli stregoni, i ciarlatani e i professori non richiesti di morale. In una società fondata sullo sfruttamento, la morale suprema è la morale della rivoluzione socialista. Buoni sono i metodi e i mezzi che elevano la coscienza di classe degli operai, la loro fiducia nelle proprie forze, la loro disposizione al sacrificio nella lotta. Inammissibili sono i metodi che ispirano agli oppressi il timore e la docilità di fronte agli oppressori, soffocano lo spirito di protesta e di rivolta o sostituiscono alla volontà delle masse la volontà dei capi, alla persuasione la costrizione, all'analisi della realtà la demagogia e la falsificazione. Ecco perché la socialdemocrazia, che ha prostituito il marxismo, e lo stalinismo che è l'antitesi del bolscevismo, sono i nemici mortali della rivoluzione proletaria e della sua morale.
Guardare in faccia la realtà, non cercare la linea di minore resistenza, chiamare le cose con il loro nome, dire la verità alle masse per quanto amara sia, non aver paura degli ostacoli, essere fedeli nelle piccole cose come nelle grandi, osare quando giunge l'ora dell'azione: queste sono le norme della IV Internazionale, che ha dimostrato di saper andare contro corrente e sarà sulla cresta dell'ondata storica che si avvicina.
CONTRO IL SETTARISMO
In seguito al tradimento e alla degenerazione delle organizzazioni storiche del proletariato, alla periferia della IV Internazionale, sono nati o si sono rigenerati gruppi e formazioni settarie di vario genere. Alla loro radice è il rifiuto di lottare per rivendicazioni parziali e transitorie, cioè per gli interessi e i bisogni elementari delle masse quali sono oggi. Per i settari prepararsi alla rivoluzione significa unicamente convincere se stessi dei vantaggi del socialismo. Essi propongono di volgere le spalle ai "vecchi" sindacati, cioè a decine di milioni di operai - come se le masse potessero vivere al di fuori delle condizioni reali di lotta! Rimangono indifferenti alla lotta interna nelle organizzazioni riformiste - come se potessero conquistare le masse senza intervenire in questa lotta! Si rifiutano, in pratica, di fare una distinzione tra democrazia borghese e fascismo - come se le masse potessero non accertare questa distinzione a ogni momento!
I settari non sanno vedere che due colori: il bianco e il nero. Per non lasciarsi indurre in tentazione, semplificano la realtà. Si rifiutano, nel caso della Spagna, di distinguere tra i due campi in lotta per la semplice ragione che sono entrambi di natura borghese. Per la stessa ragione pensano che è necessario rimanere neutrali nella guerra tra il Giappone e la Cina. Negano la differenza essenziale tra l'URSS e i paesi borghesi e, data la politica reazionaria della burocrazia sovietica, si rifiutano di difendere dall'imperialismo le forme di proprietà create dalla rivoluzione d'Ottobre. Sono incapaci di trovare accesso alle masse e per questo non esitano ad accusare le masse di essere incapaci di elevarsi sino alle idee rivoluzionarie.
Per questi sterili profeti non c'è nessun bisogno di un ponte, sotto forma di rivendicazioni transitorie, perché non hanno nessuna intenzione di passare sull'altra sponda. Segnano il passo, si accontentano di ripetere le stesse vuote astrazioni. Gli avvenimenti politici sono per loro l'occasione per fare dei commenti, non per agire. Siccome, al pari dei confusionisti e dei facitori di miracoli di ogni genere, subiscono ad ogni momento ceffoni dalla realtà, i settari vivono in un permanente stato di irritazione, lagnandosi di continuo del "sistema" e dei suoi "metodi" e abbandonandosi a piccoli intrighi. Nei loro ambienti impongono di solito un regime dispotico. La prostrazione politica del settarismo non fa che accompagnare, come un'ombra, la prostrazione dell'opportunismo senza aprire prospettive rivoluzionarie. Nella politica pratica i settari si uniscono a ogni passo agli opportunisti e soprattutto ai centristi per lottare contro il marxismo.
La maggioranza dei gruppi e delle cricche settarie di questo genere, che si nutrono delle briciole cadute dalla tavola della IV Internazionale, conducono un'esistenza organizzativa "indipendente" con grandi pretese, ma senza la benché minima possibilità di successo. I bolscevico-leninisti non intendono perdere il loro tempo e lasciano tranquillamente questi gruppi al loro destino.
Ma tendenze settarie esistono anche nelle nostre file ed hanno un'influenza nefasta sull'attività di certe sezioni. Ciò non può essere tollerato ulteriormente. Una politica giusta nei confronti dei sindacati è una condizione fondamentale per l'appartenenza alla IV Internazionale. Chi non cerca e non trova la via del movimento delle masse, non è un combattente, ma un peso morto per l'organizzazione. Il programma non viene formulato per una redazione, una sala di lettura o un club di discussione, ma per l'azione rivoluzionaria di milioni di uomini. L'epurazione delle file della IV Internazionale dal settarismo e dai settari incorreggibili è la condizione primaria per successi rivoluzionari.
APRIAMO LA PORTA Al GIOVANI E ALLE DONNE LAVORATRICI
La sconfitta della rivoluzione spagnola, provocata dai suoi "capi", la vergognosa bancarotta del Fronte popolare in Francia e lo smascheramento degli atti di banditismo giudiziario di Mosca - questi tre fattori, presi congiuntamente, sono un colpo irrimediabile per il Comintern e, indirettamente, una grave ferita per i suoi alleati socialdemocratici e anarco-sindacalisti. Ciò non vuol dire, beninteso, che i membri di queste organizzazioni si orienteranno di colpo verso la IV Internazionale. La generazione più matura che ha subito terribili sconfitte, abbandonerà in gran parte il fronte di battaglia. D'altronde, la IV Internazionale non intende affatto diventare una specie di rifugio per invalidi rivoluzionari, burocrati o carrieristi delusi. Al contrario, sono necessarie norme rigorose preventive contro l'afflusso nelle nostre file degli elementi piccolo-borghesi che attualmente dominano negli apparati delle vecchie organizzazioni: un lungo periodo di candidatura per coloro che non sono operai, soprattutto se si tratta di ex-burocrati, proibizione per costoro di assumere nel l'organizzazione posti di responsabilità per i primi tre anni, ecc. Nella IV Internazionale non c'è e non ci sarà posto per il carrierismo, questo cancro delle vecchie internazionali. Troveranno accoglienza da noi solo coloro che vogliono vivere per il movimento e non del movimento. Gli operai rivoluzionari devono sentirsi padroni. Per loro le porte dell'organizzazione sono spalancate.
Naturalmente anche tra gli operai che in passato sono stati in prima fila, non pochi sono stanchi e delusi. Almeno nella prossima fase resteranno in disparte. Quando si logorano un programma e un'organizzazione, si logora anche la generazione che li ha retti sulle proprie spalle. Il rinnovamento del movimento avviene grazie ai giovani, che non hanno nessuna responsabilità per il passato. La IV Internazionale rivolge un'eccezionale attenzione alla nuova generazione proletaria. Con tutta la sua politica cerca di guadagnare la fiducia dei giovani nelle sue forze e nel suo avvenire. Soltanto l'entusiasmo intatto e lo spirito offensivo dei giovani possono assicurare i primi successi nella lotta; soltanto questi successi faranno ritornare sulla strada della rivoluzione i migliori elementi della vecchia generazione. E' stato sempre così e sarà sempre così.
Tutte le organizzazioni opportuniste per loro stessa natura concentrano la loro attenzione principalmente sugli strati superiori della classe operaia e quindi ignorano sia i giovani sia le donne lavoratrici. Nella fase del suo declino il capitalismo sferra i colpi più duri alle donne, come operaie e come donne di casa. Le sezioni della IV Internazionale devono ricercare l'appoggio degli strati più oppressi della classe operaia e quindi delle donne lavoratrici. Vi troveranno fonti inesauribili di attaccamento, di abnegazione e di spirito di sacrificio.
A morte il burocratismo e il carrierismo! Apriamo le porte ai giovani e alle donne lavoratrici! Queste sono le parole d'ordine scritte sulla bandiera della IV Internazionale.
SOTTO LA BANDIERA DELLA IV INTERNAZIONALE
Gli scettici si chiedono: ma è proprio giunto il momento di dar vita a una nuova Internazionale? E' impossibile - dicono - creare "artificialmente" un'Internazionale: solo grandi avvenimenti possono farla sorgere, ecc., ecc. Tutte queste obiezioni dimostrano solo che gli scettici non servono per creare una nuova Internazionale. In genere non servono a nulla.
La IV Internazionale è già sorta da grandi avvenimenti: le più grandi sconfitte proletarie della storia. Cause di queste sconfitte sono la degenerazione e il tradimento della vecchia direzione. La lotta di classe non ammette interruzioni. Dopo la II, anche la III Internazionale è morta ai fini della rivoluzione. Viva la IV Internazionale!
Ma gli scettici insistono: è proprio questo il momento di proclamarla? La IV Internazionale -rispondiamo per parte nostra - non ha bisogno di essere "proclamata". Esiste e lotta. E' debole. Sì, i suoi ranghi sono ancora ridotti, perché è ancora giovane. Sinora si tratta soprattutto di quadri. Ma questi quadri sono la sola garanzia per l'avvenire. Al di fuori di loro non c'è nessuna tendenza rivoluzionaria degna del nome. Se la nostra Internazionale è ancora debole numericamente, è forte dal punto di vista della teoria, del programma, della tradizione, della tempra incomparabile dei suoi quadri. Chi ancora non capisce questo, resti pure in disparte. Domani le cose saranno più chiare.
La IV Internazionale è oggetto già oggi del giustificato odio degli staliniani, dei socialdemocratici, dei liberali borghesi e dei fascisti. Non trova né può trovare posto in nessun fronte popolare. Si contrappone intransigentemente a tutti i gruppi politici legati alla borghesia. Suo compito è rovesciare la dominazione del capitale. Suo fine è il socialismo. Suo metodo è la rivoluzione.
Senza democrazia interna non c'è educazione rivoluzionaria. Senza disciplina non c'è azione rivoluzionaria. Il regime interno della IV Internazionale è basato sui principi del centralismo democratico: completa libertà nella discussione, unità completa nell'azione.
La crisi attuale della civiltà umana è la crisi della direzione proletaria. Gli operai avanzati, riuniti attorno alla IV Internazionale, indicano alla loro classe la via per uscire dalla crisi. Le propongono un programma basato sull'esperienza internazionale della lotta emancipatrice del proletariato e di tutti gli oppressi in generale. Le propongono una bandiera senza macchia.
Operai e operaie di tutti i paesi, entrate nelle file della IV Internazionale! E' la bandiera della vostra vittoria che si avvicina!

