martedì 31 gennaio 2012

IL CAPITALISMO E' FALLITO IL RIFORMISMO ANCHE COSTRUIAMO IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE

CAMPAGNA DI TESSERAMENTO 2012 DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Guardiamo in faccia la realtà.
Per trentanni le classi dirigenti d'Europa hanno imposto ovunque enormi sacrifici sociali , con l'argomento che avrebbero garantito un futuro migliore ai “giovani”. E' accaduto l'opposto. Le nuove generazioni sono state condannate al precariato, i loro diritti negati, le loro future pensioni distrutte, mentre capitalisti e banchieri si sono arricchiti per decenni come mai in precedenza.

Oggi, di fronte alla grande crisi del capitalismo , le stesse classi responsabili della bancarotta chiedono alle proprie vittime sacrifici ancor più pesanti, con l'argomento che assicureranno l' “uscita dalla crisi” e il “futuro dell'Europa”. Accade l'opposto. Dopo cinque anni la crisi permane , l'Unione Europea delle banche si avvita nella recessione, mentre sprofondano le condizioni di vita dei salariati e di larga parte della popolazione.

La verità è che i lavoratori e la maggioranza della società sono ostaggio di un sistema fallito. Non c'è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi sociale dell'Europa senza il rovesciamento delle sue classi dirigenti, in ogni paese e su scala continentale. Tutti i tentativi di aggirare questa verità; tutte le “ricette” e “soluzioni” che vorrebbero conciliare il capitalismo con la “giustizia sociale” sono semplicemente una truffa, comunque si chiamino: “Europa sociale e democratica”, “nuovo modello di sviluppo”, Eurobond”, “riforma della BCE”, “audit” sul debito e sua rinegoziazione”,... Queste evocazioni immaginarie,contro ogni illusione, hanno una sola funzione obiettiva: distogliere gli sfruttati dalla comprensione della realtà; indirizzare le loro speranze di liberazione verso mitologie senza futuro, a tutto vantaggio della conservazione del presente.

La verità è che solo una rivoluzione sociale può fare pulizia.

Perchè solo una rivoluzione sociale può rovesciare la dittatura degli industriali, delle banche, delle compagnie di assicurazione, con quel groviglio inestricabile di sfruttamento, speculazione, corruzione, che domina la vita sociale in ogni suo aspetto , sotto ogni governo, in ogni paese capitalista.

Solo una rivoluzione sociale può concentrare nelle mani dei lavoratori e della maggioranza della società le leve decisive della produzione della ricchezza, della sua distribuzione, della riorganizzazione radicale dell'economia, secondo un piano democraticamente definito dai lavoratori stessi e sotto il loro controllo: in funzione dei bisogni sociali non del profitto di pochi parassiti.

Solo una rivoluzione sociale, e dunque l'avvento di governi dei lavoratori, può unificare il vecchio continente, dal Portogallo alla Russia, negli “Stati Uniti Socialisti” d'Europa: unendo i lavoratori al di là dei confini, ripartendo razionalmente il lavoro, cancellando gli enormi sprechi e gli aspetti odiosi connessi al mercato,al militarismo, alle politiche antimigranti, al saccheggio dell'ambiente; e invece valorizzando quelle ricchezze produttive, scientifiche, tecniche che la crisi capitalista ogni giorno distrugge: ricchezze da porre al servizio della liberazione degli uomini e non del loro sfruttamento.

Il PCL è l'unico partito della sinistra italiana a basarsi su questo programma di rivoluzione: a farne l'asse della propria azione e proposta in ogni lotta; a ricondurre ogni battaglia parziale di movimento, a questa prospettiva generale; a sviluppare controcorrente la coscienza politica delle masse, e della loro stessa avanguardia, in questa direzione.

Aderire al PCL significa rafforzare questo lavoro e prospettiva.

Non esistono scorciatoie rispetto alla necessità di costruire il partito della rivoluzione, in Italia come in ogni altro Paese.
Le esigenze e attese di un vero cambio sociale non saranno risolte dalla pura spontaneità dei movimenti. Né dai gruppi dirigenti di sinistre fallite in eterna attesa di una chiamata del PD. Né da sinistre “antagoniste” puramente “critiche”. Né tanto meno dalle suggestioni equivoche del mondo virtuale di qualche capo comico (Grillo).

Solo un partito organizzato che investa materialmente nella rivolta sociale per darle un progetto e una coscienza può davvero costituire, dopo tante delusioni e fallimenti, un fattore reale di svolta per tutti gli oppressi, di ogni colore e condizione.

Costruirlo, in ogni lotta, è il nostro impegno. Salvaguardare la sua autonomia, estendere le sue radici sociali, organizzare nelle sue fila i lavoratori e i giovani più coscienti, sviluppare la loro formazione, significa lavorare concretamente per il futuro della rivoluzione. Al fianco dei marxisti rivoluzionari di tutto il mondo, nel lavoro di ricostruzione della Quarta Internazionale.

Perchè- come recita la nostra tessera 2012- “solo la rivoluzione cambia le cose”. E' a questa verità che dobbiamo dare un partito: l'unico partito di cui gli sfruttati hanno bisogno.

Marco Ferrando

sabato 21 gennaio 2012

SUL MOVIMENTO DEI FORCONI IN SICILIA PER UN METODO D'APPROCCIO MARXISTA RIVOLUZIONARIO

documento di Marco Ferrando

La crisi del movimento operaio e la pressione sociale della crisi capitalista concorrono, nel loro intreccio, ad allargare il campo d'azione delle classi medie e a favorire un egemonia reazionaria su di esse. E' una dinamica cui stiamo assistendo sul piano nazionale in risposta alle “liberalizzazioni” capitaliste. E' una dinamica che può assumere espressioni diverse e più radicali nel Sud e nelle isole, sullo sfondo di una situazione sociale particolarmente drammatica. La mobilitazione dei pastori e dei commercianti in Sardegna nel 2011, l'attuale “movimento dei forconi” in Sicilia rappresentano al riguardo due esempi diversi e significativi . L'essenziale per i rivoluzionari è non perdere la bussola. Evitando due errori simmetricamente opposti: quello di mettersi alla coda delle classi medie e delle loro leaderschip, sull'onda emotiva della indistinta “rivolta”, o quello di attestarsi su una posizione di disinteresse passivo per lo scontro in atto, nel nome del carattere piccolo borghese e non proletario delle mobilitazioni. La linea del marxismo rivoluzionario non può essere né subalterna, né puramente “sindacalista”: deve saper combinare l'autonomia irrinunciabile delle ragioni di classe e del programma comunista, con la logica dell'egemonia proletaria sugli strati inferiori delle classi medie in funzione della rivoluzione socialista. Combinare queste due istanze è sempre molto complesso. Ma complessa è per l'appunto la politica rivoluzionaria. Tanto più per un piccolo partito come il nostro.

LA NATURA DI CLASSE DEL “MOVIMENTO DEI FORCONI”
Partiamo dall'analisi del movimento in atto in Sicilia: della sua natura sociale, dell'economia dei rapporti politici al suo interno, della sua dinamica.

Il “movimento dei forconi” in Sicilia è nato come movimento piccolo borghese. Alla sua testa sono classi proprietarie della città e della campagna ( padroncini dell'autotrasporto, piccola proprietà contadina, pescatori ..). Naturalmente all'interno di questi ceti proprietari vi è una rilevante stratificazione sociale: diverso è lo status del padrone di una piccola flotta di pescherecci e quello del padrone di una piccola imbarcazione, tra un agricoltore facoltoso e il proprietario di un piccolo appezzamento, tra chi sfrutta lavoratori salariati e chi no.

Le ragioni sociali del movimento si riassumono nell'impoverimento legato alla crisi drammatica dell'isola entro la più generale crisi capitalista: crollo dei commerci, aumento del prezzo della benzina, peso “insopportabile” dei mutui bancari, chiusura dei canali di credito, aumento della pressione fiscale, crisi del sostegno clientelare del governo regionale e dei margini tradizionali di scambio politico/ elettorale con i partiti al potere.
Le sue rivendicazioni egemoni sono quelle classiche della piccola borghesia impoverita: riduzione delle tasse ( IVA), ripresa delle facilitazioni regionali promesse ( e in tempi di crisi “tradite”), ripresa del credito.
Il suo linguaggio è segnato dalla contrapposizione apparente alle classi dirigenti nazionali e isolane nel nome della denuncia della “classe politica” e della rivolta contro di essa.
I suoi metodi sono quelli dell'azione diretta: a partire dal blocco delle vie di comunicazione e delle ferrovie.

In questo contesto hanno trovato una collocazione naturale e un ruolo di direzione organizzazioni, associazioni, soggetti politici o parapolitici reazionari: il partito di Zamparini ( padrone del Palermo), il giro di Morsello a Marsala ( allevatore, ex assessore socialista poi apparentato con Lombardo, oggi tra gli sponsor di Roberto Fiore), il cosiddetto “partito delle aziende”, settori del MPA , e persino forze fasciste come Forza Nuova: che sta investendo nazionalmente questa esperienza come fattore di propria costruzione. Insomma: le forze politiche della reazione, in concorrenza tra loro, si disputano l'egemonia sul blocco delle classi medie, che sono la loro storica base sociale.


IL PCL NON E' PARTE DI QUESTO MOVIMENTO
Il nostro partito ha scelto di non essere parte di QUESTO movimento, nei suoi assetti e composizione originaria . Il fatto che ad esso abbiano aderito qua o là elementi o gruppi di sinistra ( come nel caso di un paio di centri sociali palermitani) non muta di per sé la natura del movimento dei forconi. Semmai misura lo stato di disorientamento e confusione a sinistra.

C'è una differenza importante col movimento dei pastori sardi del 2011. Quel movimento dei pastori entrò nel varco aperto dalle lotte operaie della Sardegna ( Alcoa, Eurallumina, Polo chimico) dentro la dinamica di un possibile blocco sociale alternativo ( cui si contrapposero non a caso le direzioni piccolo borghesi del movimento dei pastori). In Sicilia il movimento dei forconi si è levato dopo la drammatica sconfitta del movimento operaio isolano e sullo sfondo di una sua sostanziale passività.

Il fatto che un blocco politico e sociale reazionario cerchi di dare la PROPRIA traduzione di classe al disagio sociale della popolazione siciliana non solo non va rimosso ma dev'essere apertamente denunciato e contrastato. Va detta la verità: l'immobilità delle direzioni nazionali del movimento operaio e della sinistra di fronte alla crisi, la sconfitta del movimento operaio isolano ( Termini Imerese) per responsabilità preminenti delle sue direzioni, il peggiore trasformismo della tradizionale “sinistra” siciliana e dei suoi epigoni liberali ( PD), hanno aperto la strada a forze reazionarie. E' un classico dei tempi di crisi: se il movimento dei lavoratori non dà la propria soluzione alla crisi, sono le forze reazionarie che si candidano a farlo sul proprio versante di classe.

PER LA RIPRESA DEL MOVIMENTO DI CLASSE IN SICILIA
Ma proprio per questo il PCL non solo non può disimpegnarsi dall'intervenire sui temi sociali del movimento dei forconi, ma deve indicare la necessità di dare uno sbocco di classe e anticapitalista alla crisi sociale siciliana: che è l'unico modo di contrastare la deriva in corso, sottrarre i settori proletari al pericolo dell'egemonia reazionaria, ricomporre e favorire un ALTRO movimento, su un ALTRA prospettiva. Di più. Il nostro partito deve entrare nella frattura sociale prodotta dal movimento dei forconi per spingere all'azione altri soggetti popolari e di classe: soggetti sino ad oggi rimasti ai margini della scena ma il cui ingresso in campo potrebbe segnare una svolta decisiva per lo sviluppo e l'indirizzo della rivolta popolare.

Il primo terreno d'intervento è quello della ripresa di una mobilitazione indipendente dei lavoratori salariati della Sicilia, nel settore privato come nel settore pubblico e dei servizi. Senza una ripresa del movimento di classe ogni prospettiva alternativa è impossibile. Nel 1970 una grande rivolta popolare guidata dai fascisti di Ciccio Franco scosse Reggio Calabria. Fu l'avanzata del movimento operaio su scala nazionale e nel meridione a riassorbire l'urto ed ad affermare un egemonia alternativa del proletariato sulle domande popolari del Sud. E' una lezione che va recuperata. Tanto più in un contesto sociale e storico assai più difficile.

Va articolata una piattaforma di vertenza unificante che possa aggregare tutti i lavoratori, i precari, i disoccupati dell'isola. Una piattaforma che parta dall'opposizione radicale ai tagli sociali del governo nazionale e regionale; rivendichi la difesa e ripartizione del lavoro, con la occupazione delle aziende che licenziano e il loro coordinamento regionale ( la mancata occupazione di Fiat Termini Imerese due anni fa ha pesato e pesa drammaticamente sul movimento operaio isolano e nazionale); rivendichi la difesa degli ospedali in via di smantellamento, con azioni di occupazione popolare delle strutture minacciate ( in Puglia nel 2004 la difesa popolare degli ospedali fu un formidabile traino di radicalizzazione di massa); faccia l'inventario ( città per città, paese per paese) delle spese pubbliche necessarie per risollevare la condizione dei servizi sociali dell'isola ( scuole, ferrovie, trasporti regionali, asili, servizio idrico, assetto geologico del territorio) definendo a questo scopo un grande piano di opere sociali che possa dare lavoro ai disoccupati siciliani, e che sia pagato dalle grandi ricchezze; rivendichi l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i lavoratori precari e un vero salario sociale per i disoccupati in cerca di lavoro...(Il documento congressuale nazionale offre molti spunti possibili per l'articolazione di una proposta rivendicativa e di mobilitazione per il Sud e le isole. Le nostre sezioni siciliane, che già intervengono su molti fronti, possono fare un lavoro prezioso di elaborazione al riguardo).

Questa proposta rivendicativa, una volta definita, va avanzata formalmente a tutte le sinistre isolane ( politiche, sindacali, di movimento) come terreno di fronte unico d'azione. E in ogni caso va assunta come nostro strumento di intervento in ogni situazione possibile ( luoghi di lavoro, comitati territoriali, strutture di movimento...) e come oggetto di nostra presentazione pubblica ( conferenze stampa, campagne elettorali..). Si tratta di articolare la nostra campagna sull'asse della nostra politica generale: solo una prospettiva rivoluzionaria, solo un governo dei lavoratori può realizzare un programma di vera svolta per gli sfruttati.

SOSTENERE E GENERALIZZARE L'INGRESSO IN LOTTA DEGLI STUDENTI SICILIANI
Parallelamente dobbiamo sviluppare un nostro intervento diretto tra gli studenti e i giovani. E' oggi una questione centrale. La prima irruzione di lotta - in queste ore- di significativi settori studenteschi in tutta la Sicilia PUO' essere il segno d'avvio di una svolta di eccezionale importanza per la dinamica del movimento, tanto più se combinata con la defezione di alcuni settori padronali dell'autotrasporto. Dobbiamo entrare con tutte le nostre forze in questa contraddizione nuova, inserendoci a fondo nel movimento studentesco, sostenendo l'indicazione della occupazione generale delle scuole ( già emersa in alcuni settori di studenti), e avanzando le nostre parole d'ordine indipendenti: a partire dalla rivendicazione di un piano di rinascita della scuola siciliana contro i tagli delle finanziarie nazionali e locali, finanziato dal rifiuto del debito pubblico verso le banche ( “Fondi alle scuole non ai banchieri!”). Questo intervento tra gli studenti può essere un ponte prezioso per l'intervento sul mondo del lavoro. Infatti proprio l'intervento tra gli studenti in lotta ci consente di immettere nel movimento la nostra proposta generale di vertenza generale unificante tra lavoratori, studenti ,disoccupati, nella prospettiva di un cambio di pelle della rivolta siciliana, e dunque di un cambio di egemonia sociale sulla rivolta.

PER UN INTERVENTO ANTICAPITALISTA SULLA CRISI SOCIALE DELLA PICCOLA BORGHESIA
In questo quadro generale dobbiamo anche dire che il movimento operaio (e studentesco) siciliano non deve limitarsi alla difesa delle proprie ragioni sociali. Deve cercare di offrire una risposta generale alla crisi più vasta della popolazione povera della Sicilia, e della stessa piccola borghesia isolana, fornendole una sponda politica e sociale alternativa.

Questo è un punto importante della nostra politica. Non siamo sindacalisti, siamo comunisti. Non ci limitiamo alla difesa immediata dei salariati. Li vogliamo alla testa di un blocco sociale alternativo in funzione della rivoluzione socialista. Ciò che significa dare una risposta rivoluzionaria a tutte le forme di oppressione sociale: anche a quelle vissute dagli strati inferiori delle classi medie. E' l'impostazione che Trotsky rivendica nel programma di Transizione ( “Le sezioni della IV Internazionale devono elaborare..programmi di rivendicazioni transitorie per i contadini e la per la piccola borghesia cittadina, a seconda della condizione di ciascun paese. Gli operai avanzati devono imparare a dare risposte chiare e concrete agli interrogativi dei loro futuri alleati..”). Ed è l'impostazione che è tanto più attuale nel momento della crisi capitalista, nel momento in cui la dittatura del capitale finanziario minaccia le stesse acquisizioni tradizionali della piccola borghesia, provocandone la disgregazione e disponendola a reazioni radicali.

La nostra proposta programmatica deve lavorare a condurre la piccola borghesia ad una conclusione di fondo: tutte le sue esigenze di fondo sono incompatibili con la preservazione del capitalismo in crisi. Non si tratta di recuperare vecchi privilegi contro i lavoratori ( magari in materia fiscale o contrattuale),o di illudersi di poter ripiegare in una dimensione separatista o “microeconomica”: perchè queste soluzioni, al di là di ogni illusione, lascerebbero i piccoli proprietari nelle grinfie del capitale finanziario e della sua crisi. Solo rompendo col capitale finanziario, in alleanza e sotto la direzione dei salariati, è possibile uscire dalla crisi.

Proprio i temi della crisi siciliana delle classi medie offrono uno spunto rilevante a questa impostazione.
Le banche prendono per il collo decine di migliaia di piccoli commercianti, artigiani, contadini, con tassi da usura, con affitti esorbitanti, con la negazione del credito. Solo la nazionalizzazione delle banche e la loro unificazione in un unica banca pubblica sotto controllo sociale può tagliare quel cappio, liberarli dai debiti contratti verso i banchieri, e assicurare loro il credito necessario.
I petrolieri, le grandi aziende agricole, le industrie alimentari, i centri della grande distribuzione- cui le banche non hanno mai rifiutato il credito e di cui spesso sono comproprietarie- impongono ai piccoli proprietari prezzi insostenibili , al solo scopo di incrementare i propri profitti. Solo la nazionalizzazione delle grandi imprese e della grande distribuzione può consentire un controllo popolare sulla stessa formazione dei prezzi, la definizione di prezzi amministrati, l'avvio di un economia democraticamente pianificata liberata dalle incognite ( e dalle angosce) del mercato.
Così in materia fiscale. Per decenni lo Stato borghese e le pubbliche amministrazioni hanno coperto e favorito l'evasione fiscale della piccola borghesia in funzione antiproletaria per ottenerne voti e favori. Oggi lo stesso Stato borghese accresce la pressione fiscale sulla piccola proprietà ( oltre che in primo luogo sul lavoro dipendente) per pagare gli interessi alle banche, cioè agli oppressori dei piccoli proprietari. I circoli reazionari propongono ai piccolo borghesi la nostalgia del privilegio della vecchia evasione antisociale. Al contrario, noi dobbiamo rivendicare l'abolizione del debito pubblico verso le banche ( attraverso la loro nazionalizzazione) come unica via di liberazione fiscale dei piccolo proprietari, chiamandoli a pagare regolarmente per una società liberata non per i banchieri strozzini.

Per tutto questo dobbiamo presentare l'alleanza sociale col mondo del lavoro come interesse stesso degli strati inferiori delle classi medie: perchè solo quel blocco sociale può rovesciare il capitale finanziario, i suoi governi, i suoi partiti, liberando la piccola borghesia impoverita dalla rovina.
Per questo dobbiamo apertamente CONTRAPPORCI alle leaderschip reazionarie del movimento dei forconi. Alle loro suggestioni ideologiche “piccolo proprietarie” ( la microeconomia), alle loro mitologie populiste ( la “Nazione” al di sopra delle classi), ai loro traffici sottotraccia coi governi nazionali o locali ( Lombardo) magari in vista delle prossime elezioni.

RIVOLUZIONE O REAZIONE

Queste considerazioni generali non rimuovono la necessità di un monitoraggio costante dell'evoluzione della situazione, ai fini del nostro intervento. Né risolvono i problemi pratici di scelta nelle situazioni locali. Semplicemente cercano di indicare un metodo complessivo cui fare riferimento.

Siamo oggi a un possibile snodo in Sicilia.
Noi abbiamo scelto di non accodarci al movimento piccolo borghese dei Forconi. E abbiamo fatto bene. Ma SE il “movimento dei forconi” dovesse fare obiettivamente da stura ad una reale sollevazione popolare dell'isola aprendo il varco all'irruzione sull'arena del mondo del lavoro e delle masse studentesche e giovanili, allora è evidente che ci troveremmo di fronte ad un ALTRO movimento e a un ALTRA dinamica. Noi lavoriamo esattamente per questa prospettiva.

Forza nuova sta agendo per fare del movimento dei Forconi la leva di una rivolta popolare reazionaria, in Sicilia, nel Sud, in Italia. Il PCL, nei limiti delle sue forze, lavora per la prospettiva esattamente opposta: entrare nel varco aperto dalla rivolta dei forconi in funzione della rivolta sociale contro la dittatura degli industriali e delle banche; della sua estensione e propagazione a partire dal meridione e dalle isole; dell'egemonia di classe e anticapitalista sulla rivolta popolare ; della prospettiva generale del governo dei lavoratori.

Di certo, al di là delle sue particolarità, la vicenda siciliana sta misurando il salto di qualità dello scontro sociale sullo sfondo di una drammatica crisi capitalista. E' l'avvisaglia dei tempi nuovi che si preparano. Reazione e rivoluzione torneranno a confrontarsi, come in tutte le epoche storiche di crisi. Le sinistre riformiste o centriste saranno costrette alla balbuzie. I comunisti rivoluzionari faranno sino in fondo il proprio dovere. Come oggi stanno facendo, egregiamente, i nostri compagni siciliani.


MARCO FERRANDO

mercoledì 30 novembre 2011

SI PREPARI LO SCIOPERO GENERALE

Le misure in preparazione da parte del governo Monti rappresentano una vera enormità contro i lavoratori e i pensionati. Chi per trentanni ha fatto sacrifici a vantaggio di industriali e banchieri (bancarottieri) viene chiamato da questi a nuovi e più pesanti sacrifici per pagare gli interessi alle banche. Il ridicolo ritocco a vitalizi (immutati) è solo un inganno penoso per mascherare e giustificare questa macelleria. La verità è che grazie al sostegno di Bersani- Berlusconi - Di Pietro, il governo Monti si candida a fare contro lavoro e pensioni ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. La CGIL non può limitarsi a “criticare” le misure. Deve assumersi la responsabilità di preparare lo sciopero generale. Senza questa scelta la “critica” si trasformerebbe in complicità. Non si può regalare a Monti ciò che si è negato a Berlusconi.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

lunedì 14 novembre 2011

NO AL GOVERNO MONTI-NAPOLITANO, GOVERNO DELLA CONFINDUSTRIA E DELLE BANCHE

Dichiarazione pubblica di Marco Ferrando

Nasce il governo della Confindustria e delle banche, sotto il commissariamento della BCE e la garanzia della Presidenza della Repubblica
Mai nella storia italiana del dopoguerra un esecutivo è stato espressione così diretta del capitale finanziario.
Mai la Presidenza della Repubblica ha svolto un ruolo tanto determinante e diretto nella sua genesi, sino a travalicare forme, tempi, procedure, del tradizionale parlamentarismo borghese.

Il combinarsi della crisi del berlusconismo e della crisi finanziaria, italiana ed europea- in assenza di una soluzione parlamentare alternativa immediatamente spendibile- ha prodotto questo esito straordinario.

MARIO MONTI FIDUCIARIO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Tutti i partiti dominanti hanno compiuto un passo indietro, per lasciare il passo al fiduciario delle banche e degli industriali. L'assetto bipolare tradizionale , già in crisi, ha subito un duro colpo dagli avvenimenti, con il distacco tra PDL e Lega da un lato e l'incrinatura interna al centrosinistra dall'altro.
Berlusconi si è rassegnato alla ritirata sotto i colpi della crisi delle Borse ( e delle sue stesse aziende) e lo sfarinamento della maggioranza parlamentare alla Camera. Bersani ha scelto di sacrificare una vittoria elettorale scontata del centrosinistra e la sua stessa leaderschip di governo, sotto la pressione dell'emergenza finanziaria e dell'interesse generale di sistema. Affermando che “viene prima il Paese e poi il Partito” il gruppo dirigente del PD ha consacrato con parole auliche la propria vocazione sacrificale di fronte all'interesse superiore del capitale.

UN PROGRAMMA ANNUNCIATO DI MISURE ANTIPOPOLARI
Il programma che si annuncia è la continuità dichiarata della politica d'emergenza varata dal governo Berlusconi, col lasciapassare delle “opposizioni” parlamentari: il rispetto del programma Europlus e dei relativi “impegni” solennemente assunti in sede U.E.. Non è davvero in discussione il programma di fondo del governo italiano, mai come oggi così predefinito. Era semmai in discussione la credibilità della sua esecuzione, il superamento delle sue “lacune”, la rapidità dei suoi tempi. Tutto il mondo capitalista, a partire dal governo tedesco, francese e americano, si è riunito a mani giunte attorno al capezzale del capitalismo italiano, per chiedere un' ulteriore terapia d'emergenza sul malato. Il nome di Monti e l'unità nazionale a suo sostegno sono la rassicurazione data non solo alla borghesia italiana ma al capitalismo internazionale.
Proprio per questo va rimossa ogni eventuale illusione. Il governo proverà a edulcorare la confezione d'immagine del suo programma con qualche innocua trovata “anticasta” a fini mediatici, e una probabile minipatrimoniale richiesta persino da Confindustria e banche in funzione antidebito. Ma dentro la confezione curata starà l'attacco alle pensioni d'anzianità, il salto generale di dismissione e privatizzazione di beni pubblici, il sostegno più marcato alla demolizione progressiva del contratto nazionale di lavoro, le nuove normative sui licenziamenti. Tutto ciò che chiede l'Europa capitalista per rassicurare i banchieri. Questa è e resta la ragione sociale del governo: fare contro i lavoratori ciò che Berlusconi non era più in grado di fare e ciò che il centrosinistra non era ancora pronto a fare. L'unità nazionale è semplicemente la soluzione di mutuo soccorso tra i partiti borghesi per garantirsi la reciproca complicità nell'attacco congiunto alla maggioranza della società. L'”unione sacra” è sempre storicamente una soluzione di guerra. In questo caso di guerra al lavoro.

LA CAPITOLAZIONE DI DI PIETRO E VENDOLA.
Tanto più in questo quadro colpisce la capitolazione al governo Monti di Di Pietro e di Vendola. Il populismo comiziesco, in tutte le sue varianti, si è sciolto come neve al sole di fronte all'emergenza del capitale finanziario, sotto la pressione intimidatoria del PD e di Napolitano. Il populismo giustizialista di Di Pietro è passato in due giorni dalla denuncia della “macelleria sociale” in arrivo alla “fiduciosa attesa” del nuovo governo. Il populismo poetico di Vendola ha surfato come sempre nelle pieghe del vocabolario, per concludere che Monti è degno di un sostegno, seppur “condizionato”. Entrambi hanno scelto di ingannare i lavoratori e i propri elettori accodandosi ai banchieri, e coprendo le spalle al PD: pur di coltivare le proprie ambizioni di governo futuro a braccetto con quel partito.

Dove è assente ogni confine di classe, si dissolve prima o poi ogni confine di opposizione.

VIA IL GOVERNO DEGLI INDUSTRIALI E DEI BANCHIERI
Di fronte alla generale capitolazione al governo di Confindustria e delle banche è necessario il rilancio di una coerente opposizione di classe. All'unità nazionale di tutti i principali partiti borghesi attorno al programma degli industriali e dei banchieri, va contrapposto il fronte unico di tutte le sinistre attorno alle ragioni del lavoro. Alla guerra come alla guerra. Il Partito Comunista dei Lavoratori fa appello a tutte le sinistre di opposizione al governo Monti per la più vasta campagna di mobilitazione contro il governo: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e università, nei quartieri. Preparando una prima manifestazione nazionale contro il governo da tenersi a Roma. La cacciata del governo dei capitalisti, per un'alternativa di società, deve diventare un obiettivo centrale del movimento operaio e popolare.

MARCO FERRANDO

CINQUE MISURE STRAORDINARIE CONTRO LA CATASTROFE. SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.

Documento nazionale PCLavoratori

(10 Novembre 2011)

IMPORTANTE PROPOSTA DI PERCORSO

La crisi del capitalismo italiano é al centro della tempesta economica europea e mondiale.
Le banche italiane sono colpite dalla crisi di credibilità dei titoli di stato tricolori in cui hanno investito a mani basse. L'azione di strozzinaggio degli interessi sul debito si è rivoltata contro gli strozzini.

La U.E. si trova di fronte al dissesto finanziario dell'Italia, senza disporre di risorse adeguate per un eventuale “soccorso”. Mentre la gigantesca ricapitalizzazione delle banche continentali si trasforma inevitabilmente in un nuovo appesantimento dei debiti pubblici.

L'unico punto fermo del caos finanziario europeo e mondiale è il programma comune dei governi di ogni colore: salvare i banchieri e i capitalisti facendo pagare la loro crisi ai lavoratori.

Questo attacco si aggrava in particolare in Italia, anello debole della catena capitalistica internazionale, sotto la frusta della BCE. Il precipitare della crisi finanziaria- sullo sfondo della crisi politica di Berlusconi- determina un nuovo salto drammatico dell'attacco alle condizioni sociali delle masse. Il progetto Europlus prescrive, di per sé, la riduzione ogni anno di 45 miliardi di debito pubblico italiano, al netto del pagamento degli interessi: ciò che segnerebbe una autentica regressione storica della già miserabile condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati. E oggi i “commissari” europei chiedono una stretta ulteriore della morsa per conto delle banche.

La rivolta sociale contro tutto questo è la condizione necessaria per salvarsi. Ma la rivolta deve impugnare un programma d'azione alternativo contro la crisi che recida finalmente la sua radice: la dittatura del capitale finanziario sulla vita della società.


CINQUE MISURE RADICALI PER AFFRONTARE LA “CATASTROFE"

"C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi” strillano all'unisono tutti i giornali borghesi e i banchieri che li finanziano, mentre invocano la spoliazione dei salariati. “ C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi”, diciamo noi: ma un programma che colpisca il potere delle banche e dei capitalisti, liberando milioni di lavoratori dal loro giogo. Un programma tanto radicale quanto è radicale il programma della BCE.

1) Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche strozzine. Il debito non è stato prodotto dai lavoratori, ma dalla rapina delle banche contro i lavoratori. Non si vede perchè debbano essere i lavoratori a pagarlo. Per di più.. ai banchieri. I 90 miliardi di interessi che lo Stato paga ogni anno alle banche- grandi acquirenti dei titoli di Stato- vanno semplicemente cancellati. E cosi' i 70 miliardi versati annualmente dagli enti locali. I piccoli risparmiatori saranno integralmente tutelati. Non i banchieri usurai. La loro rapina deve finire. E le risorse così liberate debbono andare al lavoro, alla sanità, alla scuola..

2) Le banche e le assicurazioni vanno nazionalizzate, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto controllo dei lavoratori, creando un'unica banca pubblica. Non è solo una misura imposta dall'annullamento del debito pubblico verso le banche. E' una misura indispensabile per abbattere i mutui che gravano sulle famiglie. Per portare alla luce la scandalosa evasione fiscale del grande capitale, di cui le banche sono canale e strumento. Per colpire i santuari della grande criminalità. Per acquisire la leva decisiva per una riorganizzazione radicale dell'economia e della società in funzione dei bisogni collettivi, e non del profitto di pochi. Senza la nazionalizzazione delle banche, vero verminaio della società borghese, ogni rivendicazione dell'“alternativa” si riduce ad una frase vuota.

3) Va istituito il controllo operaio sulla produzione a partire dall'abolizione del segreto commerciale e dall'apertura dei libri contabili delle aziende. Il segreto commerciale tanto difeso dai custodi della proprietà non vale più da molto tempo nel rapporto tra i grandi capitalisti, che hanno ben pochi segreti tra loro. Vale invece come paravento dei capitalisti nei confronti dei lavoratori e della società, cui debbono nascondere frodi, truffe, raggiri di ogni tipo. Inclusi i costi della pubblica corruzione. Non basta che i conti siano accessibili di tanto in tanto a qualche compiacente istituto borghese di “vigilanza” o alla Agenzia delle Entrate. E' necessario che siano i lavoratori e le loro organizzazioni a mettere il naso nei “segreti” delle proprie aziende. Per quale ragione dev'essere considerato “naturale” che i capitalisti e i loro governi facciano i raggi x agli stipendi, ai risparmi, alla vita dei lavoratori, e invece uno “scandalo” se i lavoratori vogliono controllare i capitalisti , i loro conti, le loro ruberie?

4) Vanno nazionalizzati i grandi gruppi capitalistici dell'industria, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano o colpiscono i diritti sindacali. Quindi a partire dalla Fiat. E' una misura indotta dalla nazionalizzazione delle banche, dato lo stretto intreccio fra capitale industriale e capitale bancario. Ma è soprattutto un provvedimento indispensabile per bloccare i licenziamenti, riorganizzare la produzione, ripartire il lavoro fra tutti, avviare una riconversione dell'economia a fini ecologici e sociali, secondo un piano democraticamente definito. E sarebbe oltretutto un provvedimento di risparmio straordinario per l'intera società: perchè annullerebbe la montagna di 40 miliardi annui di trasferimenti pubblici a quelle stesse imprese private che distruggono posti di lavoro. E che dunque sono già state “comprate” dai lavoratori, in quanto principali contribuenti. A proposito di “lotta agli sprechi”.

5) Va varato un grande piano di opere sociali di pubblica utilità che dia lavoro e risani le condizione di larga parte della società italiana. E' assurdo registrare da un lato la disoccupazione del 30% dei giovani e il licenziamento dei lavoratori, e dall'altro la straordinaria penuria (e distruzione) di beni e servizi sociali. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno ne sia privato, con la riduzione generale dell'orario a parità di paga. Ma non basta. E' necessario un grande piano di nuovo lavoro. La nazionalizzazione delle banche e della grande industria, la fine della dipendenza dal debito, possono liberare un piano di investimenti pubblici, sotto controllo sociale, in fatto di risanamento ambientale, energie alternative, riparazione della rete idrica, sviluppo della rete ferroviaria, messa in sicurezza dell'edilizia scolastica e residenziale, estensione della rete ospedaliera e di assistenza agli anziani..: investimenti capaci di utilizzare a pieno le capacità lavorative e le professionalità di milioni di disoccupati, di dare lavoro ai migranti,di cambiare volto all'ambiente di vita. Impedendo oltretutto crimini sociali come quelli compiuti nei nubifragi di Genova e Liguria.


SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUO' REALIZZARLE.
Nessuna di queste misure è derogabile, ai fini di una vera svolta. Senza queste misure non solo non vi è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi, ma la crisi continuerà ad abbattersi con intensità sempre maggiore sulle condizioni dei lavoratori e del popolo. Al tempo stesso nessuna di queste misure è compatibile col capitalismo. Nessuna di queste misure è realizzabile da parte dei governi borghesi, tutti legati a doppio filo agli interessi dell'industria e delle banche. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzarle. E solo una sollevazione operaia e popolare può imporre un governo dei lavoratori.

La crisi politica del berlusconismo, dentro il precipitare della crisi capitalista, è un occasione preziosa per il movimento operaio: ma alla sola condizione di imporre la propria agenda per la soluzione della crisi politica e sociale. Senza questa azione indipendente, senza un autonomo programma, tutto è destinato a risolversi contro i lavoratori. Come prima e peggio di prima. O per mano di un governo Monti, o per mano di un resuscitato centrosinistra. Prima delle elezioni, o dopo le elezioni.

Il momento di agire è ora. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, a tutte le organizzazioni popolari e di massa, per un fronte unico d'azione attorno a questo programma di svolta. E' ora di porre fine una volta per tutte a compromissioni senza futuro col PD ,coi partiti borghesi, con la Confindustria. E' l'ora di assumersi una responsabilità indipendente. All'altezza della straordinarietà del momento.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

mercoledì 9 novembre 2011

CONTRO OGNI SOLUZIONE BORGHESE DELLA CRISI POLITICA PER UNA MOBILITAZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO CONTRO LA NUOVA ANNUNCIATA MACELLERIA PER IMPORRE UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA DELLA CRISI SOCIALE

Un Presidente del Consiglio ormai privo di maggioranza parlamentare ottiene dal Presidente della Repubblica il permesso non solo di andare avanti, ma di gestire la nuova macelleria sociale commissionata dai banchieri europei. Mentre le “opposizioni” parlamentari non solo assicurano preventivamente il loro lasciapassare alla “legge di stabilità” e al suo ulteriore appesantimento, ma si candidano a continuare l'opera in nuovo governo di “unità nazionale” quale supremo garante delle banche, della Commissione Europea, del FMI.

La verità è che si cerca di ridurre la fine annunciata di Berlusconi ad un passaggio di testimone tra ceti dirigenti e comitati d'affari dei poteri forti. In un clima di trasformismo maleodorante, compravendite parlamentari, compromissioni istituzionali. In cui persino le regole borghesi del parlamentarismo vengono sacrificate all'urgenza dei “mercati” e della crisi, pur di continuare a colpire il lavoro, le pensioni, i servizi sociali. Calpestando la stessa volontà del referendum di Giugno.

Non sappiamo se l'operazione in corso, sotto la regia di Napolitano, avrà successo, o se sfocerà in elezioni anticipate. Ma certo è un'operazione contro i lavoratori, i giovani, i movimenti di lotta di questi anni. Chi si è mobilitato per cacciare Berlusconi, non l'ha fatto nel nome di Draghi, di Monti, della BCE. Quella stessa parte di popolo di sinistra accorso ad applaudire Bersani il 5 Novembre non lo ha fatto per ritrovarsi in un governo d'emergenza con il PDL o suoi settori, né per inchinarsi ai banchieri. Quale che sia lo sbocco della crisi politica, si conferma una volta di più la natura liberale del PD quale carta di ricambio della borghesia contro il movimento operaio e contro tutte le ragioni sociali dell'opposizione.

Tanto più oggi, le sinistre politiche e sindacali non possono stare a guardare. Né limitarsi a chiedere elezioni per cercare di essere imbarcate dal PD in un nuovo vecchio centrosinistra ( confindustriale), come fanno in forme diverse i gruppi dirigenti di SEL e FDS. O per essere recuperate stabilmente al tavolo di concertazione con Confindustria, come fanno i vertici della CGIL. E' ora di finirla con vecchie compromissioni senza futuro. E' l'ora di una mobilitazione unitaria e radicale contro ogni soluzione borghese della crisi politica, per affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio, per fermare la nuova macelleria in gestazione, per trasformare la crisi del berlusconismo nella cacciata delle classi dirigenti bancarottiere della seconda Repubblica, e di tutti i loro partiti. Solo un governo dei lavoratori può liberare l'Italia dalla dittatura del capitalismo e aprire davvero una pagina nuova per la giovane generazione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

mercoledì 2 novembre 2011

FARE CARTA STRACCIA DELLA LETTERA A BRUXELLES CONTRAPPORRE AL PROGRAMMA DELLA BCE UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA OPERAIO E POPOLARE

LICENZIARE BERLUSCONI E TUTTI I CORTIGIANI DI BANCHE E IMPRESE
REALIZZARE UN GOVERNO DEI LAVORATORI PER LIBERARCI DALLA DITTATURA DI INDUSTRIALI E BANCHIERI

DICHIARAZIONE DI MARCO FERRANDO

Il progetto annunciato dal governo italiano a Bruxelles, basato sulla liberalizzazione dei licenziamenti- nel settore privato e pubblico- è una provocazione odiosa. Lo sarebbe in ogni caso, tanto più in un quadro di drammatica crisi sociale. Lo è a maggior ragione da parte di un governo reazionario in profonda crisi, frequentato da faccendieri, evasori, ministri in odore di mafia, che cerca la sopravvivenza nel plauso dei banchieri europei.

Contro questo disegno non sono sufficienti le parole o iniziative platoniche e dimostrative di “protesta” o “dissenso”. E' necessario dispiegare una mobilitazione di massa straordinaria e continuativa capace di bloccare davvero l'Italia sino al ritiro delle misure annunciate. Se non ora quando?

Nel 2002 contro l'attacco all'articolo 18 si levò un vasto movimento di massa- poi piegato alle compatibilità del centrosinistra in gestazione- che riuscì ad arrestare l'attacco berlusconiano. Oggi si tratta di rilanciare quel movimento, ma liberandolo da ogni subordinazione al “nuovo” centrosinistra, per farne il risolutore della crisi nel nome di una vera alternativa. Che liberi definitivamente l'Italia dai suoi attuali padroni: industriali, banchieri, Vaticano, e tutti i loro partiti.

A questo fine, tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento possono e debbono unire le proprie forze in una azione di massa liberatoria, che faccia carta straccia della “lettera” a Bruxelles e imponga finalmente un cambio dell'agenda. Al programma di emergenza della BCE va contrapposto un programma d'emergenza operaio e popolare: che rivendichi il blocco dei licenziamenti, la nazionalizzazione senza indennizzo di tutte le aziende che licenziano, il ripudio del debito pubblico verso le banche, la loro nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori.

Solo questo programma anticapitalista può recidere le radici della crisi. Solo una mobilitazione straordinaria e radicale può imporlo. Solo un governo dei lavoratori può realizzarlo.

E' lo scenario della crisi europea a dettare una risposta radicale. In tutta Europa si annuncia un'ulteriore drammatica stretta sociale al solo scopo di salvare le banche francesi e tedesche, ricapitalizzare le banche di tutto il continente, ampliare il fondo europeo salvabanche. Le banche sono l'alfa e l'omega dell'Europa dei padroni, sotto i governi di ogni colore. E' la riprova che il capitalismo può sopravvivere solo continuando a depredare i lavoratori e i giovani a vantaggio di capitalisti e banchieri. Solo scaricando la crisi sulle sue vittime a vantaggio dei suoi responsabili. Solo condannando alla rovina presente e futuro delle nuove generazioni.

Per questo, l'alternativa o è anticapitalista o non è. Solamente la rivoluzione sociale può sgomberare il campo da quella parabola di decadenza che il capitalismo impone all' intera società. Elevare la coscienza delle masse alla comprensione di questa necessità è e deve essere il lavoro quotidiano, controcorrente, di tutti i militanti coscienti del movimento operaio e dei movimenti di lotta.

“Trasformare l'indignazione in rivoluzione” socialista è la parola d'ordine del Partito Comunista dei Lavoratori.

MARCO FERRANDO- PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

martedì 18 ottobre 2011

Dichiarazione del Partito Comunista dei Lavoratori in merito al comunicato approvato dalla maggioranza delle organizzazioni del Forum Sociale Italiano sulla manifestazione del 15 ottobre.

Il Partito Comunista dei Lavoratori ha partecipato alla riunione del Forum Sociale Italiano svoltasi a Roma il 16 ottobre. In tale riunione le organizzazioni presenti, tutte promotrici della manifestazione del 15 ottobre e componenti del Comitato creato “ad hoc” insieme ad altre organizzazioni non facenti parte del Forum Sociale, hanno affrontato la discussione sulla valutazione degli avvenimenti occorsi nel quadro della manifestazione stessa.
A conclusione di tale discussione la maggioranza delle organizzazioni presenti ha deciso di stendere un breve testo di bilancio e di proporlo alle principali strutture aderenti al Comitato per il 15 ottobre non presenti alla riunione.
Il Partito Comunista dei Lavoratori ha espresso il proprio dissenso dal testo proposto.
Anche a prescindere da elementi di metodo (una ipotesi di dichiarazione sul 15 ottobre da parte del Comitato avrebbe comportato la convocazione di una sua riunione per permettere a tutti di esprimere ed argomentare le proprie posizioni) il PCL ha divergenze di merito.
In realtà la risposta di buona parte delle strutture contattate è stata, a partire in particolare dalle questioni di metodo suindicate - ma non solo - negativa. Ciò ha portato i proponenti del testo a retrocedere all’ipotesi di firmarlo solo come Forum Sociale.

Come PCL manteniamo ovviamente le divergenze di merito e le indichiamo qui sotto.
L’analisi sociale del movimento ne dà una versione semplificata e retorica: come al solito il movimento mondiale è “nuovo” e gli elementi di continuità e di collegamento con la lotta di classe e fenomeni di insorgenza rivoluzionaria come, pur con tutte le loro contraddizioni, i processi rivoluzionari nel mondo arabo, sono obnubilati.

Il PCL critica quelle forze, non proprio insignificanti, che hanno portato avanti nel corso del corteo azioni violente talvolta isolate, politicamente inutili e controproducenti. Tale condanna è tanto più netta nella misura in cui è apparso evidente che, almeno per i settori più politicamente coscienti di tali forze, uno degli scopi della loro azione era quello di far saltare la manifestazione come prevista, per opporsi con una manovra, invece che con il confronto politico o la diversa pratica di azione, ad alcuni tra i principali promotori; da questo la scelta di dirigersi nella loro azione verso Piazza San Giovanni e non verso i centri del potere politico ed economico.

Ricordiamo tuttavia, pur in questo quadro di verità, che settori di coloro che vengono definiti “black block” sono una delle tante componenti del movimento di massa di questi anni: sono stati in azione non solo il 15, ma in molte altre occasioni recenti, in Italia, in Valsusa, in quasi tutti i paesi europei, in primis la Grecia (con azioni a volte anche gravemente negative). L’importanza di tali azioni nel quadro complessivo di manifestazioni e lotte è stata in generale inversamente proporzionale alla chiarezza e radicalità dell’azione della massa dei manifestanti e delle loro organizzazioni.

Chi ha veramente “ violentato la manifestazione e impedito il diritto di parola” come afferma il comunicato non sono stati i “black block”, ma le forze repressive dello stato, che in piazza San Giovanni hanno attuato un criminale assalto con caroselli di blindati a forte velocità. La massa del primo pezzo del corteo ha reagito con forza a tale azione criminale. Il PCL è pienamente solidale con la resistenza della piazza, cui non ha potuto partecipare direttamente per il solo fatto che la sua collocazione concordata poneva il suo spezzone (e quello del Fronte Unico del 1° Ottobre) in fondo al gigantesco corteo, lontano da Piazza San Giovanni.

Infine e soprattutto, noi riteniamo che vi sia una responsabilità oggettiva negli avvenimenti in relazione alle scelte rinunciatarie della quasi totalità degli organizzatori della manifestazione.
Noi avevamo proposto nelle riunioni preparatorie che il corteo rivendicasse apertamente il diritto di sfilare sotto i palazzi del potere politico ed economico, rivendicandone la cacciata, cosa che avviene nella maggioranza dei paesi del mondo (la manifestazione svoltasi pacificamente ad Atene ha potuto passare di fronte al parlamento greco, e ciò nonostante precedenti ripetutiti scontri in quel luogo, compreso, alcuni mesi fa, un tentativo di occupazione di massa). E di fronte a un rifiuto di tale diritto democratico, tentare di superarlo con un azione di massa, come si è fatto, però in maniera spontanea e confusa, il 14 dicembre da parte dei giovani e degli studenti (con la partecipazione dei compagni del PCL presenti); addossando con ciò la responsabilità di quanto poteva accadere al governo. Sarebbe stata una giornata difficile, ma avrebbe marginalizzato eventuali azioni di violenza stupida (contro auto, vetrine, etc) e le avrebbe anche rese più difficili.

Ci permettiamo di aggiungere che noi avevamo compreso le conseguenze del rifiuto opposto alla nostra proposta. Scrivevamo infatti, in una dichiarazione pubblica 20 giorni prima del 15, il 25 settembre queste parole: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL ,25/9). Non tenere conto di quanto dicevamo ha favorito il caos.

Infine aggiungiamo, di fronte alle notizie di azioni repressive dello stato contro settori anarchici e dell’autonomia, quali che siano le differenze generali e specifiche che abbiamo con questi settori, noi ci pronunciamo in solidarietà con essi contro lo stato borghese, quello della precarietà, dei licenziamenti, delle guerre. Se il ribellismo spontaneista prepolitico e antimarxista è un avversario politico nella sinistra, il nostro nemico è il capitalismo e il suo stato. Tra i due non siamo indifferenti


Partito Comunista dei Lavoratori

lunedì 17 ottobre 2011

SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE: UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA APRE IL VARCO A PRATICHE IMPOLITICHE E NICHILISTE

La manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma ha visto una grande partecipazione di massa, una vasta presenza di giovani, un diffuso senso comune “anticapitalista”. Ma la sua dinamica è stata distorta da un impostazione politica sbagliata del coordinamento che ha promosso ed organizzato il corteo: un'impostazione che rinunciando ad indirizzare il movimento sul terreno del confronto politico col potere, ha finito con l'amplificare lo spazio di pratiche, impolitiche e nichiliste, avulse da una logica di massa.

LA RESPONSABILITA' DI UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA

Quando proponevamo una manifestazione indirizzata verso i palazzi del potere, rivendicavamo non solo il diritto a una pratica diffusa a livello internazionale, ed in particolare europeo; non solo un'iniziativa politica corrispondente alla particolare gravità della situazione italiana, alla natura particolarmente reazionaria del suo governo, alle responsabilità bipartisan nel sostegno alle banche da parte delle “opposizioni” parlamentari; ma anche perciò stesso un'iniziativa di massa capace di segnare politicamente il terreno centrale dello scontro, di unificare e tradurre su quel terreno la domanda diffusa di un corteo “radicale” e non convenzionale, di emarginare per questa via iniziative “fai da te” del tutto estranee allo sviluppo reale del movimento.
Avevamo avvisato i naviganti: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL, 25/9/2011)
Purtroppo, siamo stati facili profeti. La scelta maggioritaria di una manifestazione rituale, nel nome del “realismo” e della scelta “pacifica”, ha ignorato la realtà e non ha garantito “la pace”. Ha semplicemente lasciato campo libero a chi ha cercato come terreno di scontro non la contrapposizione politica al potere, non lo sviluppo della radicalità del movimento e della sua coscienza politica, ma l'esercizio pratiche isolate e nichiliste, a danno del movimento di massa.

CONTRO LO STATO E LA SUA REPRESSIONE

Sia chiaro: la nostra critica del vandalismo muove non dalla logica delle questure, ma dall'interesse della rivoluzione. L'avversario fondamentale dei lavoratori, dei giovani, delle loro lotte, non sono i cosiddetti black block, ma il capitalismo e il suo stato.
Non siamo pacifisti, e in ogni caso manteniamo la misura della realtà. La violenza consumata contro auto in sosta o contro le vetrine di negozi - per quanto del tutto inutile e demenziale- resta infinitamente minore della violenza consumata quotidianamente nello sfruttamento di milioni di uomini e di donne, nella segregazione dei migranti, o nelle missioni di guerra. Per questo non parteciperemo mai ai cori sdegnati “contro la violenza” di un ministro degli interni secessionista e xenofobo, o di un centrosinistra amico dei banchieri strozzini, o di un Nichi Vendola che sino a ieri “votava” i bombardamenti in Afghanistan. Noi stiamo dall'altra parte della barricata. In uno scontro tra apparato dello stato e migliaia di giovani di diversa estrazione (ben altro che i cosiddetti gruppi black block), come quello avvenuto a S. Giovanni, noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei giovani e della loro resistenza, indipendentemente dalle cause d'innesco dello scontro. Come facemmo il 14 dicembre di un anno fa, contro ogni scandalismo perbenista. Ed oggi respingiamo la campagna repressiva del governo, sostenuta dal Pd e da Di Pietro, contro la cosiddetta area antagonista: indipendentemente dalla distanza politica grande che ci separa dalle posizioni di quest'area, non solo rifiutiamo ogni solidarietà con lo stato delle banche, delle bombe, dei blindati, ma difenderemo ogni compagno/a che sia vittima della sua repressione. Contro ogni posizione di disimpegno o addirittura di neutralità presente nella sinistra e nel movimento stesso.

CONTRO IL VANDALISMO, MA DAL VERSANTE DELLA RIVOLUZIONE. 14 DICEMBRE E 15 OTTOBRE

Ma tutto ciò non significa affatto ignorare le differenze e farci trascinare dalla suggestione mitologica dello scontro fine a sé stesso. Scontri di piazza apparentemente simili per intensità possono assumere infatti significati diversi (e prestarsi a diverse percezioni di massa), a seconda della loro dinamica.
Il 14 dicembre di un anno fa, nelle ore successive al salvataggio parlamentare di Berlusconi, una massa di giovani compagni si diresse spontaneamente verso Montecitorio, scontrandosi con la violenza poliziesca, ed esercitando il proprio diritto all'autodifesa. Quello scontro si sviluppò sul terreno politico della contrapposizione al potere, brandì una rivendicazione democratica comprensibile e popolare (la cacciata del governo e la condanna di un Parlamento corrotto), si circondò perciò stesso di una significativa solidarietà, nonostante la campagna di criminalizzazione .
Il 15 Ottobre, invece, la dinamica degli scontri è stata innescata dalla distruzione metodica di oggetti casuali (automobili, bar, supermarket) ai lati del corteo da parte di limitati settori organizzati. Lo scontro si è dunque prodotto su un terreno estraneo a qualsivoglia prospettiva politica, allo sviluppo del movimento, alla crescita della sua coscienza. Di più: lo scopo di chi lo ha cercato era esattamente quello di boicottare la manifestazione di massa del movimento. Il fatto che poi migliaia di giovani coinvolti alla fine negli scontri abbiano giustamente resistito ai caroselli criminali della celere, non può occultare questo dato.
Questa logica primitiva e distruttiva, coltivata da alcune aree dei centri sociali, dell'anarchismo, di curve ultras, non è affatto una logica “più rivoluzionaria” come in qualche caso cerca di presentarsi. E' l'esatto opposto. E' la ricerca di uno sfogatoio emozionale cieco, in assenza di ogni progetto di rivoluzione reale, e contro la prospettiva di rivoluzione. Il danno che produce infatti non si limita ai benefici contingenti per la propaganda governativa o di centrosinistra, e per il loro cantico ipocrita sulla “condanna della violenza”. Il danno maggiore è l'effetto dissuasivo e distorcente che il vandalismo produce nell'immaginario diffuso delle classi subalterne circa il senso stesso della radicalità di lotta e della rivoluzione: un effetto tanto più negativo nel momento in cui si allarga una diffusa sensibilità anticapitalista- potenzialmente rivoluzionaria- nella giovane generazione.

RIVOLTA DI MASSA E PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Grande dunque è la responsabilità di chi ha favorito questo scenario. Perché lo spazio fornito a queste pratiche è stato ed è direttamente proporzionale all'opportunismo delle direzioni maggioritarie del movimento. La rinuncia ad un assunzione di responsabilità in un momento straordinario di scontro politico e sociale; l'adattamento alla routine di manifestazioni rituali- alla ricerca di un puro spazio mediatico o di qualche pacca sulla spalla degli ambienti benpensanti del centrosinistra e della loro stampa “democratica”- hanno aperto il varco all'avventurismo. Questa è la lezione del 15 Ottobre.
Ora non si tratta di aprire la caccia “militare” ai “black block” all'interno del movimento, alla ricerca di qualche capo espiatorio. Si tratta di andare alla radice delle responsabilità politiche di fondo di quanto accaduto. Di discutere seriamente l'organizzazione della piazza. E soprattutto di rilanciare una prospettiva di rivolta sociale e di classe, su base di massa e su un programma anticapitalista: che resta la condizione decisiva per aprire una pagina nuova, e una nuova prospettiva politica.

17 ottobre 2011,

Comitato esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori