Trasmissioni elettorali mediaset
venerdì 29 aprile 2011
martedì 26 aprile 2011
NO ALLA GUERRA LIBICA DI BERLUSCONI, NAPOLITANO, BERSANI
Cento anni fa fu il liberale Giolitti a bombardare la Libia, col plauso del nazionalismo più reazionario e l'opposizione del Partito Socialista. Oggi è il governo Berlusconi, col plauso del PD, e la benedizione di Napolitano.
I vecchi alleati del regime di Gheddafi non bombardano la Libia “per difendere i civili” ma per difendere il proprio posto al sole nell'annunciata spartizione delle spoglie di quel paese. Non bombardano “a difesa della rivoluzione” ma per ipotecare il suo esito politico e bloccare la sua propagazione.
A sua volta il governo di Bengasi si affida ai bombardieri d'occidente anche per ottenere l'investitura politica delle vecchie potenze coloniali: in contraddizione profonda, di fatto, con le aspirazioni di liberazione sociale della giovane generazione libica e della sua rivoluzione.
Sia la rivoluzione libica a regolare i conti con Gheddafi, col necessario sostegno politico e militare dei popoli arabi! Non i bombardieri occidentali, per i propri fini neocoloniali, contro i popoli arabi e la loro rivoluzione.
Il sostegno che Napolitano e il PD annunciano all'escalation di guerra smentisce una volta di più ogni possibile illusione nei vertici istituzionali o nel liberalismo borghese: che ancora una volta garantiscono a Berlusconi una copertura decisiva, persino sulla guerra, al solo scopo di accreditarsi presso gli ambienti dominanti- interni e internazionali- come affidabili successori di governo.
La rottura col PD da parte di tutte le sinistre- da Vendola a Ferrero- diventa non solo un dovere morale, ma la condizione necessaria per opporsi seriamente a Berlusconi , puntare alla sua cacciata, battersi per un'alternativa vera.
I vecchi alleati del regime di Gheddafi non bombardano la Libia “per difendere i civili” ma per difendere il proprio posto al sole nell'annunciata spartizione delle spoglie di quel paese. Non bombardano “a difesa della rivoluzione” ma per ipotecare il suo esito politico e bloccare la sua propagazione.
A sua volta il governo di Bengasi si affida ai bombardieri d'occidente anche per ottenere l'investitura politica delle vecchie potenze coloniali: in contraddizione profonda, di fatto, con le aspirazioni di liberazione sociale della giovane generazione libica e della sua rivoluzione.
Sia la rivoluzione libica a regolare i conti con Gheddafi, col necessario sostegno politico e militare dei popoli arabi! Non i bombardieri occidentali, per i propri fini neocoloniali, contro i popoli arabi e la loro rivoluzione.
Il sostegno che Napolitano e il PD annunciano all'escalation di guerra smentisce una volta di più ogni possibile illusione nei vertici istituzionali o nel liberalismo borghese: che ancora una volta garantiscono a Berlusconi una copertura decisiva, persino sulla guerra, al solo scopo di accreditarsi presso gli ambienti dominanti- interni e internazionali- come affidabili successori di governo.
La rottura col PD da parte di tutte le sinistre- da Vendola a Ferrero- diventa non solo un dovere morale, ma la condizione necessaria per opporsi seriamente a Berlusconi , puntare alla sua cacciata, battersi per un'alternativa vera.
Partito Comunista dei Lavoratori
lunedì 25 aprile 2011
UN NUOVO 25 APRILE PER CACCIARE BERLUSCONI E APRIRE LA VIA PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI

Il 25 aprile del 1945, la sollevazione partigiana chiuse la pagina buia del fascismo nella speranza di una vera alternativa di società: che liquidasse le classi dirigenti del Paese e aprisse la via del potere dei lavoratori. I governi di unità nazionale tra Togliatti e De Gasperi, con la benedizione degli Usa e di Stalin, realizzarono un programma opposto: la ricostruzione del capitalismo italiano. Fu il tradimento della Resistenza.
Da allora tutte le stagioni di lotta del movimento operaio sono state subordinate dalle sinistre alla salvaguardia del capitalismo e delle sue classi dominanti. Prima col compromesso storico con la Dc, che liquidò la grande pagina del 68; poi, dopo l'89, con la subordinazione alla seconda Repubblica, la partecipazione alla distruzione delle conquiste sociali e all'arretramento dei diritti democratici. Il Berlusconismo è lo sbocco ultimo di questo percorso: il prezzo che milioni di lavoratori e di giovani hanno pagato e pagano a questa politica suicida.
Ora si tratta davvero di voltare pagina. La lotta per rovesciare Berlusconi non può ripercorrere vecchi sentieri. Deve puntare a rovesciare la “democrazia” degli industriali e dei banchieri e realizzare la democrazia dei lavoratori: quella per cui si batterono, di fatto, le giovani generazioni partigiane.
Peraltro solo i metodi della sollevazione popolare possono davvero cacciare Berlusconi, aprendo la via ad un alternativa di società. Siamo di fronte al governo più reazionario che l'Italia abbia conosciuto dal 1960. Eppure le opposizioni liberali (PD,UDC)- attratte da Montezemolo e Marchionne- si limitano alle chiacchiere parlamentari, quando addirittura non salvano il governo col proprio voto ( come sulla guerra o il federalismo). E le sinistre cosiddette “radicali” ( Sel e Fds) continuano ad andar dietro ai liberali, nella speranza di qualche assessore o futuro ministro. Il risultato? Berlusconi non solo galleggia ma radicalizza, giorno dopo giorno, la propria arroganza reazionaria.
E' il momento di una svolta. Per questo il PCL si appella a tutte le sinistre, politiche, sindacali, di movimento, e a tutto l'associazionismo democratico perchè si faccia “come in Tunisia e in Egitto”: perchè si esca dalla routine di una opposizione ordinaria e impotente e si avvii una mobilitazione straordinaria, radicale, prolungata,con una grande marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi che assedi i palazzi del potere e imponga a Berlusconi le dimissioni ( V. il Sito..).
La celebrazione del 25 Aprile va riaffidata alla forza delle masse: per una lotta che questa volta vada davvero sino in fondo.
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
Facciamo come in Egitto e Tunisia
Intervento di Marco Ferrando su "il manifesto"
Come volevasi dimostrare. Ogni giorno che passa conferma una volta di più sia l'ipocrisia delle cosiddette opposizioni parlamentari, sia l'illusione di una liquidazione giuridica del Cavaliere. Il Partito democratico ha letteralmente salvato il governo dalle sue contraddizioni votando prima la guerra in Libia (di cui anzi è primo condottiero), e poi il federalismo regionale di Bossi e Calderoli, col pubblico ringraziamento della Lega.
Parrallelamente il Sultano bonaparte trasforma le aule di tribunale in tribune comizianti: sino a mobilitare la propria base contro le opposizioni. Siamo al punto che il governo recita la parte dell'opposizione, e l'opposizione la parte del governo: col risultato che il governo (vero) sopravvive o addirittura si rafforza, e l'opposizione (finta) si condanna all'impotenza (pur di compiacere Bankitalia e attendere la sua investitura).
I lavoratori, i giovani, le donne, che hanno animato in questi mesi le piazze dell'opposizione sociale, non hanno nulla a che sparire con questo gioco suicida sulla loro pelle.
La verità è che possono contare solo sulle proprie forze. Prenderne coscienza e liberarsi da ogni illusione: questa è la loro necessità.
Perchè solo una grande spallata popolare può fare piazza pulita del governo Berlusconi, accantonare opposizioni farsa, aprire la via di un'alternativa vera, che sgombri il campo da sfruttamento, malaffare, xenofobia.
Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale
“fare in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dall'abbraccio paralizzante del Pd e di unire la propria forza in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra.
Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto.
Il successo della nostra campagna, la quantità di adesioni in continua crescita che sta registrando, dimostra che un'avanguardia larga di lavoratori e di giovani è disposta a porre fine allo spirito di rassegnazione e cerca la via della ribellione sociale e politica. Il Partito Comunista dei Lavoratori non ha altro scopo che il loro. Ed è determinato ad andare sino in fondo.
Marco Ferrando Portavoce nazionale PCL
Come volevasi dimostrare. Ogni giorno che passa conferma una volta di più sia l'ipocrisia delle cosiddette opposizioni parlamentari, sia l'illusione di una liquidazione giuridica del Cavaliere. Il Partito democratico ha letteralmente salvato il governo dalle sue contraddizioni votando prima la guerra in Libia (di cui anzi è primo condottiero), e poi il federalismo regionale di Bossi e Calderoli, col pubblico ringraziamento della Lega.
Parrallelamente il Sultano bonaparte trasforma le aule di tribunale in tribune comizianti: sino a mobilitare la propria base contro le opposizioni. Siamo al punto che il governo recita la parte dell'opposizione, e l'opposizione la parte del governo: col risultato che il governo (vero) sopravvive o addirittura si rafforza, e l'opposizione (finta) si condanna all'impotenza (pur di compiacere Bankitalia e attendere la sua investitura).
I lavoratori, i giovani, le donne, che hanno animato in questi mesi le piazze dell'opposizione sociale, non hanno nulla a che sparire con questo gioco suicida sulla loro pelle.
La verità è che possono contare solo sulle proprie forze. Prenderne coscienza e liberarsi da ogni illusione: questa è la loro necessità.
Perchè solo una grande spallata popolare può fare piazza pulita del governo Berlusconi, accantonare opposizioni farsa, aprire la via di un'alternativa vera, che sgombri il campo da sfruttamento, malaffare, xenofobia.
Per questo il PCL continua la propria campagna nazionale
“fare in Tunisia e in Egitto”: chiedendo con forza a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, di liberarsi dall'abbraccio paralizzante del Pd e di unire la propria forza in una mobilitazione straordinaria che abbia il coraggio di provare a vincere. Continueremo a portare questo appello in tutte le occasioni di confronto e in tutte le manifestazioni di massa: sociali, politiche, democratiche, contro la guerra.
Ovunque si respiri la volontà di svolta e di riscatto.
Il successo della nostra campagna, la quantità di adesioni in continua crescita che sta registrando, dimostra che un'avanguardia larga di lavoratori e di giovani è disposta a porre fine allo spirito di rassegnazione e cerca la via della ribellione sociale e politica. Il Partito Comunista dei Lavoratori non ha altro scopo che il loro. Ed è determinato ad andare sino in fondo.
Marco Ferrando Portavoce nazionale PCL
Tratto da "Il Manifesto" del 21-04-2011
venerdì 15 aprile 2011
UN BARBARO ASSASSINIO

Il sequestro e assassinio di Vittorio Arrigoni da parte delle squadracce più reazionarie dell'integralismo islamico a Gaza, è un autentica infamia. Tanto più perchè realizzato contro un compagno da sempre impegnato in prima linea, con la massima generosità e il massimo coraggio, al fianco del popolo palestinese contro i crimini del sionismo: crimini che Vittorio ha sempre denunciato e documentato contro ogni silenzio e complicità, sino a fare di questa denuncia una ragione di vita. Questo assassinio barbaro rafforza la nostra determinazione a lottare per la piena autodeterminazione del popolo palestinese, contro lo Stato sionista e contro ogni forma di panislamismo integralista. Ai familiari di Vittorio e a tutti i suoi compagni ed amici, a partire dalla redazione de Il Manifesto, il cordoglio più sentito e un forte abbraccio.
Partito Comunista dei Lavoratori
lunedì 11 aprile 2011
BORGHESIA IPOCRITA E ASSASSINA
Il cartello “Maroni assassino” esibito da un deputato IDV in Parlamento -e subito censurato da “democratici” e Di Pietro con tanto di scuse pietose a Maroni- è sbagliato solo per difetto. Non è solo un singolo ministro, per quanto reazionario, il responsabile della tragica morte in mare di 250 migranti, ma le politiche securitarie che da 20 anni tutte le forze di governo hanno promosso, quale che fosse il loro colore politico, tanto in Italia quanto in Europa.
Da 20 anni tutti i partiti dominanti hanno sventolato la bandiera della xenofobia. Da 20 anni milioni di uomini e di donne in fuga dalla fame o dalla morte, o comunque alla ricerca di una vita migliore, sono stati presentati come inaccettabili invasori o come ospiti indesiderati: al solo fine di lucrare sulla loro emarginazione coll'uso del ricatto sociale e dell'umiliazione quotidiana; di fomentare disperate guerre tra poveri a tutto vantaggio delle classi dominanti, dirottando sui bersagli più facili la crescente frustrazione sociale di ampie fasce popolari colpite dalla crisi; di costruire a basso costo le fortune elettorali ( e i seggi dorati) di partiti xenofobi, o recuperi di consenso “drogato” da parte di cinici governi in calo di credibilità.
Sbarramenti, respingimenti, segregazioni, rimpatri, sono stati il linguaggio di questa politica . Le distinzioni hanno riguardato solamente le sue confezioni culturali: tra chi la ricopre di “raccomandazioni umanitarie” e chi invoca il “fuori dalle palle”. Ma l'obiettivo di fondo è comune: liberarsi di una “eccedenza”, scoraggiare con tutti i mezzi nuovi approdi, imprigionare in centri di segregazione invivibili chi è riuscito ad approdare in attesa di poterlo espellere e rinviarlo alla sua “prigione” di provenienza.
La guerra contro la cosiddetta “clandestinità”è il manto che veste questa politica. La guerra alla “clandestinità” è la guerra bipartisan del nostro tempo, in Italia, in Francia, in Spagna, sotto i Sarkosy e i Berlusconi come sotto i Prodi e i Zapatero. La sua cifra è il più volgare capovolgimento della verità e persino del significato semantico delle parole. Nulla infatti è meno clandestino di chi si imbarca a viso scoperto e alla luce del sole su disperati mezzi di fortuna, alla ricerca pubblica e dichiarata di una nuova vita di dignità e di lavoro, dopo anni di stenti, di fame o di guerre. La sua riduzione a “clandestino” è esattamente il risultato di chi gli nega il diritto di approdo, di un permesso di soggiorno, di libertà di movimento, al solo scopo di legittimare il suo sfruttamento, la sua segregazione, il suo respingimento.
Questa politica, come i fatti dimostrano, è del tutto impotente ad “impedire” nuovi sbarchi ed approdi, oggi come ieri: per il semplice fatto che nessun sbarramento, minaccia, divieto può abolire il diritto naturale ed universale ad una nuova vita, né il coraggio di chi la ricerca. Tanto più in un contesto di crisi sociale e di guerra. L'unico effetto pratico, sicuramente efficace, è invece criminogeno. Costringendo i migranti ad aggirare gli impedimenti, li costringono a rinunciare ad ogni sicurezza, a ricorrere alle vie più disperate, a mettersi nelle mani di trafficanti ( i famigerati “scafisti”) che sono i primi veri beneficiari delle politiche dei governi “democratici” che li.. “condannano”.
Sono 23.000 i migranti assassinati in 20 anni da queste politiche nel Mar Mediterraneo. I 250 di qualche giorno fa sono solo purtroppo gli ultimi tragici “arrivi”.
L'ipocrisia criminale della borghesia raggiunge oggi il suo apice. Il Nord Africa è segnato da grandi rivoluzioni popolari contro regimi odiosi e dispotici sostenuti per decenni dai governi europei di ogni colore. La cacciata di questi regimi ha indebolito gli accordi criminali da essi stipulati con i governi europei in ordine al blocco dell'immigrazione. Peraltro il diritto all'espatrio ha rappresentato una delle rivendicazioni democratiche della ribellione giovanile contro i Ben Alì, i Mubarak, i Gheddafi. Ora gli stessi governi europei che hanno finto di “salutare” positivamente nel nome della “libertà” le rivoluzioni che hanno spodestato i loro amici, chiedono ai nuovi governi arabi di conservare o ripristinare la negazione della libertà di espatrio. Cioè di assicurare la continuità coi vecchi banditi spodestati, in cambio di soldi e di armi. E per di più fanno questo nel momento stesso in cui il loro intervento di guerra in Libia, finalizzato al recupero del controllo politico sulla regione contro le rivoluzioni arabe, spinge grandi masse di somali, eritrei, subsahariani – da tempo supersfruttate in Libia da società occidentali- verso una emigrazione tanto disperata quanto inevitabile. I 250 morti in mare erano non a caso in larga misura eritrei. Anche per questo l'impronta del loro assassino è inconfondibile: è quella dell'imperialismo italiano, francese, inglese, americano, e delle loro bombe.
Per tutto questo, mentre le opposizioni liberali o dipietriste si “scusano” vergognosamente col ministro Maroni per un “involontario sgarbo”, il Partito Comunista dei Lavoratori rivolge contro il governo, la Lega e tutti partiti dominanti la rivendicazione “Fuori dalle palle”: solo un governo dei lavoratori, italiani e migranti, potrà restituire libertà e dignità ad ogni oppresso e mettere in galera i suoi oppressori. E i suoi assassini.
Da 20 anni tutti i partiti dominanti hanno sventolato la bandiera della xenofobia. Da 20 anni milioni di uomini e di donne in fuga dalla fame o dalla morte, o comunque alla ricerca di una vita migliore, sono stati presentati come inaccettabili invasori o come ospiti indesiderati: al solo fine di lucrare sulla loro emarginazione coll'uso del ricatto sociale e dell'umiliazione quotidiana; di fomentare disperate guerre tra poveri a tutto vantaggio delle classi dominanti, dirottando sui bersagli più facili la crescente frustrazione sociale di ampie fasce popolari colpite dalla crisi; di costruire a basso costo le fortune elettorali ( e i seggi dorati) di partiti xenofobi, o recuperi di consenso “drogato” da parte di cinici governi in calo di credibilità.
Sbarramenti, respingimenti, segregazioni, rimpatri, sono stati il linguaggio di questa politica . Le distinzioni hanno riguardato solamente le sue confezioni culturali: tra chi la ricopre di “raccomandazioni umanitarie” e chi invoca il “fuori dalle palle”. Ma l'obiettivo di fondo è comune: liberarsi di una “eccedenza”, scoraggiare con tutti i mezzi nuovi approdi, imprigionare in centri di segregazione invivibili chi è riuscito ad approdare in attesa di poterlo espellere e rinviarlo alla sua “prigione” di provenienza.
La guerra contro la cosiddetta “clandestinità”è il manto che veste questa politica. La guerra alla “clandestinità” è la guerra bipartisan del nostro tempo, in Italia, in Francia, in Spagna, sotto i Sarkosy e i Berlusconi come sotto i Prodi e i Zapatero. La sua cifra è il più volgare capovolgimento della verità e persino del significato semantico delle parole. Nulla infatti è meno clandestino di chi si imbarca a viso scoperto e alla luce del sole su disperati mezzi di fortuna, alla ricerca pubblica e dichiarata di una nuova vita di dignità e di lavoro, dopo anni di stenti, di fame o di guerre. La sua riduzione a “clandestino” è esattamente il risultato di chi gli nega il diritto di approdo, di un permesso di soggiorno, di libertà di movimento, al solo scopo di legittimare il suo sfruttamento, la sua segregazione, il suo respingimento.
Questa politica, come i fatti dimostrano, è del tutto impotente ad “impedire” nuovi sbarchi ed approdi, oggi come ieri: per il semplice fatto che nessun sbarramento, minaccia, divieto può abolire il diritto naturale ed universale ad una nuova vita, né il coraggio di chi la ricerca. Tanto più in un contesto di crisi sociale e di guerra. L'unico effetto pratico, sicuramente efficace, è invece criminogeno. Costringendo i migranti ad aggirare gli impedimenti, li costringono a rinunciare ad ogni sicurezza, a ricorrere alle vie più disperate, a mettersi nelle mani di trafficanti ( i famigerati “scafisti”) che sono i primi veri beneficiari delle politiche dei governi “democratici” che li.. “condannano”.
Sono 23.000 i migranti assassinati in 20 anni da queste politiche nel Mar Mediterraneo. I 250 di qualche giorno fa sono solo purtroppo gli ultimi tragici “arrivi”.
L'ipocrisia criminale della borghesia raggiunge oggi il suo apice. Il Nord Africa è segnato da grandi rivoluzioni popolari contro regimi odiosi e dispotici sostenuti per decenni dai governi europei di ogni colore. La cacciata di questi regimi ha indebolito gli accordi criminali da essi stipulati con i governi europei in ordine al blocco dell'immigrazione. Peraltro il diritto all'espatrio ha rappresentato una delle rivendicazioni democratiche della ribellione giovanile contro i Ben Alì, i Mubarak, i Gheddafi. Ora gli stessi governi europei che hanno finto di “salutare” positivamente nel nome della “libertà” le rivoluzioni che hanno spodestato i loro amici, chiedono ai nuovi governi arabi di conservare o ripristinare la negazione della libertà di espatrio. Cioè di assicurare la continuità coi vecchi banditi spodestati, in cambio di soldi e di armi. E per di più fanno questo nel momento stesso in cui il loro intervento di guerra in Libia, finalizzato al recupero del controllo politico sulla regione contro le rivoluzioni arabe, spinge grandi masse di somali, eritrei, subsahariani – da tempo supersfruttate in Libia da società occidentali- verso una emigrazione tanto disperata quanto inevitabile. I 250 morti in mare erano non a caso in larga misura eritrei. Anche per questo l'impronta del loro assassino è inconfondibile: è quella dell'imperialismo italiano, francese, inglese, americano, e delle loro bombe.
Per tutto questo, mentre le opposizioni liberali o dipietriste si “scusano” vergognosamente col ministro Maroni per un “involontario sgarbo”, il Partito Comunista dei Lavoratori rivolge contro il governo, la Lega e tutti partiti dominanti la rivendicazione “Fuori dalle palle”: solo un governo dei lavoratori, italiani e migranti, potrà restituire libertà e dignità ad ogni oppresso e mettere in galera i suoi oppressori. E i suoi assassini.
sabato 26 marzo 2011
Facciamo come il nord-africa... Intervista a Marco Ferrando portavoce nazionale del PCL-CRQI
D- Ferrando, qual è la vostra proposta?
R- Una mobilitazione straordinaria contro il Governo reazionario. Siamo in una situazione in cui il Governo è privo di una formale maggioranza politica retto da un sultanato che domina un parlamento di nominati, a sua volta eletto con una legge elettorale truffaldina e privo di un’opposizione adeguata a fronteggiare quel carattere reazionario con la giusta determinazione.
Noi pensiamo che questa situazione di stallo si possa superare attraverso un’iniziativa di mobilitazione dal basso, di grandi masse, che facciano pesare sul piatto della bilancia il peso della propria forza e della propria determinazione.
D- Come in Tunisia e in Egitto?
R-Esatto, come sta avvenendo in questi due paesi dove le grandi mobilitazioni popolari sono riuscite a sconfiggere la violenza del potere e ad aprire dal basso una pagina nuova.
D- La violenza è solo del potere?
R- La violenza è del potere come si è visto in queste vicende, in Tunisia hanno fatto 200 morti, in Egitto 300, e ciò nonostante queste brutalità poliziesche non sono riuscite a bloccare o intimidire la volontà popolare perché quelle masse si sono scrollate di dosso la paura, grande fattore di conservazione dell’ordine sociale. Quando grandi masse perdono la paura e anche l’abitudine alla rassegnazione come destino civico, si possono anche fare 300 morti ma non si arresta una rivoluzione sociale come dimostra l’esperienza Nordafricana.
D- Questo è possibile anche in Italia?
R- Noi pensiamo di sì, che a fronte della crisi sociale che sta attraversando il Paese sia possibile fare un salto di mobilitazione popolare nella prospettiva di una rivoluzione sociale. In Italia come in tutto l’Occidente.
D- In Italia da dove può partire la rivoluzione? Dal Pd?
R- Queste sono forze che, come dichiarano loro stesse, sono legate alla conservazione di questo ordine di società, anzi intrattengono ottime relazioni con il mondo delle banche, di Confindustria, con i poteri forti, con le gerarchie ecclesiastiche. Cercano di sottrarre a Berlusconi i favori di queste classi dirigenti per tornare al Governo in nome di quelle classi dirigenti che per altro hanno sostenuto fino a ieri i Governi di centro sinistra coninvolgendoli nelle peggiori polemiche antioperaie.
Secondo noi una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria può partire da una sinistra che recuperi la piena autonomia e alternatività dal centro destra berlusconiano che è il primo nemico da battere ma anche da centro sinistra.
D- I comunisti non sono morti tutti allora.
R- I comunisti, non quelli che Berlusconi vede ovunque anche nelle sedi più improprie e improbabili, ma quelli veri, che vogliono recuperare quel programma di rivoluzione sociale e anticapitalistica su cui il Comunismo nacque. Non è nato semplicemente intorno a una politica di difesa della pensione, del salario e del posto di lavoro, questa è la base di partenza e purtroppo oggi le sinistre non svolgono neanche questo mestiere perché si compromettono con le classi dominanti: i Comunisti legano queste lotte alle messa in discussione della struttura della società in cui il potere non sia nella mani di una piccola minoranza che esercita una dittatura sulla maggioranza del lavoro salariato e delle classi subalterne.
D- Al fianco dei lavoratori adesso c’è la Cgil, no?
R- La Cgil ha un merito e un demerito: il merito in questa stagione di opporsi formalmente alle politiche governative padronali, ma ha il demerito di non portare fino in fondo questa opposizione mobilitando fino in fondo la forza del movimento operaio popolare.
Lo sciopero generale del 6 maggio di quattro ore convocato due mesi prima è la dimostrazione di un dissenso timidamente impotente: noi parteciperemo e inviteremo tutti a farlo, ma è indubbio che non modificherà neanche di una virgola i rapporti di forza tra le classi.
D- Qual è l’alternativa?
R- Bisogna arrivare a superare la soglia di testimonianza delle buone ragioni, investendo le buone ragioni in un’azione di forza che miri a vincere. Il problema non è partecipare ma vincere.
D- Siete davvero convinti che sia possibile una rivoluzione in Italia?
R- Fino a pochi mesi fa tutti pensavano che fosse impossibile in Tunisia e in Egitto, persino coloro che l’hanno fatta. Se a un giovane qualunque poco tempo fa si fosse chiesto se fosse possibile una rivoluzione contro il potere centrale avrebbe sollecitato un ricovero d’urgenza per l’intervistatore.
Come sempre queste rivoluzioni sorprendono anche chi le fa.
D- Secondo voi è davvero possibile dunque.
R- Il punto è che oltre una certa soglia di sopportazione sociale arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso sviluppando una dinamica radicale. Non solo è possibile, ma necessario perché volendo essere realisti non esiste altra possibilità concreta di modificare l’ordine delle cose. Tutti quelli che ci dicono «Voi siete irrealisti», in realtà dimostrano il più totale irrealismo perché ormai è consolidato che con metodi di carattere ordinario, tradizionali, non si fronteggia una situazione politica straordinaria.
Intervista di F.M. del "Parma Daily"
R- Una mobilitazione straordinaria contro il Governo reazionario. Siamo in una situazione in cui il Governo è privo di una formale maggioranza politica retto da un sultanato che domina un parlamento di nominati, a sua volta eletto con una legge elettorale truffaldina e privo di un’opposizione adeguata a fronteggiare quel carattere reazionario con la giusta determinazione.
Noi pensiamo che questa situazione di stallo si possa superare attraverso un’iniziativa di mobilitazione dal basso, di grandi masse, che facciano pesare sul piatto della bilancia il peso della propria forza e della propria determinazione.
D- Come in Tunisia e in Egitto?
R-Esatto, come sta avvenendo in questi due paesi dove le grandi mobilitazioni popolari sono riuscite a sconfiggere la violenza del potere e ad aprire dal basso una pagina nuova.
D- La violenza è solo del potere?
R- La violenza è del potere come si è visto in queste vicende, in Tunisia hanno fatto 200 morti, in Egitto 300, e ciò nonostante queste brutalità poliziesche non sono riuscite a bloccare o intimidire la volontà popolare perché quelle masse si sono scrollate di dosso la paura, grande fattore di conservazione dell’ordine sociale. Quando grandi masse perdono la paura e anche l’abitudine alla rassegnazione come destino civico, si possono anche fare 300 morti ma non si arresta una rivoluzione sociale come dimostra l’esperienza Nordafricana.
D- Questo è possibile anche in Italia?
R- Noi pensiamo di sì, che a fronte della crisi sociale che sta attraversando il Paese sia possibile fare un salto di mobilitazione popolare nella prospettiva di una rivoluzione sociale. In Italia come in tutto l’Occidente.
D- In Italia da dove può partire la rivoluzione? Dal Pd?
R- Queste sono forze che, come dichiarano loro stesse, sono legate alla conservazione di questo ordine di società, anzi intrattengono ottime relazioni con il mondo delle banche, di Confindustria, con i poteri forti, con le gerarchie ecclesiastiche. Cercano di sottrarre a Berlusconi i favori di queste classi dirigenti per tornare al Governo in nome di quelle classi dirigenti che per altro hanno sostenuto fino a ieri i Governi di centro sinistra coninvolgendoli nelle peggiori polemiche antioperaie.
Secondo noi una prospettiva anticapitalistica e rivoluzionaria può partire da una sinistra che recuperi la piena autonomia e alternatività dal centro destra berlusconiano che è il primo nemico da battere ma anche da centro sinistra.
D- I comunisti non sono morti tutti allora.
R- I comunisti, non quelli che Berlusconi vede ovunque anche nelle sedi più improprie e improbabili, ma quelli veri, che vogliono recuperare quel programma di rivoluzione sociale e anticapitalistica su cui il Comunismo nacque. Non è nato semplicemente intorno a una politica di difesa della pensione, del salario e del posto di lavoro, questa è la base di partenza e purtroppo oggi le sinistre non svolgono neanche questo mestiere perché si compromettono con le classi dominanti: i Comunisti legano queste lotte alle messa in discussione della struttura della società in cui il potere non sia nella mani di una piccola minoranza che esercita una dittatura sulla maggioranza del lavoro salariato e delle classi subalterne.
D- Al fianco dei lavoratori adesso c’è la Cgil, no?
R- La Cgil ha un merito e un demerito: il merito in questa stagione di opporsi formalmente alle politiche governative padronali, ma ha il demerito di non portare fino in fondo questa opposizione mobilitando fino in fondo la forza del movimento operaio popolare.
Lo sciopero generale del 6 maggio di quattro ore convocato due mesi prima è la dimostrazione di un dissenso timidamente impotente: noi parteciperemo e inviteremo tutti a farlo, ma è indubbio che non modificherà neanche di una virgola i rapporti di forza tra le classi.
D- Qual è l’alternativa?
R- Bisogna arrivare a superare la soglia di testimonianza delle buone ragioni, investendo le buone ragioni in un’azione di forza che miri a vincere. Il problema non è partecipare ma vincere.
D- Siete davvero convinti che sia possibile una rivoluzione in Italia?
R- Fino a pochi mesi fa tutti pensavano che fosse impossibile in Tunisia e in Egitto, persino coloro che l’hanno fatta. Se a un giovane qualunque poco tempo fa si fosse chiesto se fosse possibile una rivoluzione contro il potere centrale avrebbe sollecitato un ricovero d’urgenza per l’intervistatore.
Come sempre queste rivoluzioni sorprendono anche chi le fa.
D- Secondo voi è davvero possibile dunque.
R- Il punto è che oltre una certa soglia di sopportazione sociale arriva la classica goccia che fa traboccare il vaso sviluppando una dinamica radicale. Non solo è possibile, ma necessario perché volendo essere realisti non esiste altra possibilità concreta di modificare l’ordine delle cose. Tutti quelli che ci dicono «Voi siete irrealisti», in realtà dimostrano il più totale irrealismo perché ormai è consolidato che con metodi di carattere ordinario, tradizionali, non si fronteggia una situazione politica straordinaria.
Intervista di F.M. del "Parma Daily"
lunedì 21 marzo 2011
LE VERE RAGIONI DELL'ITALIA IN GUERRA. IL PD SALVA BERLUSCONI NEL NOME DEL SOSTEGNO ALLA GUERRA. LE SINISTRE ROMPANO CON TUTTI I PARTITI DI GUERRA, E SI MOBILINO UNITE CONTRO DI ESSA. NON UN SOLDO PER LA GUERRA LIBICA
Il Presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.
Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.
Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.
Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.
Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.
Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.
Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.
Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano ( a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni ( a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi ( dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari. Il fine comune dell'imperialismo, in ogni caso, è acquisire direttamente sul campo leve di intervento e condizionamento politico sui rivolgimenti in corso, bloccare la loro ulteriore espansione, far argine ad ogni loro possibile sviluppo in direzione antimperialista ed anticapitalista. I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.
Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “E' stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. E' vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'Eni, degli industriali e banchieri italiani ( tanto esposti nel Maghreb), delle gerarchie militari, delle istituzioni dell'imperialismo internazionale ( dall'Onu alla Nato). Un atto che conferma una volta di più, se ve ne era bisogno, l'organica appartenenza del PD al campo della borghesia italiana e dei suoi interessi imperialisti.
Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.
Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo Berlusconi ( “Fare come in Tunisia e in Egitto”): denunciando ovunque il salvataggio del governo da parte del PD nel nome della guerra, e dunque sbugiardando la falsità della demagogia antiberlusconiana delle opposizioni parlamentari liberali. Al tempo stesso, e proprio per questo, svilupperemo con più forza la necessità di una aperta rottura col PD, ad ogni livello, da parte di tutte le sinistre politiche , sindacali, di movimento, quale condizione necessaria per liberare un'opposizione radicale e di massa a Berlusconi e al suo governo, capace di vincere. Infine combineremo tutto questo col pieno sostegno alla rivoluzione araba e alla sua propagazione, contro ogni ingerenza dell'imperialismo, a partire dall'imperialismo italiano: ad un secolo esatto dalla spedizione coloniale di Giolitti in Libia, diremo come allora “Non un soldo per la guerra libica”,”No alla guerra tricolore”.
Marco Ferrando
Presidio di protesta contro il presidente della Provincia Cirielli
La manifestazione di dissenso si è svolta in maniera pacifica, raccogliendo il consenso di alcuni cittadini scesi in strada per assistere alla cerimonia di inaugurazione, anch’essi critici nei confronti di Cirielli.
Segue il testo del volantino distribuito durante il presidio.
Il presidente della provincia Edmondo Cirielli ignora la storia, dimentica velocemente le valutazioni espresse sul Sindaco di Baronissi attraverso atti parlamentari e non mantiene le promesse.
Cirielli ha affisso, in tutta la Provincia, dei manifesti per celebrare il 25 APRILE. Nei quali dimostrava tutto il suo pregiudizio ideologico e la sua profonda ignoranza sulle vicende della RESISTENZA ITALIANA, esaltando, di contro, l'apporto dell'esercito americano che a suo dire avrebbe evitato che il paese fosse preda di pericolosi comunisti.
Cirielli ha presentato DE INTERROGAZIONI PARLAMENTARI al Ministro degli Interni nelle quali si legge:
... "se il rinvio a giudizio del sindaco protempore Giovanni Moscatiello, per una serie di reati tra i quali concorso esterno al reato previsto dall'articolo 416-bis del codice penale, non integrasse la possibilità dello scioglimento del consiglio comunale per condizionamenti camorristici" ...
Salvo poi nominare Moscatiello, passato nel frattempo dal PD al PDL e sostenuto al Comune dal centro-destra, Segretario generale della provincia, nomina di esclusiva competenza del presidente.
Cirielli ha promesso di impegnare i fondi necessari per costruire DUE ISTITUTI SUPERIORI nella Valle dell'Irno, uno a Mercato S. Severino e l'altro a Baronissi.
Sia nel primo che nel secondo caso le promesse non sono state mantenute. Mentre per Mercato S. Severino non si hanno notizie della gara d'appalto esperita diversi mesi fa, a Baronissi, si è pensato bene di trasformare, affittandole, delle residenze per anziani in aule scolastiche, con l'abbandono del polo scolastico che sarebbe dovuto nascere a Cariti.
Cirielli dovrebbe spiegare ai cittadini della Valle dell'Irno, invece di presenziare ad inaugurazioni di presunti "poli creativi":
- Per quale motivo continua a mantenere ai vertici dell'ente che presiede Giovanni Moscatiello;
- Perché non vuole più investire per favorire la cultura nella Valle dell'Irno;
- Se ha intenzione di riparare, il prossimo 25 Aprile, alle gravi offese ai resistenti italiani che si sono sacrificati per la nostra libertà.
domenica 20 marzo 2011
NO ALL'ATTACCO MILITARE IMPERIALISTA GIU' LE MANI DALLA RIVOLUZIONE ARABA SIA IL POPOLO LIBICO A REGOLARE I CONTI CON GHEDDAFI, NON I BOMBARDIERI OCCIDENTALI
L'aggressione imperialista alla Libia non ha alcuno scopo “umanitario”. E' difficile immaginare scopi “umanitari” in chi ha armato per decenni regimi arabi torturatori, ed oggi appoggia la criminale dittatura saudita e la sanguinosa repressione in Bahrein. La verità è che dietro il velo ipocrita della propaganda, USA e UE cercano di riprendere il controllo politico del Maghreb e di bloccare l'espansione della rivoluzione araba in funzione dei propri interessi economici e strategici nella regione. Non a caso le potenze occidentali hanno rifiutato ogni rifornimento di armi agli insorti libici, che non controllano e di cui non si fidano . L'imperialismo interviene in proprio solo per affermare il proprio comando sulla situazione libica e nordafricana. I limiti delle rivoluzioni arabe del Maghreb, espressisi anche nel mancato sostegno militare alla rivoluzione libica, hanno di fatto favorito l'inserimento imperialista e la sua ipocrisia “umanitaria” a danno della rivoluzione libica e della sua autonomia.
Da comunisti siamo stati e siamo incondizionatamente dalla parte della rivoluzione libica contro il regime sanguinario di Gheddafi, così come siamo stati al fianco della rivoluzione tunisina ed egiziana contro i regimi filo occidentali di Ben Alì e Mubarak. Proprio per questo non possiamo che avversare un intervento imperialista mirato contro la rivoluzione araba. Sia il popolo libico a regolare i conti con Gheddafi, non i bombardieri occidentali.
Il rifiuto dell'aggressione imperialista non ci porta ad alcun appoggio politico ad un regime odioso, per anni garante degli interessi occidentali contro il proprio popolo. E' necessario sostenere la continuità e l'estensione della rivoluzione libica, sviluppando la sua piena autonomia politica dall'imperialismo e dai suoi scopi. E' necessario che tutti i popoli arabi in rivolta, a partire dalla Tunisia e dall'Egitto, combinino il proprio sostegno agli insorti libici con la mobilitazione più ampia contro l'intervento imperialista: giù le mani dalla rivoluzione araba! E' necessario che il movimento operaio internazionale si mobiliti a difesa della rivoluziona araba contro le mire imperialiste delle proprie borghesie: favorendo nella rivoluzione araba l'emergere delle tendenze più coerentemente antimperialiste e anticapitaliste.
In questo quadro il PCL si appella a tutte le sinistre italiane per un'immediata mobilitazione contro ogni coinvolgimento italiano nell'intervento militare in Libia, e contro l'intossicante propaganda tricolore bipartisan che l'accompagna.
Non un soldo per la guerra libica! Al fianco della rivoluzione araba, della sua propagazione, della sua autonomia da ogni ingerenza imperialista! Per la federazione socialista araba!
Da comunisti siamo stati e siamo incondizionatamente dalla parte della rivoluzione libica contro il regime sanguinario di Gheddafi, così come siamo stati al fianco della rivoluzione tunisina ed egiziana contro i regimi filo occidentali di Ben Alì e Mubarak. Proprio per questo non possiamo che avversare un intervento imperialista mirato contro la rivoluzione araba. Sia il popolo libico a regolare i conti con Gheddafi, non i bombardieri occidentali.
Il rifiuto dell'aggressione imperialista non ci porta ad alcun appoggio politico ad un regime odioso, per anni garante degli interessi occidentali contro il proprio popolo. E' necessario sostenere la continuità e l'estensione della rivoluzione libica, sviluppando la sua piena autonomia politica dall'imperialismo e dai suoi scopi. E' necessario che tutti i popoli arabi in rivolta, a partire dalla Tunisia e dall'Egitto, combinino il proprio sostegno agli insorti libici con la mobilitazione più ampia contro l'intervento imperialista: giù le mani dalla rivoluzione araba! E' necessario che il movimento operaio internazionale si mobiliti a difesa della rivoluziona araba contro le mire imperialiste delle proprie borghesie: favorendo nella rivoluzione araba l'emergere delle tendenze più coerentemente antimperialiste e anticapitaliste.
In questo quadro il PCL si appella a tutte le sinistre italiane per un'immediata mobilitazione contro ogni coinvolgimento italiano nell'intervento militare in Libia, e contro l'intossicante propaganda tricolore bipartisan che l'accompagna.
Non un soldo per la guerra libica! Al fianco della rivoluzione araba, della sua propagazione, della sua autonomia da ogni ingerenza imperialista! Per la federazione socialista araba!
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