IL LASCITO LIBERALE DI FAUSTO BERTINOTTI. LA DISSOCIAZIONE IPOCRITA DEI SUOI VECCHI CORTIGIANI (SMEMORATI).

Fausto Bertinotti ha coronato il proprio pensionamento politico proclamando il “fallimento del comunismo”, la superiorità del liberalismo, la grandiosità del Papato.

Sono spunti ideologici che in forma più temperata il Fausto segretario aveva da sempre coltivato. Il Fausto pensionato, libero da ogni responsabilità, li ha resi solo più espliciti e più organici.

Avendo sempre sovrapposto la propria storia personale a quella del partito che dirigeva , del movimento operaio, in definitiva del mondo, era inevitabile che la propria fine politica si configurasse ai suoi occhi come la fine del mondo. Del suo mondo. E che un nuovo mondo di riferimenti ideologici, culturali, persino metafisici e religiosi, liberasse definitivamente il proprio volo nel suo pensiero.

Nessuna sorpresa per la celebrazione borghese dell'evento. Nulla è più appetibile per i salotti liberali - nel momento della massima crisi del capitalismo - che l'iscrizione postuma di un ex segretario “comunista”. E nulla può essere più efficace per tornare a parlare in quei salotti che la “confessione” penitente delle proprie colpe di “comunista”.

La relazione di amorosi sensi tra Bertinotti e salotti è bilaterale e non è nuova: unisce il Segretario al pensionato Fausto. Perchè meravigliarsi, una volta tanto, di una coerenza?


Colpisce invece un altro fatto. Che quando il Segretario Bertinotti dirigeva il PRC , per lungo tempo da autentico Papa, la stragrande maggioranza dei dirigenti del partito lo acclamava stringendosi alla sua corte e demonizzando chiunque osasse opporsi. Quando il Segretario precipita sotto le rovine della propria politica e diventa un anonimo pensionato, i vecchi cardinali cortigiani fingono di non conoscerlo o si accaniscono contro di lui. Magari per continuare a lucrare politicamente sul poco che resta della sua (disastrosa) eredità, e delle proprie ( residue) fortune, connesse a quella eredità.

La critica di Paolo Ferrero a Bertinotti è, sotto questo profilo, emblematica.


FAUSTO BERTINOTTI E PAOLO FERRERO:
14 ANNI DI FEDELTA' E SCHERZI DELLA MEMORIA

Il segretario Bertinotti ha una storia di 14 anni alla testa del PRC. In 14 anni non ha prodotto solo teorie balorde, tutte demolite impietosamente dalla realtà ( il “movimento dei movimenti” quale sostituto della classe operaia, la fine dell'imperialismo e degli Stati nazionali, l'assimilazione di stalinismo e comunismo, la celebrazione metafisica della non violenza..) , tutte suggestioni devastanti per la stessa formazione intellettuale di una giovane generazione d'avanguardia. All'ombra di quelle teorie Bertinotti ha prodotto fatti, scelte politiche, concrete strategie che hanno ciclicamente subordinato il PRC agli avversari dei lavoratori e ai loro crimini sociali.

L'ingresso nella maggioranza del primo governo Prodi ( 96/98) trascinò il voto favorevole al lavoro interinale (pacchetto Treu), alla valanga di privatizzazioni, ai tagli sociali per l'adesione all'Euro, ai campi lager per i migranti ( legge Turco Napolitano sui CPT). L'ingresso nel secondo governo Prodi ( 2006/2008) trascinò il voto favorevole alle missioni di guerra, all'aumento delle spese militari, alla detassazione massiccia dei profitti ( l'Ires passò dal 34% al 27%!), alla continuità della precarizzazione del lavoro ( mantenimento della legge 30).
Domanda: dov'era Paolo Ferrero in quei.. 14 anni? Al fianco di Bertinotti. In veste di massimo scudiero di Bertinotti e di tutte le sue “teorie”, di massimo difensore delle sue peggiori scelte governiste contro la sinistra del partito. La conquista del ministero degli Affari sociali, in una maggioranza di governo che andava da Mastella a Turigliatto, fu la contropartita di questa lunga compromissione e fedeltà. Può Ferrero oggi rimuovere tutto ciò? Può considerare (nel migliore dei casi )“errori”.. sulla via del socialismo i voti alle politiche dell'imperialismo italiano?

Il PRC non fu distrutto dalle “interviste” salottiere di Bertinotti e neppure dalle sue “teorie”. Fu distrutto dalle politiche di Bertinotti (e Ferrero). Dalla loro collaborazione con la borghesia italiana contro le ragioni del lavoro e dei giovani. Interviste e “teorie” furono solo la copertura ideologica di quelle politiche. Che hanno privato il movimento operaio di un riferimento politico indipendente proprio al piede di partenza della più grande crisi economica e sociale del capitalismo del dopoguerra. E le cui conseguenze, a cascata, sulla coscienza e sulle condizioni dei lavoratori segnano non poco la situazione presente della lotta di classe.

L'unico soggetto che si oppose coerentemente a Bertinotti, che denunciò la natura della sua politica, che previde il disastro che preparava, fu l'opposizione interna al PRC di “Progetto Comunista”. Da cui nacque nel 2006/2008 il Partito Comunista dei Lavoratori. Questa verità può essere al più ignorata. Ma nessuno la potrà cancellare.


L'”UNITA' DEI COMUNISTI”:
FUORI E CONTRO SOCIALDEMOCRAZIA E STALINISMO

Il PCL lavora per unire i comunisti. Ma “unire i comunisti” ha un senso progressivo e una prospettiva se la base dell'unità è il programma comunista e i principi del comunismo rivoluzionario. Diversamente l'unità è una truffa senza futuro, che oltretutto prepara inevitabilmente nuove divisioni e frammentazioni. La vicenda di Rifondazione in grande, quella di tante altre formazioni e operazioni in piccolo ( in ultimo Sinistra Critica e Rossa..) stanno lì a dimostrarlo. “Unire i comunisti” nel nome di un simbolo, di un puro richiamo di valori, o di mitologie movimentiste, significa in realtà disperderli, e spesso tradirli. Se possibile in cambio di ministeri. Altrimenti in cambio di assessori e alleanze di Centrosinistra. Come quelle che il PRC di Ferrero tuttora preserva ovunque può (dalla Liguria all'Umbria). 

Bert
Allo stesso modo non si possono “unire i comunisti” senza sciogliere il nodo dello stalinismo. Chi oggi attacca Bertinotti e il suo governismo sventolando la bandiera di Stalin non solo rimuove che fu proprio lo stalinismo a legittimare la collaborazione ministeriale con la borghesia liberale (contro la tradizione di Lenin e dell'Ottobre), ma che nella stessa vicenda di Rifondazione la corrente più governista fu proprio (guarda caso) quella di estrazione stalinista. Da Cossutta a Diliberto a Rizzo: che dopo aver nominato Bertinotti Segretario del PRC ( '94), dopo aver votato tagli sociali e precarizzazione del lavoro a fianco di Bertinotti , dopo aver difeso Bertinotti ad ogni passo contro.. l'opposizione dei “trotskisti”, giunsero a sostenere i bombardamenti su Belgrado del governo D'Alema per salvaguardare il ministero di “Grazia e Giustizia”. Salvo finire poi col dividersi tra loro, dopo anni, nell'ora del naufragio. Chi inseguendo il ritorno nel centrosinistra , come Diliberto. Chi finendo col celebrare come “socialismo” il regime dinastico coreano di Kim il Sung -oggi esaltato da Razzi e Salvini- come Marco Rizzo. Uno spettacolo degradante da piccoli burocrati da fiera. Eredi di una grande tragedia, protagonisti di una piccola farsa.


LA COSTRUZIONE DEL PCL

Il PCL si è costruito fuori e contro tutto questo. Contro la socialdemocrazia, contro lo stalinismo, contro il triste cascame delle loro tradizioni e delle loro truffe. Attorno a una morale di classe e al programma del marxismo rivoluzionario: quello che riconduce ogni lotta ad una alternativa di società e di potere in cui siano i lavoratori a comandare; quello della rivoluzione sociale e del governo dei lavoratori. Su questo programma e questi principi lavoriamo a raggruppare forze , costruire organizzazione, selezionare quadri, radicare presenza e intervento nei luoghi di lavoro e in ogni movimento di resistenza sociale.

La crisi storica del capitalismo, il fallimento del riformismo in ogni sua variante, ripropongono più che mai la centralità della costruzione del partito rivoluzionario e dell'internazionale rivoluzionaria. Questa è la nostra impresa. Chiediamo a tutti i comunisti onesti, a tutti i militanti d'avanguardia, quale che sia la loro provenienza, di portare a questa impresa il proprio contributo.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

RISOLUZIONE POLITICA Comitato centrale PCL del 19 e 20 luglio 2014

La crisi capitalista continua a segnare lo scenario mondiale. A sette anni dall’esplosione della bolla finanziaria dei subprime, il ciclo economico rimane caratterizzato da una profonda crisi di sovrapproduzione, da significativi squilibri tra poli capitalisti, dal riproporsi di successive bolle finanziarie per costruire sbocchi temporanei all’immensa massa di capitale accumulata. In un quadro di marcato sviluppo ineguale e combinato tra i diversi poli mondiali, permangono se non si aggravano le contraddizioni tra la necessità capitalista di una distruzione generalizzata di capitale (inevitabilmente ineguale e combinata, con conseguenti redistribuzioni della divisione internazionale del lavoro e del capitale, e quindi dei rapporti di forza tra potenze); la contrasta costruzione di blocchi continentali con resistenze e contese tra diversi governi e capitali nazionali; l’attivazione ripetuta di immani interventi finanziari (di stampo monetarista o neokeynesiano) da parte dei principali governi e della principali banche centrali per tentare di non far precipitare i disequilibri strutturali esistenti; l’esplosione discontinua e disomogenea di lotte sociali della classe operaia asiatica, dei settori popolari e della piccola borghesia nei paesi a capitalismo maturo, delle masse semiproletarie della periferia mondiale.
La risultante di queste diverse contraddizioni è il permanere e l’aggravarsi delle turbolenze economiche e politiche internazionali, con una crescente tensione tra aree monetarie e tra potenze, anche sul piano militare (dal quadrante orientale europeo al medioriente, dal mar meridionale cinese all’area centraficana). Turbolenze segnate nel blocco nordamericano dalla presumibile conclusione della lunga e lenta crescita drogata dall’interventismo finanziario della FED (con la possibile chiusura, più o meno traumatica, delle bolle finanziarie di questi ultimi anni su titoli e cambi), dal sostanziale blocco di redditi e occupazione, dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze; nel continente asiatico dal progresso delle contraddizioni interne, con uno sviluppo dei nazionalismi e delle tensioni anche militari fra i diversi paesi, come anche della conflittualità di classe, sospinta dall’espansione del salario diretto e di quello sociale dei lavoratori; nel continente europeo da una lunga stagnazione originata dai disequilibri interni promossi dal suo nucleo centrale e dalle conseguenti politiche di austerità, che si scaricano in una compressione dei salari diretti, indiretti e sociali dei lavoratori dipendenti.

IL QUADRO EUROPEO: STAGNAZIONE ECONOMICA E CRISI POLITICA
In questo quadro complessivo di aggravamento delle tensioni e delle contraddizioni originate nelle crisi si collocano le vicende europee di questi mesi. Il superamento dell'emergenza finanziaria del 2011/2012 non si è combinata con una reale ripresa produttiva. La doppia recessione europea (2008/2009 e 2011/2012) non è stata recuperata nel suo complesso. Pur in un quadro diversificato, la stagnazione economica continentale permane, in generale, come dato dominante. La recente inversione negativa di marcia della produzione industriale in Francia, Italia, ed anche Germania ne è la misura. Il forte rallentamento dell'area BRICS, il rafforzamento dell'euro legato al nuovo flusso di capitale finanziario in Europa, le politiche recessive“anti debito”, hanno concorso a bloccare per effetto congiunto gli elementi parziali di ripresa. Le ripetute iniezioni di capitale nelle banche europee da parte della BCE hanno concorso alla bolla finanziaria mondiale, non a una svolta produttiva. Mentre permane inalterato l'enorme debito delle banche e degli Stati verso le banche (v. crisi bancaria in Portogallo).
Sul piano politico i governi borghesi e le politiche di austerità acuiscono complessivamente la propria crisi di consenso sociale. Le elezioni Europee del 25 maggio registrano la sconfitta elettorale di molti governi in carica e delle rispettive coalizioni, particolarmente negli Stati più popolati e più rilevanti, con l'eccezione della Germania e dell'Italia (oltre che di alcuni paesi dell’Europa centro orientale, come l’Ungheria, la Romania, i Baltici e di alcuni piccoli paesi, come Cipro).
La polarizzazione del voto insidia o indebolisce lo stesso assetto politico bipolare in paesi chiave (Francia, Gran Bretagna, in parte Spagna). In diversi Paesi, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, la crisi combinata delle tradizionali forze dominanti e del movimento operaio ha sospinto la crescita del populismo reazionario. In altri paesi, come la Grecia e la Spagna, l'ascesa di massa ha sospinto la crescita della sinistra cosiddetta “radicale”, in realtà socialdemocratico di sinistra o democratico-movimentista.
Questi fenomeni di polarizzazione politica sono a loro volta internamente differenziati sia sul versante reazionario (mancata crescita lineare delle forze neofasciste come Yobbick, Settore Destro in Ucraina..), sia sul versante della sinistra (diversificazione profonda delle forze della Sinistra Europea, che avanzano in Grecia e Spagna, ma stagnano in Francia e Germania). I limiti della polarizzazione politica riflettono i limiti della polarizzazione sociale. La prevalenza allarmante della polarizzazione reazionaria rispetto alla polarizzazione a sinistra riflette la crisi di una risposta proletaria alla crisi capitalista sul terreno della lotta di classe.
Complessivamente il perdurare della stagnazione, la crisi politica di consenso, le pressioni nazionaliste reazionarie, complicano ulteriormente il rispetto dei patti economici europei (Fiscal compact) e acuiscono le contraddizioni politiche tra imperialismo tedesco e imperialismi alleati, sia mediterranei che britannico. La possibilità, in prospettiva, di una separazione della Gran Bretagna dalla UE diventa reale. Con effetti ad oggi imprevedibili, ma potenzialmente rilevanti.

IL CASO ITALIANO: IL NUOVO CORSO DEL POPULISMO DI GOVERNO
Il caso italiano registra una particolarità. L'Italia è stata in questi anni il paese imperialista europeo che ha combinato al più alto livello crisi capitalista (depressione industriale e debito pubblico) e crisi politico istituzionale. Negli ultimi mesi, sullo sfondo di una perdurante stagnazione economica e di profondi processi di riorganizzazione di assetti ed equilibri interni del capitalismo italiano, si è prodotto un punto di svolta sul piano politico.
Con la nascita e il consolidamento del governo Renzi l'Italia ha realizzato un giro di boa in direzione della soluzione della crisi politica borghese. Il carattere dominante del nuovo corso renzista è di segno populista e “bonapartista”. Un nuovo dominus politico ha conquistato il centro della scena; ha preso la testa del principale partito borghese, emarginando le sue vecchie componenti costitutive, e riorganizzandolo attorno al proprio comando; ha realizzato un nuovo sistema di governo, fortemente auto centrato, basato sulla ricerca di un proprio rapporto diretto con l'opinione pubblica interclassista, quale leva centrale della propria forza politica, scavalcando le mediazioni sociali e istituzionali con le rappresentanze sociali di classe organizzate (sindacati e Confindustria). In questo quadro, persegue un progetto di riforma elettorale e istituzionale reazionario: una “terza repubblica stabilizzata, con un sistema tendenzialmente bipartitico, un parlamento selezionato e controllato, un'alta burocrazia statale snellita e rinnovata, grazie alla diretta promozione di funzionari e manager amici, un ulteriore rafforzamento della Presidenza del Consiglio. In questo quadro ha avviato una fase di controriforme continue, a colpi di decreti e leggi delega, sul pubblico impiego, il precariato, la scuola, con l’obbiettivo di destrutturare i contratti nazionali di lavoro, ridefinire i rapporti di forza di tutte le organizzazioni sindacali, indebolire le capacità di resistenza dei lavoratori, facilitare la riduzione di salari e il controllo dell’organizzazione del lavoro da parte del padronato, pubblico e privato.
E' un progetto autocentrato, ma al servizio del capitalismo italiano. Un capitale che si è profondamente rinnovato negli ultimi anni: con la sostanziale riduzione di potere e di influenza del circuito chiuso delle grandi famiglie che ha dominato dal dopoguerra intorno all’asse di Mediobanca (“il salotto buono” dei patti di sindacato); con l’inserimento di soggetti, gruppi e grandi fondi internazionali nel mercato azionario e anche nel controllo di alcune delle principali imprese italiane (da Telecom a Pirelli, dagli equilibri della nuova FCA all’ENI); con la trasformazione produttiva dei distretti e l’emersione di una media impresa che sviluppa anche una propria politica multinazionale (dalla Brembo alla Marcegaglia). Questa emergente muova composizione del capitale nazionale, attraverso il sostegno e l’utilizzo di questo nuovo populismo autoritario di governo, cerca di assicurarsi il paravento utile per la continuità e lo sviluppo delle politiche di austerità, uno sfondamento deciso verso il taglio del salario sociale e lo smantellamento dei contratti nazionali, in un quadro “finalmente normalizzato”.
Il fatto che nelle elezioni europee del 25 Maggio il populismo di governo abbia frenato e contenuto il populismo reazionario di opposizione, e abbia preservato il consenso elettorale della maggioranza di governo - unico caso in Europa tra i paesi imperialisti con l'eccezione tedesca- è un successo non solo di Renzi, ma anche di questa nuova composizione della borghesia italiana.

IL RAFFORZAMENTO POLITICO DEL RENZISMO
I risultati elettorali del 25 Maggio hanno rafforzato il renzismo. Dal punto di vista elettorale non si è realizzato alcun “plebiscito” a favore di Renzi: il 41% è in larga parte il riflesso del passaggio totale dell'elettorato di Scelta Civica e degli equilibri interni al campo allargato dell'astensione.
Dal punto di vista politico, invece, il risultato ha favorito la stabilizzazione del nuovo corso. Da un lato la crisi profonda di FI e del ruolo in essa di Berlusconi; dall'altro la sconfitta politica del M5S e della sua linea d'urto, ben al di là del suo risultato elettorale, rafforzano la centralità di Renzi nello scacchiere politico e la sua politica bonapartista. Spostando ulteriormente i rapporti di forza a suo vantaggio. Il riposizionamento di Confindustria al fianco di Renzi, e il suo distacco dal patto con la CGIL, è il riflesso sociale di questo dato politico. E, a sua volta, un fattore di ulteriore rafforzamento del governo.

I LIMITI MATERIALI DEL POPULISMO RENZISTA, DENTRO LA CRISI CAPITALISTA
Non ci troviamo ancora tuttavia in un “regime renziano” stabilizzato.
Sotto il profilo politico, il renzismo è ancora costretto a convivere con l'eredità del passato (vecchia coalizione di governo, vecchi equilibri parlamentari, vecchia composizione della rappresentanza parlamentare del PD), con le relative difficoltà e incognite nei passaggi istituzionali.
Mentre proprio lo sfondamento del renzismo ha innescato l'effetto domino di una riorganizzazione politica complessiva della rappresentanza e degli schieramenti borghesi che è ancora lontana dal prefigurare uno sbocco e un nuovo equilibrio politico complessivo di tipo bipolare. E abbraccia molte variabili tra loro intrecciate (durata di legislatura o meno del governo, ricomposizione o meno di un centrodestra e sotto quale egemonia, tenuta o meno di Forza Italia e dello stesso Berlusconi, dinamica ed effetti del riposizionamento del M5S nel nuovo scenario).
Sotto il profilo economico sociale, il populismo di governo si scontra con i limiti delle proprie basi materiali. Il quadro di crisi capitalista e le compatibilità della UE restringono pesantemente il suo spazio di manovra. Operazioni truffa come quelle sulle 80 euro, che già scontano grandi difficoltà di copertura, non sono replicabili per una legislatura. Il Premier cerca di negoziare con gli altri imperialismi europei un lasciapassare per le proprie manovre populiste (la “flessibilità”). Ma gli spazi di mediazione, a fronte dell'enorme debito pubblico italiano, sono assai limitati. Tanto più in un quadro politico europeo fortemente segnato dalla crescita delle pressioni nazionaliste e da una sostanziale stagnazione economica. Mentre il risvolto di eventuali concessioni è in ogni caso un ulteriore abbattimento della spesa pubblica (32 miliardi in 3 anni) e un ulteriore pesante attacco ai diritti sociali e sindacali dei lavoratori (Decreto Poletti e jobs act). L'offensiva iniziata e annunciata dal governo sulla scuola pubblica è emblematica. Le nuove politiche di austerità possono minacciare in prospettiva il richiamo populista del governo e minare le sue basi di consenso.
In questo quadro non è possibile escludere che dopo il varo della nuova legge elettorale e della riforma istituzionale, lo stesso Renzi decida uno sbocco elettorale anticipato (2015): per prevenire la crisi di consenso del populismo di governo, liberarsi del retaggio delle vecchie contraddizioni politico parlamentari, rilanciare la propria offensiva politica e sociale da un rapporto di forza più favorevole e stabilizzato.

SVOLTA BORGHESE E CRISI DEL MOVIMENTO OPERAIO. LA BANCAROTTA DELLE BUROCRAZIE SINDACALI
Mentre la crisi borghese conosce un punto di svolta, permane e si aggrava la crisi del movimento operaio. L'avanzata e il consolidamento del renzismo agisce come fattore di paralisi e/o scomposizione nel campo della sinistra, sindacale e politica.
Sul terreno sindacale, quella stessa burocrazia della CGIL che ha concorso in modo determinante a spianare la strada al renzismo è messa con le spalle al muro dal nuovo corso bonapartista. Un corso che non solo rifiuta la mediazione concertativa, ma attacca i diritti sindacali e la CGIL. Privandola sia della tradizionale sponda PD (ormai assimilato al renzismo), sia per effetto indiretto della sponda di Confindustria (salita sul carro vincente).
Parallelamente, il renzismo mette in un vicolo cieco la FIOM. L'apertura disinvolta del suo vertice dirigente al governo in cambio di un proprio riconoscimento politico/negoziale, non ha trovato né contropartite né sbocco, se non parzialmente sul piano dell'immagine. L'uso reciproco tra Landini e Renzi in funzione anti Camusso, è servito unicamente ad abbellire il profilo di un governo reazionario agli occhi dei lavoratori a tutto vantaggio di Renzi. Mentre il tentativo della FIOM di usare il renzismo per normalizzare le relazioni sindacali (anche con FIAT), o guadagnare un diverso terreno di concertazione (modello Electrolux) non ha aperto i varchi attesi.
Complessivamente di fronte a un processo e a un progetto di stabilizzazione sociale e politica reazionaria che ne mina ulteriormente ruolo e spazi, l'intera burocrazia sindacale, in tutte le sue articolazioni, è paralizzata dalla disfatta delle proprie politiche. A ulteriore vantaggio della stabilizzazione reazionaria.

IMPLOSIONE E CRISI DELLA SINISTRA POLITICA
Sul piano politico, il renzismo precipita la crisi di SEL. Le ragioni e lo spazio nazionali di una sinistra del centrosinistra sono minate dal nuovo corso autocentrato del renzismo e dal suo successo. Il bivio fra integrazione nel renzismo o opposizione al renzismo si è fatto più stretto. Una parte di SEL ha scelto la prima via, con l'avvicinamento alla stessa area di governo. La maggioranza ha scelto di preservare la propria autonomia formale e la propria opposizione di sua maestà per puntare a negoziare domani una ricomposizione del centrosinistra, anche nella forma di un ricambio di maggioranza di governo (SEL al posto di NCD). Ma la prospettiva di sbocco è del tutto aleatoria. Mentre la scissione indebolisce ulteriormente il potere negoziale di SEL. SEL è oggi, più di ieri, un partito a rischio disgregazione.
Parallelamente l'operazione Tsipras all'italiana, quale opposizione aclassista della “cittadinanza attiva”, è prigioniera delle sue contraddizioni. Il raggiungimento del quorum alle elezioni europee ha registrato una domanda di rappresentanza, in sé positiva, di un settore del popolo della sinistra. Ma non ha invertito la dinamica di declino elettorale della sinistra cosiddetta “radicale”. E soprattutto non ha definito una prospettiva. Tsipras resta una sommatoria di progetti e interessi diversi (“lista last minute” per SEL, rifugio di sopravvivenza per il PRC di Ferrero, arena di autopromozione di un cenacolo intellettuale liberal progressista cui le sinistre hanno consegnato le chiavi) senza che nessuno dei suoi soggetti costituenti abbia la forza e l'autorevolezza per affermare la propria egemonia e definire uno sbocco. Sia in termini di linea e collocazione politica verso il PD. Sia in termini di definizione della forma e natura della “nuova soggettività”. Ed anzi tutti i suoi soci fondatori sono attraversati da convulsioni interne e/o scomposizioni. In ogni caso, quali che siano le risultati possibili dell'operazione essa non si configura come polo di ricomposizione della rappresentanza politica del movimento operaio ma come polo di opposizione “democratica”.
Infine il progetto dell'area centrista di Rossa (quale amalgama senza principi di Sinistra Anticapitalista e Rete dei Comunisti) appare bloccato dalle sue contraddizioni genetiche, dalla autonomizzazione politica dei suoi soggetti costituenti, dalla stessa “attesa” dell'evoluzione di Tsipras.
Complessivamente, il segno prevalente della dinamica a sinistra, nell'ambito riformista e centrista, è dunque quello della implosione e della paralisi. Quale risultante di una bancarotta politica, che il nuovo scenario politico rende più evidente ed aggrava.
In questo quadro si colloca, negli ultimi mesi, la capacità dei diversi segmenti dell’area antagonista di segnare agende e tematiche della sinistra. Una capacità determinata in particolare da due elementi: un proprio radicamento, seppur limitato, in alcuni territori, in settori precari, studenteschi e giovanili; la tenuta di una propria forza di mobilitazione (riuscendo a costruire cortei di dieci-ventimila partecipanti), e quindi la possibilità di imporre all’attenzione nazionale alcuni appuntamenti (16 ottobre, 12 aprile, in potenza 11 luglio). Quest’area rimane dominata dalla presenza di diverse strutture organizzative, spesso di dimensione locale; dall’intrecciarsi di progettualità politiche contraddittorie se non contrastanti (negriane e postoperaiste; autonome di classe; anarchiche; ecc); da spiccati settarismi e competizioni tra i sui diversi settori. Nonostante questo, è evidente la sua capacità di fare circuito e di ricompattarsi in alcuni momenti, a partire da due elementi fondanti: la costruzione di un immaginario radicale, anticapitalista, “insurrezionalista” a partire dalla contrapposizione di piazza e dalla sua estetica (noTav, casa, migranti, logistica); l’alterità e la contrapposizione alle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, siano esse moderate o radicali, riformiste o rivoluzionarie.
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LA NOSTRA PROPOSTA DI MASSA: UN FRONTE UNICO DI CLASSE ANTICAPITALISTA
Di fronte al nuovo scenario politico, il PCL riafferma più che mai la propria linea e proposta di massa, classista e anticapitalista, per un governo dei lavoratori. In Italia e in Europa.
La svolta renzista è l'epilogo di una lunga crisi politica e istituzionale segnata dalla crisi capitalista e dall'assenza di un'iniziativa di classe indipendente del movimento operaio. L'assenza di una risposta di classe e anticapitalista alla crisi sociale e politica ha spianato la via a un processo reazionario. Renzismo e grillismo, sono aspetti diversi, su lati diversi, di questo processo. L'alternativa di fondo tra rivoluzione o reazione ha trovato un suo specifico riflesso nella vicenda italiana.
Tanto più oggi solo un'irruzione sulla scena del movimento operaio può bloccare la dinamica in atto e aprire una fase nuova. Solo un opposizione di classe, radicale e di massa, al governo Renzi e al padronato può contrastare il populismo di governo, allargare le contraddizioni del suo blocco sociale, ricomporre un blocco sociale alternativo. Solo il movimento operaio può sbarrare la strada alla Terza Repubblica. Rimuovere questa necessità, o in direzione di un'opposizione di cittadinanza “democratica”, o in direzione di una pura sommatoria antagonista senza baricentro classista, significa, tanto più oggi, rimuovere il nodo decisivo. E contribuire a una sconfitta non solo sociale ma anche democratica.
L'esigenza di una piattaforma generale di mobilitazione e di una prospettiva alternativa è posta dall'intero scenario politico. Di fronte al populismo di governo, una opposizione di classe non può giocare di rimessa. Deve dotarsi di una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti capace di indicare un'alternativa e di un'azione organizzata determinata a battersi per quella piattaforma. Senza sviluppare un riferimento complessivo alternativo, si rischia che più ampi settori di massa possano essere sedotti dai miraggi populisti. Gli 80 euro insegnano. O i lavoratori vedono un'alternativa o si aggrappano alle elemosine del sovrano.
Cancellazione del decreto Poletti, ritiro del piano scuola, cancellazione del decreto e del DDL sul pubblico impiego, blocco dei licenziamenti, ripartizione del lavoro, salario ai disoccupati, grande piano di nuovo lavoro in opere sociali finanziato dalla tassazione delle grandi ricchezze. Sono le prime proposte di rivendicazione per una piattaforma di vertenza generale e di mobilitazione immediata, da ricondurre ad una prospettiva anticapitalista. Una piattaforma di demarcazione classista, attorno a cui costruire e rivendicare il più ampio fronte unico di lotta del movimento operaio e attorno ad esso di tutti i movimenti sociali, in aperta contrapposizione al governo, al fronte padronale, a tutte le espressioni di populismo reazionario( a partire dal grillismo). In questo quadro vanno chiamate alle proprie responsabilità agli occhi dei lavoratori e innanzitutto della loro avanguardia tutte le organizzazioni della sinistra politica, sindacale, associativa, di movi-mento. La scandalosa passività di CGIL e FIOM di fronte al renzismo va denunciata per quello che è: il disarmo del movimento operaio da parte delle sue principali organizzazioni di fronte a un piano reazionario. Ha una valenza disastrosa non solo sul piano sindacale e sociale, ma anche su quello politico. La rivendicazione pubblica di una loro rottura col governo e di una loro mobilitazione contro il governo è parte della campagna politica di massa per il fronte unico di lotta.
La battaglia specifica e concentrata che si annuncia contro il piano scuola del governo, può essere un canale importante della proposta di mobilitazione generale contro Renzi. Come la necessaria campagna democratica contro il progetto di legge elettorale truffa e di riforma istituzionale.

L'INIZIATIVA POLITICA DEL PCL NELLA PROSSIMA FASE
Il nuovo quadro politico sociale conferma l'asse di costruzione indipendente del PCL definito dal congresso. Non vi sono scorciatoie disponibili nel processo della nostra costruzione, né sul versante delle dinamiche di massa, né nei processi di crisi e ricomposizione a sinistra. Il nostro compito essenziale è l'azione paziente e pianificata del nostro partito, e di tutte le sue strutture, sia sul versante essenziale della battaglia di massa e della centralità proletaria, sia su quello dell'intervento politico sulla crisi a sinistra. Al fine di consolidare la nostra organizzazione, sviluppare il suo radicamento, formare i suoi quadri. E prepararci a possibili svolte della situazione.
Nel quadro del nostro asse generale di intervento e delle indicazioni post congressuali definite dal precedente CC, si tratta di segnalare alcune specifiche occasioni della prossima fase.
Sul terreno dell'intervento di massa, assume grande rilevanza lo scontro annunciato in autunno sulla scuola pubblica. Sia in sé, rispetto alla dinamica politica, quale prima possibile prova di scontro sociale del nuovo governo. Sia per la nostra costruzione e radicamento. La commissione nazionale scuola e università del partito, e la stessa prossima conferenza studentesca, definirà l'articolazione dell'intervento del PCL: attorno all'indirizzo generale dell'unità e radicalità dell'opposizione al governo, del ritiro incondizionato del suo piano d'attacco, della autorganizzazione democratica e di massa del movimento stesso, del suo rapporto centrale con la classe operaia, della piattaforma anticapitalistica sulla scuola.
Sul terreno dell'intervento della crisi della sinistra, è necessario seguire la dinamica di crisi di SEL e del PRC, attorno all'esperienza Tsipras. Le assemblee pubbliche di Tsipras, nazionali e territoriali, e gli appuntamenti pubblici di SEL debbono essere occasione di nostro intervento. Nelle forme possibili, proporzionalmente alle forze disponibili ,e subordinatamente all'intervento di massa. Ma senza rimozione della battaglia politica sulla sinistra riformista, ai fini dello sviluppo del progetto marxista rivoluzionario.
Non è più differibile, nel PCL, la costruzione di un coordinamento politico dei nostri compagni e delle nostre compagne che militano nei sindacati di base. Entro il prossimo autunno ci proponiamo di tracciare il quadro dettagliato della nostra presenza nelle diverse organizzazioni, per creare un mo-mento di raccordo del nostro intervento in queste strutture sindacali attraverso una proposta di do-cumento elaborato in primo luogo dai dirigenti e dai militanti di queste organizzazioni sindacali, mili-tanti del partito.
Sul terreno dei movimenti e delle mobilitazioni antagoniste (dai noTav ai no Muos alla casa, agli appuntamenti nazionali promossi da questi circuiti), il PCL deve riuscire a sviluppare un proprio intervento. In questo ambito a lotta per la casa - quale luogo particolare di intercettazione di settori proletari o sottoproletari espulsi o marginalizzati dalla crisi- già rappresenta in alcune situazioni un terreno importante di intervento di nostri militanti o di nostre strutture. Su ognuno di questi terreni si tratta di contrapporre nelle lotte una linea classista e rivoluzionaria alle mitologie insurrezionaliste, postoperaiste, semplicemente antagoniste di questi settori. Nel quadro di una centralità di classe nell’analisi e anche nell’intervento del partito. E’ solo la forza della concentrazione e dell’organizzazione che il capitale (e la lotta contro il capitale) sviluppa nella classe operaia che permette la costruzione non solo di un antagonismo, ma di un processo rivoluzionario. Per questo poniamo al centro del nostro intervento, come Partito Comunista dei Lavoratori, la priorità negli interventi nella classe nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.
Parallelamente l'esperienza del “contro semestre popolare” contro la UE si presenta come esperienza di fronte unico di fase, fondamentalmente con organizzazioni centriste. Non un fronte unico “strutturato” come ambiva ad essere il Comitato No Debito, attorno a elementi avanzati di piattaforma (abolizione del debito, nazionalizzazione delle banche..), ma un fronte unico d'azione (manifestazioni, denunce, assemblee e convegni, nazionali e locali), attorno a una piattaforma minima comune, obiettivamente più arretrata. Dobbiamo partecipare, da forza promotrice, a questa esperienza unitaria, dentro la politica e proposta più generale di fronte unico di classe contro il governo e la UE. Ma senza subordinarci a una logica di “blocco politico di propaganda” con organizzazioni centriste. E invece ponendo, nelle forme di volta in volte opportune, la nostra demarcazione programmatica e il profilo indipendente della nostra proposta rivoluzionaria( rifiuto delle illusioni riformiste sull'”Europa sociale”, delle mitologie nazional monetariste o euro mediterranee, dello sciovinismo anti tedesco, rivendicazione degli Stati uniti socialisti d'Europa). Il peso e le forme della nostra partecipazione alle diverse iniziative unitarie sono variabile dipendente della nostra battaglia di sul terreno centrale della lotta di classe e di massa.
La caratterizzazione internazionalista rivoluzionaria del nostro intervento si presenta centrale in relazione agli attuali punti di crisi politica internazionale: a partire dalla questione ucraina e dalla Palestina. Sia sul terreno del politico generale, sia su quello complementare della battaglia politico programmatica nell'avanguardia. In particolare, come indicato al Congresso, l'anti sionismo rivoluzionario va fatto emergere come uno degli elementi caratterizzanti del profilo pubblico del PCL e della sua demarcazione a sinistra.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

FERMIAMO LA MULTINAZIONALE MONSANTO NELLA PROVINCIA DI CORDOBA-ARGENTINA

Il Partito Comunista dei Lavoratori e la commissione ambiente del suo Comitato Centrale sostiene la campagna intrapresa dal Frente di Izquierda y de Los Trabajadores e dalla sua deputata Cintia Frencia alla legislatura provinciale di Cordoba contro la multinazionale americana MONSANTO.
La compagna Cintia ha subito l’ attacco diretto del Governo Kirchner perché ha apertamente denunciato la “legge Monsanto” che permette alla multinazionale di avere dei depositi materiali altamente tossici nella provincia di Cordoba. Non solo ma Cintia Frencia ha messo alla luce accordi tra le Università e gli interessi della Monsanto. Esponenti del governo provinciale si sono riuniti in segreto appositamente per studiare sanzioni e limitazioni politiche alla compagna del FIT. E’ stato ordito ad arte un processo politico basato su falisità . Il governatore De la Sota ed il vice presidente ad interim della camera Oscar Gonzales hanno intrapreso una vera campagna stampa di calunnie contro la compagna e lo stesso FIT con l’ accusa di istigazione alla violenza per le proteste di piazza contro la Monsanto.
In questi giorni i compagni del FIT e la compagna Cintia Frencia sono fortemente impegnati nelle azioni di protesta contro la Monsanto e la natura devastante di questa multinazionale.
Il PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI è solidale con l’ azione coraggiosa della compagna Cintia Frencia, e con i compagni del FRENTE DI IZQUIERDA Y DE LOS TRABAJADORES. Conosciamo quali interessi ci siano dietro la multinazionale Monsanto e lo spirito imperialista della stessa anche qui in Europa. La campagna intrapresa per la diffusione generalizzata degli OGM ne è la prova lampante. Ogni tentativo per bloccare il FIT argentino nella sua azione di denuncia deve essere fermato. Il PCL informerà i suoi militanti e l’ opinione pubblica italiana degli sviluppi della lotta del FIT contro la Monsanto e il governo Kirchner e in difesa del suo mandato popolare.
Cintia
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Detengamos la multinacional Monsanto en la provincia de Cordoba – ARGENTINA
El Partido Comunista de los Trabajadores (Italia) y la comisiòn ambiente de su Comitè Central apoya la campana emprendida por el Frente de Izquierda y de los Trabajadores y su diputada Cintia Frencia en la legislatura provincial de Cordoba contra la multinacional americana Monsanto.
La companera Cintia ha sufrido el ataque del Gobierno Kirchner porque ha denunciado abiertamente la “ley Monsanto” que permite a la multinacional de tener depositos de materiales altamente tòxicos en la provincia de Cordoba. No solo, Cintia Frencia ha sacado a la luz acuerdos entre las Universidades y los intereses de Monsanto.
Exponentes del gobierno provincial se han reunido en secreto a propòsito para estudiar sanciones y limitaciones politicas en contra de la companera del FIT. Se ha planificado con arte un proceso politico basado en falsedades.
El gobernador De la Sota junto con el vice presidente de la càmara Oscar Gonzales han empezado en la prensa una verdadera campana de mentiras contra la campana del mismo FIT con la acusaciòn de instigaciòn a la violencia por las protestas en la calle en contra de Monsanto.
En estos dias los companeros del FIT y la companera Cintia Frencia esta fuertemente empenados en las acciones de protestas contra la Monsanto y la neturaleza devastante de esta multinacional.
El Partido Comunista de los Trabajadores se solidariza con la valiente accion de la companera Cintia Frencia y con los companeros del Frente de Izquierda y de los Trabajadores.
Conocemos cuales son los intereses que estan detras de la multinacional Monsanto, y el espiritu imperialista de la misma tambien aqui en Europa. La campana emprendida para la difusion generalizada de los OGM es la prueba tajante. Cada tentativo para bloquear el FIT argentino en su accion de denuncia debe ser bloqueado.
El PCL informarà sus militantes y la opinion publica italiana de los desarrollos de la lucha del FIT contra la Monsanto y el Gobierno Kirchner y en defensa de su mandato popular.
Ruggero Rognoni
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
(Commissione Ambiente - Comitato Centrale)

Ucraina, tra guerra e reazione. Intervista a Yuri Shakhin, Proty techii (Controcorrente)

La situazione ucraina è di nuovo sull'orlo di un'ulteriore precipitazione. Mentre l'obiettivo dell'assedio finale ad est potrebbe risolversi in una resa dei conti, in stile ceceno, senza possibilità di uscita per Donetsk, una permanente guerriglia a bassa tensione è ciò che resta e che minaccia costantemente la tregua seguìta ad una battaglia strategica come quella di Mariupol', porto sul mare di Azov, prima offensiva che sia mai stata tentata da Donetsk, a fine agosto. Il tutto mentre Poroshenko lavora al coinvolgimento della NATO e fa sfoggio di volontà revansciste ("La Crimea tornerà ad essere ucraina").
Degli sviluppi degli ultimi mesi ad est e ad ovest e dell'intera situazione abbiamo parlato a fine agosto, in occasione del campeggio internazionalista del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, in Turchia, con Yuri Shakhin dell'organizzazione marxista rivoluzionaria Proty techii (Controcorrente), vicina al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

Qual è la situazione generale dell'Ucraina occidentale e del sud? Come descriveresti la fase attuale?

Dopo la vittoria di Maidan e l'annessione russa della Crimea, c'è stata nell'Ucraina centro-occidentale e del sud una grande ondata di nazionalismo e di patriottismo. Il governo temporaneo di Yatseniuk l'ha utilizzata con molta sapienza, ai suoi fini, per unire tutto il popolo ucraino attorno ad esso. Insomma, per legittimarsi e rafforzarsi. Hanno fatto in modo che le attività e le manifestazioni antigovernative venissero viste come attività organizzate e gestite direttamente da Putin. In estate questa ondata di nazionalismo è ulteriormente aumentata. Ogni dimostrazione di opposizione è stata dichiarata ostile in quanto "russa". Questa propaganda ha avuto effetto ed è penetrata tra i cittadini. Ad esempio, in molti ad Odessa pensano seriamente che i morti della strage del 2 maggio fossero davvero agenti russi. L'opinione pubblica pensa che in questo momento l'Ucraina sia aggredita dalla Russia, che sia la Russia ad attaccare.

In questo quadro, qual è l'azione e il ruolo delle opposizioni al regime di Kiev?

Le opposizioni, nell'ovest, nel centro e nel sud del Paese, esistono sono solo su internet. Ma il governo sta correndo ai ripari. Ormai il governo controlla tutto, tutti i mezzi di comunicazione, nazionali ma anche regionali. In ogni caso, le mobilitazioni di massa che ancora c'erano in primavera, adesso non ci sono più. Adesso stiamo assistendo a manifestazioni contro la guerra, che poi sono l'unico genere di manifestazioni che hanno luogo. Queste manifestazioni sono di due tipi: c'è chi protesta contro la guerra in quanto tale e chi protesta contro la partecipazione dei propri parenti alla guerra. Il secondo tipo di manifestazione è molto diffuso. Il governo non dà informazioni su queste proteste. Ciò che è interessante è vedere che queste manifestazioni avvengono nelle provincie dell'estremo ovest, in città come Chernivtsi, Verkhovyna, Berehove, Lviv, città dove non solo non c'è mai stato nessun tipo di manifestazione di opposizione dopo Maidan, ma che anzi avevano fornito supporto attivo a Maidan, dato che molti supporter venivano da lì. Mentre adesso vedono che il governo non fa gli interessi dei lavoratori, ma che invece li manda in guerra.

Quali sono le posizioni espresse da questi manifestanti?

La gente dice: "Siamo patrioti, ma non vogliamo combattere", oppure: "Date armi buone ai nostri figli". La legge ucraina stabilisce che i soldati debbano ricevere salari alti, e in caso di morte, che debbano ricevere una cospicua ricompensa. Ma il fatto è che il governo di Kiev non ha soldi, per cui non possono stipendiare i soldati. Quindi il governo cerca di aggirare la cosa dicendo che i soldati sono volontari. Cioè facendo figurare l'esercito regolare come esercito di volontari. Il governo ha organizzato tre grandi campagne di reclutamento. L'ultima è iniziata alla fine di luglio. La prima era stata a marzo, ed aveva avuto un certo successo. Quella di luglio invece, si è risolta quasi in un fallimento. Gli uomini fuggono per non essere costretti alle armi. L'apparato dell'esercito è costretto a cercare i "volontari" e a farli reclutare con la forza.

A quale apparato ti riferisci?

Parlo dell'apparato dell'esercito statale, regolare. L'esercito ucraino è stato indebolito con la fine dell'URSS. L'Ucraina decise di dismettere e depotenziare l'esercito e di aumentare e potenziare la polizia, che infatti è molto forte. Come Controcorrente, abbiamo condotto un'indagine in materia, e ne abbiamo dedotto che i governi ucraini post-sovietici hanno coscientemente perseguito questo obbiettivo perché volevano prepararsi a gestire la situazione interna, a sorvegliare e reprimere la popolazione ucraina.

Qual è l'attività, ad oggi, di Svoboda e Pravyi Sektor?

Oggi la loro attività è concentrata sulla guerra ad est. I loro militanti sono nel Donbass. In questo mese (agosto, ndr) sono stati riconosciuti e legalizzati i loro gruppi armati, che sono stati irregimentati nella polizia. In pratica, alle loro milizie sono stati conferiti i gradi della polizia e svolgono funzioni di polizia. Nel resto del Paese, centro, ovest e sud, Svoboda e Pravyi Sektor non sono più presenti come in primavera; la loro attività in queste zone è diminuita.

Puoi parlarmi della situazione di Donetsk e Lugansk?

Ciò che viene conosciuto con i nomi di Repubblica Popolare di Donetsk e Repubblica Popolare di Lugansk è nei fatti una federazione, dal momento che hanno trovato una loro unità, in primo luogo di funzione difensiva, e si sono autodenominati Federazione della Nuova Russia. A livello politico ci sono differenze fra loro, ad esempio fra le loro costituzioni. Quella della repubblica Popolare di Donetsk è simile alla costituzione sovietica del 1977. Queste "repubbliche" non hanno avuto tempo e modo di sviluppare un apparato amministrativo civile. C'è una prevalenza dell'apparato militare, anche rispetto alle funzioni amministrative civili. I leader dell'apparato militare sono allo stesso tempo i leader politici. Non ci sono partiti politici veri e propri, in quanto l'aspetto militare, legato alla necessità della resistenza contro il governo di Kiev e i fascisti, prevale sugli aspetti della vita politica. Il pericolo, in questa situazione di emergenza, è che si formino regimi autoritari. Erano previste elezioni a settembre, indette a maggio. All'interno delle Repubbliche Popolari ci sono posizioni e orientamenti politici differenti. Sappiamo che a Lugansk si è formato di nuovo il Partito Comunista (il PCU, Partito Comunista Ucraino, di tradizione nazional-stalinista, perseguitato dopo Maidan, ndr). Il presidente del Parlamento della RPD è un ex PCU. Anche Borot'ba è presente, e ha deciso di cambiare nome in Movimento Comunista della Nuova Russia.

Nell'evoluzione che a partire da Maidan ha portato alla formazione delle Repubbliche, che tipo di rapporto c'è stato e c'è tra le Repubbliche, appunto, e la popolazione locale?

Subito dopo Maidan all'est nessuno voleva la guerra. All'inizio dell'insurrezione la maggior parte della popolazione era passiva. Ma quando l'esercito ucraino iniziò ad attaccare, la situazione cambiò in fretta. Il sostegno della popolazione cominciò a manifestarsi. Si calcola che oggi le Repubbliche godano, sul piano militare, di circa ventimila miliziani.

E prima dell'attacco del governo quanti erano i miliziani?

Fino a maggio fra i tre e i cinquemila.

E i lavoratori come hanno reagito? Che rapporto c'è con l'insurrezione?

Anche i lavoratori erano passivi, fino alla formazione delle Repubbliche. Le prime attività di una certa consistenza risalgono a fine maggio, dopo la proclamazione d'indipendenza, con le prime manifestazioni a favore delle Repubbliche. A partire da allora, i lavoratori hanno iniziato a partecipare attivamente alle milizie. Il primo segnale di una presenza sociale dei lavoratori arriva con le dichiarazioni dei minatori, e con la lettera aperta di luglio. Il proletariato della regione ha sin da subito manifestato per la fine della guerra. In queste dichiarazioni i lavoratori hanno chiesto quale fosse lo scopo vero di questa guerra, ma nessuno ha risposto loro, neanche ad est.

Si può parlare di sostegno politico dei lavoratori alle Repubbliche Popolari e alle loro dirigenze?

Come ho già detto, c'è diversità di posizioni all'interno delle Repubbliche. I lavoratori, pur essendo schierati dalla parte della resistenza al governo di Kiev, non trovano risposta ai loro interessi. Anche se hanno consentito a Borot'ba di gestire alcune fabbriche e di combattere all'interno delle milizie, i vertici degli insorti hanno altre posizioni. Parlando delle nazionalizzazioni e del controllo operaio, Aleksandr Zakharchenko, il Primo Ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, in parlamento si è rivolto ai comunisti dicendo: "Non sperate di fare come in URSS!"

Come si spiega, allora, che il sostegno alle Repubbliche continui ad essere garantito, da parte dei lavoratori? Come è possibile che ci sia questo contrasto fra la base e i vertici?

Si spiega con il fatto che la leadership politico-militare delle Repubbliche Popolari è fondamentalmente piccolo borghese. E ciò spiega anche la presenza fra gli insorti e nella stessa leadership di posizioni grandi russe e di estrema destra. Ciò costituisce la principale contraddizione politica all'interno delle repubbliche, e se i lavoratori prenderanno l'iniziativa sarà motivo di una tensione sempre maggiore.
donetsk
Qual è la visione che Controcorrente ha della Russia?

La Russia è essa stessa parte delle tensioni e delle contrapposizioni che si accumuleranno fra gli interessi del proletariato e la politica seguita dai vertici delle Repubbliche Popolari.

Voi avete definito la Russia stato imperialista.

Sì, per noi il completo ristabilimento della proprietà privata e lo sviluppo del capitalismo hanno portato la Russia ad essere uno stato imperialista. Oggi la Russia ha raggiunto un livello di allargamento del proprio capitale interno e della propria produzione che gli consente di esportare merci e capitale al di fuori dei suoi confini.

C'è chi sostiene che non basti l'esportazione di merci e capitale per caratterizzare un Paese come imperialista.

È vero, ma nel caso della Russia noi vediamo che, oltre a ciò, il capitale industriale è strettamente connesso al capitale bancario non solo russo, ma mondiale. E questo, secondo Lenin, è una delle caratteristiche distintive dell'imperialismo.

Per concludere, come dovrebbero intervenire in questa situazione i rivoluzionari? E come valuti lo sviluppo dello scontro con il governo?

Bisogna intervenire tra i lavoratori e nella base attiva delle Repubbliche Popolari, tenendo però conto delle difficoltà di cui ho parlato. Ma il fronte va allargato ad ovest. È necessario che all'iniziativa dei lavoratori dell'est si unisca il proletariato dell'ovest. È difficile dire quale sarà il corso degli eventi, ma non penso che, in queste condizioni, le Repubbliche potranno resistere ancora per più di un anno o un anno e mezzo.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

IMPERIALISMO E SINISTRE “PACIFISTE” DI FRONTE ALLO STATO ISLAMICO. LA CONCORRENZA DELLE IPOCRISIE. L'ALTERNATIVA DEI RIVOLUZIONARI.

Di fronte alla minaccia del Califfato, USA Gran Bretagna e Francia, professano un improvviso fervore “democratico”. Commovente.

Sono gli stessi protagonisti ed eredi dell'interventismo coloniale in Medio Oriente. Quelli che un secolo fa disegnarono i suoi confini con penna e compasso in una pura logica di spartizione senza alcuno scrupolo per i diritti nazionali dei popoli . Quelli che hanno protetto e sostenuto il colonialismo sionista e il suo terrore anti palestinese. Quelli che hanno negato e calpestato ogni diritto di autodeterminazione del popolo kurdo. Quelli che hanno sorretto e sorreggono le peggiori dinastie reazionarie della regione, a partire dalla monarchia saudita. Quelli che prima hanno difeso e protetto il regime reazionario di Saddam quando gasava i “propri” kurdi, per il solo fatto che si contrapponeva alla “destabilizzazione” khomeinista; poi l'hanno attaccato quando sfuggì al proprio controllo ( invasione del Kuwait), promuovendo un embargo totale criminale contro il popolo irakeno -targato ONU -che ha fatto in dieci anni 500.000 morti, in prevalenza bambini, donne e anziani; infine l'hanno rovesciato con una seconda guerra criminale di occupazione, corredata da innumerevoli brutalità ( Falluia, Abu Graib...) puntando ad installare un proprio regime fantoccio: con un'operazione talmente maldestra, persino dal punto di vista imperialista ( scioglimento della vecchia struttura statale, umiliazione dei sunniti..) da innescare uno stato di crisi politica permanente e incontrollata dell'Irak, segnata da una spaventosa guerra settaria interreligiosa. La stessa che oggi ha spianato la strada allo sfondamento dell'Isis, alimentato non a caso dall'innesto di forze e tribù sunnite e di forze politico militari “saddamiste”.

Del resto la credibilità “democratica” degli imperialismi- incluso l'imperialismo italiano- è misurata dal loro nuovo alleato arabo in Nord Africa: il regime militare egiziano di Al Sisi. Che condanna a morte o a pene senza fine migliaia di oppositori, ma col quale fanno passerella tutti i governanti “democratici”, a partire naturalmente dal pavone Renzi. I quali pensano oltretutto di affidare a questa dittatura militare ricostruzione e gestione dei campi lager per i profughi in Nord Africa, già a suo tempo appaltati a Gheddafi, con allegati stupri e torture.

Sarebbero questi i difensori occidentali dalla “democrazia” in Medio Oriente? In realtà ogni nuovo intervento militare imperialista in terra araba - sia esso in Irak, in Siria, in Libia- è e sarebbe solo l'ennesimo capitolo di una secolare storia coloniale. La responsabile dell'attuale catastrofe.


LA SINISTRA “PACIFISTA”, FRA IPOCRISIA , INGENUITA'.... E ONU

Ma l'ipocrisia dei governi imperialisti si combina con l'ipocrisia delle sinistre di “opposizione”, come dimostra lo scenario italiano.
kurde

“ Niente armi ai kurdi” gridano in coro i dirigenti di SEL. “Non alimentiamo il mercato delle armi.., ... promuoviamo la cultura della pace non della guerra... non deleghiamo ai kurdi la soluzione della crisi irakena perchè favoriremmo la disgregazione del Medio Oriente.., intervenga l'Onu anche con una forza armata di interposizione per promuovere una conferenza di pace”.. Eccetera. “Pace” è la bandiera comune.

Singolare. Intanto è singolare che a sbandierare la pace siano gruppi dirigenti della sinistra che quando avevano ministeri e sottosegretari votavano religiosamente missioni di guerra, aumento delle spese militari, finanziamento delle missioni del proprio imperialismo. Ma singolari sono innanzitutto le loro posizioni di merito. In tutte le loro varianti.

Affidamento all'”intervento dell'Onu”?
Ma l'Onu è la copertura diplomatica dell'imperialismo. Il suo intervento sarebbe possibile solo nel caso dell'accordo fra i vari briganti che compongono il suo Consiglio di Sicurezza, come del resto è avvenuto più volte nelle guerre imperialiste degli ultimi 20 anni. Ma proprio per questo sarebbe l' ennesimo intervento mascherato del colonialismo, fosse pure in vesti “umanitarie”. Altro che “pace”. Un pacifismo ostile alla “armi ai Kurdi” che però rivendica un intervento “anche armato” dell'Onu, rivela non solo spericolate contraddizioni ideologiche, ma la propria subordinazione alla peggiore finzione diplomatica dell'imperialismo e del suo militarismo: quella della “neutralità” delle Nazioni Unite.

“Offriamo aiuti alimentari, non armi”.
Sentimento nobile, spesso autentico. Ma perchè cibo, acqua ed armi sarebbero in contraddizione tra loro ? Centinaia di migliaia di kurdi e di profughi hanno la possibilità di bere e alimentarsi se intanto sopravvivono . E sopravvivono se possono difendersi con le armi dall'aggressione militare genocida del Califfato. Il fatto che gli imperialisti utilizzino questa evidenza per coprire le proprie mire e giustificare un possibile ( inaccettabile) intervento militare diretto, non cancella la sua verità. Semmai dimostra il cinismo imperialista. Viceversa contrapporre il “diritto al cibo” al “diritto alle armi” significa non solo negare l'evidenza, ma dare perciò stesso spazio e credibilità proprio alle manovre imperialiste e alla loro cinica propaganda.

“Non possiamo delegare ai kurdi la soluzione, perchè favoriremmo la disgregazione generale del Medio Oriente”.
Ma il Medio Oriente come lo conosciamo non è quello disegnato dalle vecchie potenze coloniali contro i popoli del Medio Oriente? Certo , la realizzazione del diritto di autodeterminazione kurda, con l'unificazione di un Kurdistan indipendente, è incompatibile con la geografia di questo Medio Oriente. Ma non è una ragione in più per mettere in discussione quella geografia imperialista ? O dovremmo farci paladini dell' ordine medio orientale imperialista nel momento stesso in cui sta crollando ? Difendere il tracciato, riga e compasso, delle vecchie potenze coloniali non rientra in ogni caso fra i compiti dei comunisti. E' semmai un'eredità ideologica della tradizione stalinista del dopoguerra. Quella che ha disarmato il movimento operaio arabo e del Medio Oriente.

In realtà la sommatoria di pacifismi ideologici e conservatorismi riformisti misura la subalternità delle sinistre all'ordine capitalista internazionale, nel momento stesso della sua massima crisi di governabilità. Ciò che contribuisce a lasciare campo libero ai peggiori movimenti reazionari, anche fra larghe masse di sfruttati e diseredati. In terra araba come in Europa.


ARMI AI KURDI, CONTRO L'IMPERIALISMO E LA SUA “GEOGRAFIA” DEL MEDIO ORIENTE

L'intera drammatica “crisi irakena” va affrontata, all'opposto, da un'angolazione antimperialista e rivoluzionaria.

Si, “armi ai Kurdi”, contro ogni vaniloquio ideologico “pacifista”. Ma senza alcuna subordinazione ai progetti dell'imperialismo, ed anzi in aperta contrapposizione ai suoi disegni.

“Armi ai Kurdi”, non al governo irakeno e alla Stato Irakeno come preferirebbero gli imperialisti. “Armi a tutte le forze kurde”, senza alcuna discriminazione del PKK e del Partito Democratico del Ryova siriano, come vorrebbero rispettivamente il regime bonapatista di Ergodan e il regime totalitario di Assad. Perchè i Kurdi hanno bisogno drammatico e incondizionato di difendersi armi in pugno. Perchè oggi sono sul campo la principale barriera resistente all'avanzata del Califfato sia in Irak che in Siria. Perchè un obiettivo rafforzamento del movimento nazionale kurdo ha una valenza storica progressiva . Perchè lo sviluppo di un movimento di liberazione nazionale di 30 milioni di Kurdi, oggi dispersi ed oppressi in Turchia, Siria, Irak, Iran, rappresenterebbe un enorme incoraggiamento alla lotta di liberazione di tutte le nazionalità oppresse, non solo in medio oriente. E quindi un formidabile grimaldello antimperialista.

Ma “gli imperialisti oggi aiutano i Kurdi” obietta qualcuno.
No. Una verità incompleta è una falsità, come diceva Spinoza. Gli imperialisti “aiutano” i kurdi solo nella misura in cui si subordinano agli interessi dell'imperialismo. Vogliono usarli oggi come strumento di contenimento dell'Isis, a fronte del totale fallimento delle proprie politiche. Ma al tempo stesso si oppongono ai loro diritti di autodeterminazione, al punto da centellinare e condizionare ad ogni passo gli stessi modesti aiuti militari ( come lamentano gli stessi kurdi). E' una ragione per opporsi alle “armi ai kurdi”? No, è una ragione per opporsi ai disegni imperialisti . E' una ragione per rivendicare che la resistenza armata dei kurdi all'Isis si trasformi in una lotta generale del popolo kurdo, al di là dei confini, per un Kurdistan unito e indipendente. Ciò che è possibile solo in contrapposizione all'imperialismo, a tutte le borghesie nazionali della regione, allo stesso governo borghese kurdo di Barzani in nord Irak ( unicamente interessato alle proprie rendite petrolifere e al negoziato col governo centrale irakeno); e in alternativa alla leaderschip e alla politica del PKK (chiusa in una logica nazionale di negoziato con lo Stato turco). Difendere coerentemente la causa kurda non significa sposare le direzioni politiche kurde. Al contrario: significa entrare in collisione con tutta la loro politica da un versante classista e internazionalista.

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LA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE QUALE UNICA PROSPETTIVA STORICA PROGRESSIVA

La lotta contro il Califfato ed ogni forma di panislamismo reazionario, il sostegno pieno alla resistenza kurda e al diritto di autodeterminazione kurda , la denuncia e sconfitta delle mire imperialiste , l'appoggio coerente ai diritti nazionali del popolo palestinese contro lo stato sionista d'Israele e per la sua distruzione, ripropongono nel loro insieme e da ogni lato, la centralità di una prospettiva socialista in Medio Oriente. La sola che può liberare la terra araba e l'intera regione dalla prigione del colonialismo, dalle sue mostruose eredità ( sionismo) , dagli effetti tragici dei suoi stessi fallimenti ( fascismo islamico) . Non saranno gli imperialisti “democratici” né le borghesie arabe e medio orientali a garantire i diritti dei popoli oppressi della regione. Solo la classe operaia araba e medio orientale, ponendosi alla testa di tutti gli sfruttati e di tutti i popoli oppressi, può costruire un nuovo Medio Oriente: contro l'imperialismo, contro le borghesie nazionali e i loro regimi ( vecchi o nuovi, confessionali o laici). La prospettiva dell'unità araba, laica e socialista, e di una federazione socialista dell'intero medio oriente è l'unica alternativa storica progressiva al disfacimento in corso della vecchia geografia della regione. La parabola delle rivoluzioni arabe e l'attuale precipitazione islamico reazionaria sono la riprova di questa verità.

L'alternativa fra rivoluzione e reazione segna più che mai- in forme e a livelli diversi- l'intero quadrante internazionale. La costruzione contro corrente di una sinistra rivoluzionaria all'altezza di questa sfida d'epoca è all'ordine del giorno. La lotta per la rifondazione della Quarta internazionale, marxista e rivoluzionaria, non è un omaggio “ideologico” al passato, ma una drammatica necessità del presente , e un investimento decisivo nel futuro.
                                                                                                                        MARCO FERRANDO

L'ITALIA NELLE MANI DI UN BULLO ANTI OPERAIO E’ L’ORA DELLA LOTTA DI CLASSE CONTRO IL RENZISMO

Dopo sei mesi di Renzi parlano i fatti. “Passo dopo passo”.

Gli 80 euro sono pagati sia da coloro che li hanno ricevuti sia da lavoratori e pensionati esclusi, sotto forma di Tasi, addizionali fiscali, tagli sociali imponenti su servizi, lavoro, sanità ..: 32 miliardi di tagli annunciati in 3 anni!.

La disoccupazione dilaga in tutta Italia (42% tra i giovani); fabbriche e aziende continuano a chiudere una dopo l'altra o a espellere migliaia di operai (Alcoa, Thissen, Merloni, Alitalia, Lucchini..); contratti a termine senza causali e senza limiti diventano il destino di una generazione (decreto Poletti); si annuncia completa libertà di licenziamento senza giusta causa per i neo assunti (Job Act).

Milioni di lavoratori del settore pubblico restano senza contratto (da sei anni!); si mantengono i tagli imponenti alla scuola pubblica degli anni passati (9 miliardi) e si paga una parziale “assunzione” di precari con l'abolizione degli scatti di anzianità; mentre l'istruzione diventa sempre più cara per studenti e famiglie e un boccone sempre più interessante per il business d'impresa. 


La sostanza? Molto semplice: milioni di lavoratori, precari, studenti, disoccupati, anziani, “poveri”, pagano di tasca propria sia i costi delle truffe elettorali di Renzi, sia i costi dell'assistenza al capitale finanziario (italiano e europeo) che Renzi assicura.

Mentre il Premier vuole mettere al riparo le proprie fortune di aspirante Bonaparte (e la continuità della rapina sociale) con una riforma istituzionale che consentirebbe a chi ha il 20% dei voti di controllare Parlamento, Governo e Presidenza della Repubblica. Un’enormità!. Un uomo solo al comando, al servizio dei capitalisti e delle proprie ambizioni!

Questa valanga va fermata. Ma è necessario per questo cambiare aria a sinistra .

I gruppi dirigenti della sinistra italiana offrono uno spettacolo scandaloso. La burocrazia dirigente della CGIL, già complice di tante svendite, subisce senza reagire l'umiliazione quotidiana e sfottente di un bullo. Landini continua a proporsi addirittura come sponda sindacale di Renzi, magari sognando di diventare un domani - con la sua benedizione - segretario della Cgil. Nichi Vendola supplica di essere richiamato alla corte del centrosinistra, offrendo a Renzi la dote di Sel e dei suoi assessori in vista delle prossime elezioni regionali. Tutti pensano, insomma, a come sopravvivere (o fare fortuna) all'ombra del Sovrano . Nessuno pensa e agisce dalla parte dei “sudditi” contro il Sovrano, per un’alternativa di società e di potere.

Questa è invece la svolta necessaria. Non sta scritto da nessuna parte che il destino di milioni di lavoratori, studenti, precari, disoccupati, sia quello di subire in silenzio la dittatura di una piccola minoranza di industriali e di banchieri, e l'arroganza di un furbastro che amministra i loro interessi. Né certo l'alternativa è quella dei milionari Grillo e Casaleggio, che vogliono la chiusura dei posti di lavoro in cambio di un salario di cittadinanza di 600 euro per i licenziati e una Repubblica plebiscitaria via Web sotto il proprio controllo. Un progetto reazionario.

L'alternativa vera può essere costruita solo dai lavoratori stessi: contro i capitalisti, i loro governi, i loro partiti e tutti i loro ciarlatani di complemento. E' possibile: unendo innanzitutto le forze degli sfruttati in una lotta vera, radicale, di massa, attorno ad una piattaforma unificante delle loro ragioni e rivendicazioni, promossa da una assemblea nazionale di delegati eletti. Una lotta che metta sul campo, sino in fondo, la forza del lavoro, superando ogni frammentazione e dispersione.

Sedici milioni di lavoratori salariati, precari, disoccupati possono rivoltare l'Italia come un calzino, esprimere un proprio governo, concentrare nelle proprie mani il potere, liberare la società dal capitalismo.

Ma c'è bisogno di un partito di avanguardia che costruisca in ogni loro lotta la coscienza di questa forza.

Questa è la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori. L'unico che non ha mai tradito gli operai.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

UN CORSO POLITICO REAZIONARIO



Prog reaz

Il governo carica sul groppone dei lavoratori i costi dei patti finanziari europei e delle truffe elettorali di Renzi : la somma fa 20 miliardi di tagli. Una enormità.

La sanità sarà chiamata a pagare la riduzione delle tasse per il padronato ( Irap), già beneficiato della massima precarizzazione del lavoro ( Decreto Poletti) e dalla annunciata liquidazione di ciò che resta dell'articolo 18 ( Yob act).

L'ennesima “riforma della scuola” produrrà nuovi tagli sull'istruzione pubblica e la sua riduzione a mercato aziendale, sommati all'impoverimento ulteriore degli insegnanti.

La riforma elettorale e istituzionale servirà a mettere la rapina al riparo della caduta annunciata del consenso: consentendo governi privi di consenso e la falcidie delle opposizioni, con reciproca soddisfazione per gli interessi dei capitalisti e per le ambizioni di un aspirante Bonaparte.

Siamo in presenza di un corso politico reazionario sempre più scoperto. Se metà delle misure varate o annunciate le avesse intraprese Berlusconi, saremmo all'accusa di golpe e all'”emergenza democratica”. Invece procedono nel silenzio con targa PD... e col sostegno di Berlusconi.

Cosa aspettano le sinistre italiane, politiche e sindacali, a mobilitare i lavoratori, alzare una diga, promuovere un'alternativa? Se aspettano sulla riva del fiume il cadavere politico di Renzi vedranno passare il loro. Se cercano una chiamata a corte, in cambio della non belligeranza, diventeranno corresponsabili della deriva reazionaria... senza ottenere neppure udienza.

La necessità di un altra direzione del movimento operaio e sindacale è posta drammaticamente dalla realtà dei fatti. Ogni giorno di più.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI