giovedì 9 ottobre 2014

Oltre il mito, un'autentico rivoluzionario marxista: "Hasta siempre comandante!"


Sintetizzare il contributo di E. Guevara sulla questione della forma - partito non è facile. La personalità eclettica del Che unita, alla sua prematura scomparsa, ha lasciato ai posteri una ricca eredità, il cui fascino è accresciuto dal richiamo del sacrificio eroico, sicché focalizzare il tema “partito” all’interna dell’esperienza rivoluzionaria guevariana comporta il superamento della dimensione simbolica che questa ha assunto. Tale compito ci costringe ad affrontare la realtà storica abbandonando il terreno del leggendario, si tratta di riordinare le tracce di una preziosa esperienza rivoluzionaria scendendo dall’olimpo in cui si è soliti trovarla. Un compito impegnativo eppure necessario se vogliamo oltrepassare la superficialità dell’elogio celebrativo. L’unica occasione in cui Guevara esprime in modo sistematico ed esauriente il proprio ideale di partito è“L’uomo e il socialismo a Cuba”, un articolo in forma di lettera apparso sul settimanale uruguayano “Marcha” a Montevideo il 12 marzo 1965, e in “Verde Olivo” a Cuba, nell’aprile dello stesso anno. Si snocciolano qui gli elementi comuni al modello leninista:partito d’avanguardia, ammissione selettiva, minoranza di quadri formati, impegno ad elevare il livello di coscienza delle masse, programma comunista, carattere esemplare e pedagogico della militanza, spirito di abnegazione e sacrificio. Ne risulta la piena conformità alla tradizione bolscevica. Un esame profondo del contenuto ideologico dell’attività rivoluzionaria di Ernesto Guevara De La Serna, detto il “Che”, ci restituisce un comunista, marxista e leninista. Approfondendo la storia del Che possiamo scoprire un rivoluzionario “diverso” da quello comunemente conosciuto, che non rientra completamente nella figura dell’eroe romantico donchisciottesco, molto “rivoluzionario” in senso lato, ma poco ”comunista”, nel senso più politico.Questo approfondimento è utile se legato alla storia della rivoluzione cubana e alla costruzione del socialismo a Cuba, perché quella storia è stata determinante nel percorso politico di Guevara. Capita allora di scoprire una storia del socialismo cubano poco noto, spesso affidato a pochi aneddoti miscelati al folklore tropicale..


Ricordiamoci che la rivoluzione cubana è relativamente giovane, e che negli anni 60’ l’inviato dell’Unità all’Avana, Saverio Tutino, non ebbe mai l’onore di intervistare il Che, il che la dice lunga sui limiti della sintonia politico-ideologica del PCI d’allora con il governo rivoluzionario cubano prima e con il Partito Comunista Cubano (PCC) poi.La deriva revisionista dominante ha impedito un autentico apprendimento di quella lezione rivoluzionaria, e su Cuba è finito col gravare una visione benevola ma con riserva, solidale purché distaccata sul piano ideologico, fino ad arrivare oggi ad una sottile ma sostanziale “condanna” d’autoritarismo e di ortodossia vetero-marxista.
Questo lavoro di ricerca non deve spaventare, perché non ci porta alla demolizione del mito, piuttosto ci avvicina alla dimensione più autenticamente umana del Che, quella del suo agire frutto di idee precise, idee che appartengono alla storia del più glorioso movimento per l’emancipazione dell’umanità, quello comunista.Scopriamo allora che il Che non è di tutti, nonostante sia diventato il più grosso simbolo della rivoluzione nella storia moderna. Nonostante sia diventato icona e chiunque può indossare una maglietta con il suo viso facendone etichetta per qualsivoglia manifestazione ribelle, il Che è stato ed è ancora anzitutto un esempio di comunista, un compagno eroico che si identificava nel socialismo novecentesco.

La questione dell’organizzazione politica e il “Che”

“ .. Il partito è un’organizzazione d’avanguardia. I lavoratori migliori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. E’ minoritario, ma dotato di grande prestigio per la qualità dei suoi quadri. La nostra aspirazione è che il partito sia di massa, quando però le masse avranno raggiunto il livello di sviluppo dell’avanguardia, vale a dire quando saranno state educate per il comunismo. E verso questa formazione va indirizzato il lavoro. Il partito è l’esempio vivente; i suoi quadri devono essere modelli di laboriosità e sacrificio; con la loro azione devono portare le masse al compimento degli obiettivi rivoluzionari e ciò implica anni di dura lotta contro le difficoltà della costruzione, i nemici di classe, le piaghe del passato, l’imperialismo…
Vorrei spiegare ora il ruolo che svolge la personalità umana, l’uomo come individuo dirigente delle masse che fanno la storia. E’ la nostra esperienza diretta, non una ricetta. Fidel ha dato alla rivoluzione l’impulso nei primi anni e il tono sempre; ma oggi esiste un buon gruppo di rivoluzionari che si sviluppa all’unisono con il nostro massimo dirigente una gran massa che segue i suoi capi perché ha fiducia in loro; e ha fiducia perché questi dirigenti hanno saputo interpretare le loro aspirazioni.
Non si tratta di sapere quanti chili di carne si mangino o quante volte l’anno ognuno possa andarsene a passeggiare sulla spiaggia, e neppure quante belle cose provenienti dall’estero si possano acquistare con gli attuali salari. Si tratta, piuttosto, di far sì che l’individuo si senta più completo, con molta maggiore ricchezza interiore e senso di responsabilità. Il cittadino nel nostro paese sa bene che l’epoca gloriosa che si sta vivendo è fatta di sacrifici; e sa bene che cosa sia il sacrificio. I primi impararono a conoscerlo sulla Sierra Maestra e ovunque si è combattuto; e poi lo abbiamo conosciuto in tutto il paese. Cuba è l’avanguardia dell’America e deve fare i sacrifici perché sta in prima linea, perché indica alle masse latinoamericane il cammino verso la completa libertà. All’interno del paese, i dirigenti hanno il dovere di assolvere il proprio ruolo di avanguardia; ed è bene dirlo in tutta sincerità, in una vera rivoluzione alla quale si consacra tutto, dalla quale non ci si attende alcuna ricompensa materiale, il compito del rivoluzionario di avanguardia è a un tempo magnifico e angoscioso.
I nostri rivoluzionari d’avanguardia devono idealizzare questo amore per i popoli, per le cause più sacre e renderlo unico, indivisibile. Non possono scendere con la loro piccola dose di affetto quotidiano nei luoghi in cui lo esercita l’uomo comune.
I dirigenti della rivoluzione hanno figli che nei loro primi balbettii non imparano a nominare il padre; mogli che devono partecipare al sacrificio della loro vita, al fine di condurre la rivoluzione verso il suo destino; la cerchia dei loro amici coincide con quella dei compagni della rivoluzione. Non c’è vita al di fuori di questa.
In tali condizioni, bisogna avere una grande dose di umanità, un gran senso di giustizia e di verità per non cadere in eccessi di dogmatismo, in freddo scolasticismo, nell’isolamento dalle masse. Bisogna lottare ogni giorno perché questo amore per l’umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in atti che servano di esempio, di mobilitazione.
Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione in seno al partito, si consuma in quest’attività ininterrotta, che finisce solo con la morte, a meno che il processo non si estenda su scala mondiale. Se il suo impegno rivoluzionario si affievolisce quando i compiti più urgenti vengono realizzati su scala locale e l’internazionalismo proletario viene dimenticato, la rivoluzione che egli stesso dirige cessa di essere una forza propulsiva e affonda in un tranquillo letargo, di cui approfitta il nostro inconciliabile nemico, l’imperialismo, per riguadagnare terreno. L’internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una necessità rivoluzionaria. Così educhiamo il nostro popolo.E’ chiaro che nella situazione attuale vi sono pericoli.Non solo quello di dogmatismo, e non solo quello di congelare i rapporti con le masse proprio a metà della grande impresa. C’è anche il pericolo delle debolezze in cui si può cadere. Se un uomo pensa che per dedicare tutta la propria vita alla rivoluzione non può permettere che la propria mente sia distratta preoccupazione che a un figlio manchi un determinato prodotto, che le scarpe dei bambini siano rotte, che la sua famiglia sia priva di certi beni indispensabili, allora egli con questo ragionamento lascia infiltrare i germi della futura corruzione.
Per quanto ci riguarda abbiamo stabilito che i nostri figli debbano avere o essere privi di ciò che hanno o di cui mancano i figli dell’uomo comune; e la nostra famiglia deve comprenderlo e lottare per questo. La rivoluzione si fa attraverso l’uomo, però l’uomo deve forgiare giorno dopo giorno il proprio spirito rivoluzionario.
Così marciamo. Alla testa dell’immensa colonna non ci vergognamo e non esitiamo a dirlo c’è Fidel; poi i migliori quadri del partito e subito dopo così vicino che si avverte la sua forza enorme viene il popolo nel suo insieme: una solida struttura di personalità che avanzano verso un fine comune; individui che hanno preso coscienza di ciò che è necessario fare; uomini che lottano per uscire dal regno della necessità ed entrare in quello della libertà.
Questa immensa moltitudine si dispone in un certo ordine che corrisponde alla consapevolezza della sua necessità; non è una forza dispersa in migliaia di frazioni disseminate nello spazio come frammenti di una granata, che cercano di raggiungere con qualsiasi mezzo, in una lotta accanita contro i propri simili, una posizione, qualcosa che sia di sostegno per l’incerto futuro.
Mi sia consentito trarre qualche conclusione. Noi socialisti siamo più liberi perché siamo più completi, siamo più completi perché siamo più liberi.
Lo scheletro della nostra libertà è ormai formato, mancano la sostanza proteica e il rivestimento: li creeremo. La nostra libertà e il suo supporto quotidiano hanno il colore del sangue e sono gonfi di sacrificio. Il nostro sacrificio è cosciente; è un tributo da pagare per la libertà che stiamo costruendo. La strada è lunga e in parte ignota; conosciamo bene i nostri limiti. Ma faremo l’uomo del XXI secolo: noi stessi.
Ci forgeremo con l’azione quotidiana, creando un uomo nuovo con una nuova tecnica.
La personalità svolge un ruolo di mobilitazione e direzione e per il fatto che di incarnare le più alte virtù e aspirazioni del popolo e non si allontana dal cammino.
Chi apre la strada è il gruppo d’avanguardia, scelto tra i migliori, il partito.
L’argilla fondamentale del nostro lavoro è la gioventù: in essa riponiamo le nostre speranze e la prepariamo perché un giorno prenda la bandiera dalle nostre mani.
Se questa lettera balbettante chiarisce qualcosa, ho raggiunto l’obiettivo per il quale la invio.
Riceva il nostro saluto di rito, come una stretta di mano o un’“Ave Maria Purissima”.
Patria o morte!
(Che Guevara “Scritti Scelti” R. Massari - Ed. Erre Emme Vol. II pagg. 710/711)

Sebbene in forma di propaganda più esplicita, il Che aveva già assunto tale posizione nel 1963“Il partito marxista-leninista” edito dal Pursc (Partito di Unità Socialista Cubano), contenente un capitolo del manuale del marxismo-leninismo di Otto Wilhelm Kuusinen, leader del comunismo finlandese e noto filosovietico., quando scrisse la prefazione al libro:
“I marxisti (i quadri di partito, n.d.a.) devono essere i migliori, i più capaci, i più completi degli esseri umani … militanti di partito che vivono e vibrano con le masse; orientatori che plasmano in direttive concrete i desideri qualche volta oscuri delle masse; lavoratori infaticabili che danno tutto di se stessi al loro popolo, che sacrificano alla Rivoluzione le loro ore di riposo, la loro tranquillità personale, la loro famiglia e perfino la loro vita, ma che non sono mai indifferenti al calore del contatto umano.”
(“Che Guevara - Pensiero e politica dell’utopia” R. Massari - Ed. Erre Emme pagg. 136 - 137)

L’approvazione del modello di partito conforme alla tradizione bolscevica è documentabile anche a proposito del principio del partito unico. In una nota intervista concessa al giornalista nordamericano Maurice Zetlin nel 1961, Guevara si pronuncia decisamente contro la formazione di correnti in seno al partito definendole focolai di frazionismo.
(Si veda R. Scheer-M. Zetlin “Cuba an american tragedy” Ed. Penguin 1964 o R. Massari “Pensiero e politica dell’utopia” Ed. erre emme pag. 135)
Egli prese posizione contro ogni forma di dissidenza foriera di indebolimenti della linea rivoluzionaria già nella polemica scoppiata in piena rivoluzione fra “Sierra” e Llano”, vale a dire fra montagna e pianura, cioè i due tronconi politici del “Movimento 26 di Luglio”, dove la pianura rappresentava l’ala moderata e movimentista. La polemica si concluse con lo scioglimento della direzione del “llano” il 3 giugno 1958 in seguito alla ricerca dell’unificazione ideologica e al fallimento dello sciopero generale del 9 aprile organizzato dal “llano”.
“.. Si sarebbe seguita la “linea della Sierra”, ossia della lotta armata diretta, estendendola ad altre regioni e dominando in questo modo il paese, per questa via si metteva fine a certe ingenue illusioni di pretesi scioperi generali insurrezionali, mentre la situazione non era maturata abbastanza perché si potesse verificare un’esplosione di questo tipo, e senza che il lavoro precedente avesse assunto le caratteristiche di una preparazione conveniente a un’impresa di tale entità.”
La pianura assumeva una posizione apparentemente più rivoluzionaria, cioè quella della lotta armata in tutte le città, che sarebbe sboccata in uno sciopero generale che avrebbe rovesciato Batista e permesso la presa del potere in poco tempo.Ma questa posizione era più rivoluzionaria soltanto in apparenza, perché ancora in quell’epoca non si era completato lo sviluppo politico dei compagni del llano e i loro concetti di sciopero generale erano troppo angusti”
(“Ricordi della guerra rivoluzionaria” 1963 in “Che Guevara - Pensiero e politica dell’Utopia” R. Massari Ed Erre Emme pagg. 309 – 310)
Ancora sull’argomento, nella già citata prefazione de “Il partito marxista-leninista” Guevara arriva a scrivere
:
“.. l’Esercito ribelle era ormai ideologicamente proletario e pensava in funzione della classe operaia. Il llano era ancora piccolo - borghese, tra i suoi dirigenti c’erano alcuni che più tardi tradirono, ed era molto condizionato dall’ambiente in cui operava.”
(“Che Guevara - Pensiero e politica dell’utopia” R. Massari - Ed. Erre Emme pag. 313)
Crediamo che non si debba nutrire un eccessivo stupore di fronte a questo Che Guevara così insolitamente bolscevico, vale la pena di ricordare quanto scrisse nel fuoco della polemica in una nota lettera indirizzata a Renè Ramos Latour, dirigente del “Llano”:
“.. Appartengo, per la mia preparazione ideologica, al gruppo di coloro che credono che la soluzione dei problemi del mondo si trovi dietro la cosiddetta cortina di ferro e considero questo movimento come uno dei tanti provocati dall’affanno della borghesia di liberarsi dalle catene economiche dell’imperialismo. Ho sempre considerato Fidel come un autentico leader della borghesia di sinistra, anche se la sua personalità è caratterizzata da qualità personali di straordinario valore che lo pongono molto al di sopra della sua classe. Con quello spirito ho iniziato la lotta: onestamente senza la speranza di andare al di là della liberazione del paese, disposto ad andarmene quando le condizioni della lotta successiva facessero girare a destra (verso quello che voi rappresentate) tutta l‘azione del movimento.”
(“Scritti Scelti” R. Massari - Ed. Erre Emme Vol. I pag. 372)
Eppure molto è stato scritto circa il superamento della forma partito operata da Guevara nei suoi ultimi quattro, cinque anni di vita, moltissimo è stato scritto, tant’è vero che domina incontrastata l’immagine del profeta di una sorta d’umanesimo rivoluzionario che poco avrebbe da spartire con il comunismo novecentesco. Questa tesi è impossibile ignorarla, doveroso verificarla.
Come ci informa lo stesso R. Massari, autore di un imponente lavoro di ricerca storica e convinto assertore del “superamento”, si tratta di una tesi che non può essere confermata da alcun documento, semmai dedotta dagli atti politici dell’ultimo Guevara.
“ ..il Che si lascia assorbire interamente dalle questioni dell’economia ancora per tutto il 1964, prima di riprendere le proprie peregrinazioni “diplomatiche”, all’estero, alla ricerca di una nuova dimensione internazionale della rivoluzione. Nei viaggi e nei soggiorni a Cuba, lavora indefessamente alla costruzione di nuovi organismi politici sovranazionali, come la futura Olas (Organisacion latinoamericana de solidaridad) – originariamente una sua diretta creatura – e la Tricontinentale. Al di là delle parole, egli dimostra con questi fatti di considerare superata la vecchia “forma partito”, morta e sepolta l’esperienza dell’organizzazione politica “marxista-leninista”, soprattutto nella versione nazionale. Un tale strumento, impegnato nella gestione quotidiana dell’esistente – vale a dire nella traduzione pratica di direttive centrali, sulle quali pure egli avrebbe molto da ridire – privo di un’effettiva capacità di proposizione autonoma, appare a Guevara ormai come un organismo senza vita, senza dinamica e senza potenzialità rivoluzionarie.”
(“Che Guevara - Pensiero e politica dell’utopia” R. Massari Ed. Erre Emme pag. 138)
Gli organismi “diplomatici” sopra indicati puntavano alla creazione di strutture marxiste-leniniste svincolate dai partiti comunisti revisionisti imbrigliati nella logica democratico - parlamentare, favorendo così la lotta armata secondo la strategia nata dall’esperienza vincente cubana.
La direzione sarebbe stata continentale, cioè in grado di superare le opportunistiche delle prospettive nazionali. La proposta di dare spazio a nuove organizzazioni marxiste-leniniste in concorrenza aperta con i partiti che non accettavano la lotta armata, avrebbe dovuto far scartare la lotta politica convenzionale a favore della guerra rivoluzionaria.
Nella tragica impresa boliviana Guevara stringe rapporti a 360°; con il partito comunista “tradizionale”, con i trotzkisti, con i radicali democratici di Juan Lechìn, accoglie nel nucleo guerrigliero alcuni militanti del PCB dissidenti filocinesi di Moisés Guevara.
Ci troviamo di fronte ad una tattica spregiudicata, adeguata al progetto di guerriglia intercontinentale descritta in “Due, tre … molti Vietnam.”
“Nell’America latina si lotta con le armi alla mano in Guatemala, Venezuela, Bolivia e già spuntano i primi segnali in Brasile. Ci sono altri focolai di resistenza che appaiono e poi si estinguono. Ma quasi tutti i paesi di questo continente sono ormai maturi per una lotta che, per risultare vittoriosa, non può fare a meno di instaurare un governo di tipo socialista… Oggi ci sono consiglieri americani in tutti i paesi in cui vi è una lotta armata e l’esercito peruviano ha organizzato – sembra con successo – una battuta contro i rivoluzionari di questo paese, anch’esso consigliato e addestrato dagli yankees. Ma se i focolai di guerra saranno organizzati con sufficiente abilità politica e militare, diverranno praticamente imbattibili e richiederanno di nuovi contingenti nordamericani. Nello stesso Perù con tenacia e fermezza, nuove figure ancora poco note stanno riorganizzando la lotta guerrigliera. Poco a poco, le armi obsolete che bastano per la repressione delle piccole bande armate, saranno sostituite da armi moderne, e i gruppi di consiglieri da soldati americani; a un certo punto l'imperialismo si vedrà costretto a inviare contingenti sempre maggiori di truppe regolari, per assicurare la relativa stabilità di un potere il cui esercito nazionale fantoccio si disintegra sotto i colpi della guerriglia. E’ la strada del Vietnam, il cammino che devono seguire i popoli e che seguirà l’America… Che si sviluppi un vero internazionalismo proletario, con eserciti proletari internazionali, dove la bandiera sotto cui si lotta sia la causa sacra della redenzione dell’umanità, in modo che morire sotto le insegne del Vietnam, Venezuela, Guatemala, Laos, Guinea, Colombia, Bolivia, Brasile – per citare solo i teatri attuali della lotta armata – sia altrettanto glorioso e desiderabile per un americano, un asiatico, un africano e persino per un europeo. Ogni goccia di sangue versato in territorio sotto la cui bandiera non si è nati è un’esperienza che raccolgono coloro che sopravvivono, per applicarla poi nella lotta di liberazione del proprio luogo d’origine. E per ogni popolo che si libera, è una fase della battaglia per la liberazione del proprio popolo che si è vinta. E’ il momento di mitigare le nostre divergenze e porre tutto al servizio della lotta. Che grandi controversie agitino il mondo di chi lotta per la libertà, lo sappiamo tutti e non possiamo certo nasconderlo. Sappiamo anche che esse hanno acquistato un carattere e un’asprezza tali da rendere estremamente difficile, se non impossibile, il dialogo e la conciliazione. Cercare i modi per iniziare un dialogo che i contendenti rifiutano è un’impresa inutile. Ma il nemico è lì, do fronte a noi, colpisce tutti i giorni e minaccia con nuovi colpi: ma questi ci uniranno oggi, domani o dopodomani. Coloro che lo capiranno per primi e si prepareranno a questa unità necessaria, si guadagneranno la riconoscenza dei popoli.”
(“Scritti Scelti” R. Massari - Ed. Erre Emme Vol. II pag. 670/675)
In ciò che a noi sembra essere stata una soluzione tattica, è stato riconosciuto il cuore del cosiddetto “superamento”. Ma che il “foco” guerrigliero non abbia, di fatto, costituito un concreto superamento della forma - partito è chiaro anche a chi sostiene questa tesi.
Lo afferma anche lo stesso Massari:
“Il superamento della forma - partito acquista negli ultimi anni di vita del Che dei connotati chiaramente militaristici, con la teoria del “foco” guerrigliero: in questo senso, non sarebbe nemmeno corretto parlare di “superamento”, trattandosi di due funzioni tra loro insostituibili – politica e militare. Ma su questo torneremo. Si può intanto osservare, tuttavia, che il modo in cui Guevara concepisce la vita interna del gruppo si avvicina per molti versi a quella di un organismo politico: molto dinamico sul piano organizzativo (senza rigide gerarchie militari), democratico al proprio interno, dotato di strumenti di formazione (le “scuole quadri” di cui parla Inti Peredo) e proiettato all’esterno verso l’assolvimento di funzioni sociali e di propaganda politica, strettamente legate, però alle esigenze militari del gruppo. Il suo rifiuto della forma partito, anche se visto sotto questa luce particolare, appare più come un esorcismo, che non un’autentica politico-politica Dal “Diario boliviano” sappiamo delle discussioni interne o, per lo meno, dei tentativi compiuti per alimentare disciplinare tali discussioni, ad opera di un “comandante” Guevara profondamente amareggiato e deluso. Egli avverte le debolezze “umane” dei suoi “quadri” e tenta l’impossibile per creare un’atmosfera di franca collaborazione, di fraterna solidarietà, quindi di crescita collettiva, umana e politica E’ un tentativo empirico di concretizzare per la prima volta i principi del suo “umanismo etico - rivoluzionario” di cui abbiamo già parlato. La cornice politico - organizzativa, tuttavia, si rivela ben presto inadeguata. (..) Il Che verifica ciononostante, che all’interno del piccolo “esercito” si riproducono quei comportamenti di incomprensione, ostilità e competizione, che egli credeva di aver eliminato col passaggio dalla vita “alienata” in una società borghese - dipendente, all’azione pratica, alla lotta armata. Il suo rifiuto della “forma - partito”, anche se visto sotto quella luce particolare, appare più come un esorcismo, che non un’autentica soluzione pratico – politica. Un problema, quindi, che rimane “aperto” e irrisolto e per il quale le suggestioni semplificatrici e tendenzialmente militaristiche dell’ultimo periodo non hanno rappresentato alcun passo avanti, alcun arricchimento teorico.”
(“Che Guevara - Pensiero e politica dell’utopia” R. Massari - Ed. Erre Emme pagg. 140 – 141)

Riteniamo, pertanto, lecito affermare che il contributo del “Che” sulla questione del partito consiste sostanzialmente nel propugnare la validità dei principi marxisti - leninisti, nonché la necessità di produrre soluzioni adeguate alle circostanze, cioè tattiche prive di riverenze dogmatiche nei confronti della tradizione ortodossa.
“A causa della violenza e dell’intransigenza con cui viene difeso ciascun punto di vista, noialtri
- i diseredati - non possiamo schierarci per l’uno o per l’altro modo in cui si manifestano le divergenze, neppure quando, a volte, ci troviamo d’accordo con alcune posizioni di una o altra parte, o in misura maggiore con una delle due. Nel momento della lotta, il modo in cui si manifestano le attuali divergenze, rappresenta un fattore di debolezza, ma allo stadio in cui esse sono arrivate, cercare di risolverle a parole è un’illusione. La storia via via le cancellerà o ne fornirà l’esatta soluzione.”
(“Scritti Scelti” Vol. II pag. 675)






da granmacubaweb
www.granma.cubaweb.cu/secciones/40granma/09.html

mercoledì 8 ottobre 2014

OPERAZIONE TFR: NUOVA TRUFFA PER ALLOCCHI

Sembrerebbe un argomento forte. Invece è un boccone avvelenato. Siamo alla riedizione dell'operazione truffa 80 euro. Renzi cerca di ripetere in forme nuove una operazione populista. Contro le ragioni del lavoro.

“ Il TFR è salario dei lavoratori. Perchè non dar loro la possibilità di usarlo come credono? Lo Stato non può fare la mamma. I lavoratori sono responsabili”. Così recita la vulgata renziana. Tralasciamo alcune incongruenze interne alla logica della propaganda : il fatto che l'operazione escluda 3 milioni di dipendenti pubblici significa che sono “responsabili” solo i lavoratori del settore privato?. Andiamo invece alla sostanza.

Il lavoratore che acceda a parte del suo TFR ottiene un vantaggio?. No. Una penalizzazione. Anche nel caso di aliquota invariata di tassazione, aumenterebbe il suo reddito Isee. Che è il riferimento di calcolo per le detrazioni fiscali su casa, rette degli asili, spese universitarie. Le perdite sarebbero ben superiori ai “vantaggi”, come persino il giornale filo renziano Repubblica è costretto obtorto collo a documentare ( 7 Ottobre). Otterrebbe invece un duplice vantaggio lo Stato: sia perchè tasserebbe subito una quota di salario, altrimenti differita. Sia perchè indirettamente aumenterebbe, via Isee, la spremitura fiscale del lavoratore. Si parla di 5/6 miliardi di incasso aggiuntivo. Non è poco. La destinazione del gruzzolo è già pronta, come confessa il sottosegretario Morando: ridurre ancora l'IRAP a vantaggio dei capitalisti. Già peraltro rassicurati sul fatto che l'operazione TFR non procurerà loro alcun danno: l'anticipo TFR verrà fatto da un fondo apposito cogestito con le banche. Lo Stato garantirà le banche, con una riserva di risorse pubbliche. Cioè a carico dei lavoratori.

Non è tutto. L'operazione sta in un contesto che aggrava ( e spiega)il senso dell'operazione. Renzi liberalizza i licenziamenti ingiustificati, dentro un quadro di crisi sociale che già moltiplica licenziamenti di massa. La liquidazione è quella parte del salario cui il lavoratore può accedere in emergenza quando perde il lavoro. Indurlo ad amputare la propria liquidazione significa indurlo a privarsi del principale salvagente disponibile, nel momento in cui si liberalizzano i licenziamenti. “Ma è una libertà del lavoratore”! Si obietta. Sì, anche quella di suicidarsi. Non è un buon motivo per incentivarla.

Non solo. Il governo sta procedendo alla demolizione conclusiva del diritto al contratto nazionale di lavoro. Il contratto aziendale, detassato, diventa alternativo al contratto nazionale. E viceversa. É la liberalizzazione delle soluzioni Marchionne. Cosa significherà tutto questo? Che milioni di lavoratori subiranno una riduzione non solo dei diritti ma del salario. La libertà di accedere al TFR diventa così una sorta di ammortizzatore individuale self service della cancellazione generale di salario e diritti. La libertà di aggrapparsi all'anticipo della liquidazione per fame o debiti viene presentata come prova della generosità del sovrano verso i sudditi. In realtà è l' inganno che serve a coprire un cappio al collo.

Pare che Confindustria, fatti due calcoli ,si sia convertita alle virtù dell'operazione.
I banchieri anche, perchè sono coperti dalla garanzia statale
Le destre reazionarie “liberiste”, che già con Tremonti avevano progettato la “soluzione”, plaudono, come fa il giornalaccio Libero.

Ma perchè... Maurizio Landini si aggiunge al coro della soluzione Renzi?
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

lunedì 6 ottobre 2014

La bandiera dell'internazionalismo proletario in Rojava (Kurdistan siriano)

Il 25 e 26 settembre 2014, dei rappresentanti del popolo curdo che vivono ad Istanbul nella parte occidentale della Turchia, hanno visitato il confine sud-orientale con la Rojava, ossia il Kurdistan siriano o sud-occidentale, per portare la loro solidarietà alla popolazione curda di Kobani, uno dei tre cantoni della Rojava che attualmente è sotto attacco dell’ISIL (lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante). Tra di questi, c’era una delegazione del DIP, il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori della Turchia, che si ha aderito alla missione come manifestazione dell’internazionalismo proletario in solidarietà con l’oppresso popolo curdo. Venerdì, una sezione della missione ha attraversato il confine entrando nella Rojava per far visita agli abitanti dei villaggi limitrofi alla città di Kobani. Lì, la delegazione del DIP insieme ai curdi e ad alcuni altri socialisti turchi, ha salutato ed abbracciato le Forze di Protezione (YPG), la forza istituita per difendere la neo autonoma Rojava. 
Kobane 2
Per capire il pieno significato di ciò dovremmo in primo luogo ricordare che il Kurdistan è un paese diviso e colonizzato, sin dalla Prima Guerra Mondiale, da quattro stati: Turchia, Iran, Iraq e Siria.
Il Kurdistan meridionale o iracheno è divenuto autonomo all’interno di un Iraq federale sotto l’egida degli Stati Uniti dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Attualmente è governato da Massoud Barzani, uno scagnozzo degli Stati Uniti e del loro socio minore nella regione, la Turchia sotto l’AKP di Tayyip Erdogan. La Rojava, o Kurdistan siriano, la seconda regione curda ad ottenere l’autonomia, questa volta nel 2012, ha un assetto politico del tutto diverso. E’ governata la PYD, un partito affiliato al PKK, un movimento di origini socialiste che sta portando avanti, negli ultimi trent’anni, una guerriglia contro l’oppressione turca dei curdi. Nonostante sia sensibilmente deviato verso destra dopo la cattura del suo leader, Abdullah Ocalan, tenuto prigioniero in un’isola turca dal 1999, non è mai divenuto un alleato degli Stati Uniti e, sebbene stia negoziando un trattato di pace con il governo dell’AKP, continua a mantenere buoni rapporti con molti settori della sinistra turca.
Molto più importante è il fatto che larghe masse della popolazione curda sia nel Kurdistan turco che siriano siano costantemente in lotta contro i poteri regionali e lo status quo statunitense nel Medio Oriente.
Perciò la Rojava è una spina nel fianco del governo reazionario turco ed il tallone d’Achille del suo cosiddetto “processo di pace”. Questo governo non riesce a digerire l’autonomia di fatto di questa regione, che rappresenta un modello ed una testa di ponte per una maggiore emancipazione dell’ asservita popolazione curda del Medio Oriente. Per questo il governo turco presta all’ISIL ogni genere di supporto logistico nella sua guerra contro la Rojava, e ciò costituisce anche un’ulteriore scusa per insistere sulla cosiddetta “zona sicura” o “ “zona cuscinetto” all’interno della Siria, un pretesto per invadere la Rojava e poi abbattere Bashar al Assad in Siria con la prospettiva di instaurare un amichevole governo sannita a Damasco. Solo un paio di settimane fa il governo turco insisteva per restar fuori dalla coalizione statunitense formata contro l’ISIL. Oggi ha cambiato posizione e sta cercando di usare questa guerra degli USA per rilanciare la sua faida con il regime di Assad e per reprimere la Rojava.
Il DIP si oppone inequivocabilmente sia all’intervento turco in Siria, senza estendere alcun tipo di supporto politico allo stesso Assad, che, con ancora maggior forza, alla cosiddetta “zona cuscinetto” nel nord della Siria, che equivale all’occupazione militare turca della Rojava.
Noi chiediamo il rispetto della neo acquisita autonomia del popolo curdo in Siria ed il riconoscimento del diritto di autodeterminazione anche per i curdi della Turchia. Noi infatti consideriamo la liberazione dell’intero Kurdistan come un insieme indivisibile. Ciò spiega l’aspetto più reazionario della politica di Barzani, lo scagnozzo degli Stati Uniti, che ignora la lotta per l’emancipazione del resto della nazione curda o addirittura collabora positivamente con i suoi oppressori fuori dal Kurdistan Iracheno.
Questo giustifica nell’interezza del suo significato la presenza della delegazione del DIP a Kobani, nella Rojava. I nostri compagni si sono uniti a migliaia di curdi,da Istanbul e dalla regione curda del paese, per abbattere il filo spinato della frontiera e per calpestare il confine artificiale posto tra diverse parti del Kurdistan, per marciare nella Rojava ed abbracciare i curdi di Kobani in lotta per la loro terra e per la libertà.
Gli altri socialisti presenti appartenevano in gran parte a partiti che accodati al movimento curdo, che vi si stanno fondendo e da cui vengono gradualmente assimilati. E’ stato il DIP, il partito marxista turco che appoggia il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, a rappresentare, nonostante le sue modeste dimensioni, la linea politica dell’internazionalismo proletario in questa gloriosa azione che sarà ricordata per la sua coraggiosa dichiarazione di sostegno all’emancipazione dell’oppressa nazione curda in tutte le parti del paese diviso e depredato da quattro regimi reazionari del Medio Oriente! L’accodamento dei socialisti alla leadership del movimento curdo non può mostrare più palesemente i suoi rischi se non nella posizione ambivalente del movimento curdo nei confronti dell’intervento statunitense in Medio Oriente. Il leader del PYD, Salih Müslim, ha inequivocabilmente invocato l’intervento militare da parte dell’imperialismo in difesa della Rojava, nominando esplicitamente la NATO! Il PYD è il partito fratello del PKK, che rende la politica dell’intero movimento nazionale curdo vulnerabile alla collaborazione con l’imperialismo. Oltre a ciò, il nuovo partito formato dal movimento curdo in collaborazione con circa una dozzina di movimenti socialisti turchi, il Partito Popolare Democratico (HDP ne è l’acronimo in turco) si avventura in un terreno scivoloso con il supporto ad Erdogan ed all’AKP.
Noi facciamo appello alla base del movimento curdo ed ai lavoratori, ai poveri contadini ed alla gioventù del Kurdistan affinché reagiscano a questa politica arretrata di capitolazione nei confronti del reazionario status quo regionale.
Abbasso l’ISIL settario e reazionario!
Combattiamo il settarismo sulla base della fraternità proletaria e della difesa delle nazioni oppresse! Cacciamo gli imperialisti dal Medio Oriente!
Per il diritto di autodeterminazione del popolo curdo!
Viva la Federazione Socialista del Medio Oriente!
Viva la rivoluzione socialista mondiale!
Partito Rivoluzionario dei Lavoratori
(DIP)

Cacciamo il governo Renzi, che vuole privatizzare e distruggere definitivamente la scuola!


sabato 4 ottobre 2014

Il Manifesto del Partito Comunista (K.Marx- F. Engels)

Uno spettro ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono unite in una Santa Alleanza per braccare questo spettro: il Papa lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali di Francia e i poliziotti di Germania.
Quale forza di opposizione non è stata accusata di comunismo dai suoi avversari al potere? Quale è la forza di opposizione che, a sua volta, non ha rinfacciato ai suoi avversari di destra o di sinistra l’epiteto infamante di comunisti?
Da questi fatti si ricavano due conclusioni.
1°) Ormai il comunismo è considerato da tutte le potenze d’Europa come una potenza.
2°) È ora che i comunisti proclamino al mondo intero il loro modo di vedere, i loro scopi e tendenze; è ora che oppongano alla favola dello spettro del comunismo un manifesto del partito.
A questo fine, dei comunisti di diverse nazionalità si sono riuniti a Londra ed hanno redatto il seguente manifesto, che sarà pubblicato in inglese, francese, tedesco, italiano, fiammingo e danese.

I
BORGHESI E PROLETARI

La storia di tutte le società esistite fino ad oggi non è stata altro che la storia delle lotte tra le classi.
Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola, oppressori ed oppressi, in costante contrapposizione, hanno combattuto una guerra ininterrotta, a volte aperta a volte latente; una guerra che finiva sempre, o con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta.
Nelle prime epoche della storia, verifichiamo quasi dovunque l’esistenza di una divisione gerarchica della società, di una scala graduata di posizioni sociali. Nell’antica Roma, troviamo patrizi, cavalieri, plebei e schiavi; nel medio-evo signori, servi della gleba; ed all’interno di ciascuna classe troviamo delle posizioni differenziate (gradazioni particolari).
La moderna società borghese, elevatasi sulle rovine della società feudale, non ha abolito gli antagonismi tra le classi. Essa non ha fatto altro che sostituire, a quelle vecchie, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.
Tuttavia, il carattere che distingue la nostra epoca, l’era della borghesia, è l’aver semplificato gli antagonismi di classe. La società si va sempre più dividendo in due vasti campi opposti, in due classi nemiche: la borghesia ed il proletariato.
Dai servi della gleba del medio-evo hanno avuto origine gli abitanti dei primi comuni; da questa popolazione urbana sono derivati gli elementi costitutivi della borghesia.
La scoperta dell’America, la circumnavigazione dell’Africa, hanno offerto alla nascente borghesia un nuovo campo di azione. I mercati dell’India e della Cina, la colonizzazione dell’America, il commercio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci, hanno dato un impulso senza precedenti al commercio, alla navigazione, all’industria; e, di conseguenza, hanno garantito un rapido sviluppo al fattore rivoluzionario della società feudale in via di dissoluzione.
Il vecchio modo di produzione non era più in grado di soddisfare i bisogni che aumentavano con l’apertura di nuovi mercati. Il mestiere protetto da privilegi feudali fu sostituito dalla manifattura. La piccola borghesia industriale soppiantò le corporazioni artigiane; la divisione del lavoro tra le diverse corporazioni scomparve dinanzi alla divisione del lavoro all’interno della singola officina.
Ma i mercati continuavano a ingrandirsi senza cessa; la domanda si accresceva sempre di più. A sua volta, la manifattura si rivelò insufficiente; ed allora le macchine ed il vapore rivoluzionarono la produzione industriale. La grande industria moderna soppiantò la manifattura; la piccola borghesia manifatturiera lasciò il posto agli industriali miliardari &endash; capitani di eserciti di lavoratori &endash; ai moderni borghesi.
La grande industria ha creato il mercato mondiale, che era stato preparato dalla scoperta dell’America. Il mercato mondiale ha dato una prodigiosa accelerazione allo sviluppo del commercio, della navigazione, di tutti i mezzi di comunicazione. Questo sviluppo si è a sua volta ripercosso sul progresso dell’industria; e mano mano che l’industria, il commercio, la navigazione, le ferrovie si andavano sviluppando, la borghesia cresceva, decuplicando i suoi capitali e retrocedendo in secondo piano le classi provenienti dal medio-evo.
La borghesia, noi lo vediamo, è essa stessa il prodotto di un lungo processo di sviluppo, di una serie di rivoluzioni nei modi di produzione e di comunicazione.
Ogni tappa dell’evoluzione che la borghesia ha fatto era accompagnata da un corrispondente progresso politico.
Ceto oppresso dal dispotismo feudale, associazione che si auto-governa nel Comune; ora repubblica municipale ora terzo stato tributario della monarchia: poi, all’epoca della manifattura, contrappeso della nobiltà nelle monarchie a potere limitato o assolute; quindi pietra angolare del potere delle grandi monarchie; la borghesia, da quando si sono affermati la grande industria e il mercato mondiale, si è finalmente impadronita del potere politico nel moderno Stato rappresentativo, escludendone tutte le altre classi. Il governo attuale altro non è che un consiglio d’amministrazione degli affari della classe borghese. La borghesia ha svolto nella storia un ruolo essenzialmente rivoluzionario. Dovunque ha preso il potere, la borghesia ha calpestato i rapporti sociali feudali, patriarcali e idilliaci. Essa ha spezzato senza pietà tutti i variopinti legami che univano l’uomo del feudalesimo ai suoi naturali superiori, non lasciando in vita nessun altro legame tra uomo e uomo che non sia il freddo interesse, il gelido argent comptant. La borghesia ha fatto affogare l’estasi religiosa, l’entusiasmo cavalleresco, il sentimentalismo del piccolo borghese nelle acque ghiacciate del calcolo egoistico. Essa ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; ha sostituito alle numerose libertà, conquistate a caro prezzo, l’unica e spietata libertà del commercio. In una parola; la borghesia ha messo al posto dello sfruttamento velato da illusioni religiose e politiche uno sfruttamento aperto, diretto, brutale e spietato.
La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le professioni fino ad allora considerate venerabili, e venerate. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, lo scienziato in lavoratori salariati.
La borghesia ha strappato il velo di sentimentalismo che ricopriva i rapporti familiari, riducendoli a puri e semplici rapporti monetari.
La borghesia ha dimostrato come le brutali manifestazioni di forza dell’epoca medioevale, tanto ammirate dalla reazione, trovano il loro naturale complemento nella pigrizia più crassa. È la borghesia che per prima ha dato la prova di ciò che l’attività umana può compiere: creando ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani o le cattedrali gotiche; e conducendo ben altre spedizioni che le antiche migrazioni dei popoli e le crociate.
La borghesia non può esistere se non a patto di rivoluzionare incessantemente gli strumenti di lavoro, vale a dire il modo di produzione, e quindi tutti i rapporti sociali. La conservazione del preesistente modo di produzione era, invece, la condizione basilare di esistenza di tutte le classi produttive dell’industria delle epoche anteriori. Questo continuo rivoluzionamento dei modi di produzione, questo costante scuotimento di tutto il sistema sociale, questa agitazione perpetua e questa permanente mancanza di sicurezza, distinguono l’epoca borghese da tutte quelle che l’hanno preceduta. Tutti i tradizionali e irrigiditi rapporti sociali, con il loro corollario di credenze e venerati pregiudizi si dissolvono; e quelli che li sostituiscono diventano antiquati ancor prima di cristallizzarsi. Tutto ciò che era solido e stabile viene scosso, tutto ciò che era sacro viene profanato: costringendo, finalmente, gli uomini a considerare le loro condizioni di esistenza ed i loro rapporti reciproci con occhi disincantati.
Spinta dal bisogno di trovare sempre nuovi sbocchi, la borghesia invade il mondo intero. Essa deve penetrare dovunque, stabilirsi dovunque e impiantare ovunque dei mezzi di comunicazione.
Grazie allo sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia dà un carattere cosmopolita alla produzione ed ai consumi di tutti i paesi. Facendo disperare i reazionari, ha tolto all’industria la sua base nazionale. Le antiche industrie sono distrutte o stanno per esserlo. Vengono soppiantate da industrie nuove la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni sviluppate, industrie che non utilizzano più materie prime locali, ma quelle importate dalle zone più lontane, ed i cui prodotti vengono consumati in ogni angolo del pianeta, non solamente nel paese.
Al posto dei vecchi bisogni, che venivano soddisfatti dalla produzione nazionale, sorgono bisogni nuovi, il cui soddisfacimento richiede prodotti provenienti dai paesi più lontani e dai climi più diversi. Al posto dell’antico isolamento e dell’autosufficienza delle singole nazioni, si sviluppa un commercio universale, una interdipendenza di tutte le nazioni. E ciò che vale per la produzione materiale, viene applicato anche alla produzione intellettuale. Le creazioni intellettuali di un paese diventano proprietà comune di tutti. La ristrettezza e l’esclusivismo nazionali, giorno dopo giorno, si fanno sempre più impossibili; e dalle varie letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale. Grazie al rapido sviluppo dei mezzi di produzione e di comunicazione, la borghesia trascina nella corrente della civilizzazione perfino le nazioni più barbare. Il basso prezzo delle sue merci è l’artiglieria pesante che abbatte qualsiasi Grande Muraglia e fa capitolare i barbari più ostinatamente ostili agli stranieri. Pena la loro morte, essa costringe tutte le nazioni ad adottare il modo di produzione borghese. In altre parole, la borghesia modella il mondo a sua immagine e somiglianza.
La borghesia ha sottomesso la campagna alla città. Ha creato metropoli enormi; ha fatto crescere in modo prodigioso la popolazione urbana a scapito di quella rurale e, così facendo, ha preservato una parte considerevole della popolazione dall’idiotismo della vita dei campi. Così come ha subordinato la campagna alla città, i popoli barbari o semi-civilizzati a quelli civilizzati, la borghesia ha assoggettato i paesi agricoli a quelli industriali e l’Oriente all’Occidente.
La borghesia elimina sempre più la dispersione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. Essa ha agglomerato le popolazioni, centralizzato i mezzi di produzione e concentrato la proprietà nelle mani di pochi. La inevitabile conseguenza di questi mutamenti è stata la centralizzazione politica. Delle province indipendenti, tra loro legate da vincoli federali, che però avevano interessi, leggi, governi, dazi differenti, sono state riunite in una sola nazione, con un solo governo, una sola legge, una sola tariffa doganale ed un solo interesse nazionale di classe.
Dall’inizio del suo dominio, in poco meno di un secolo, la borghesia ha generato forme produttive più diversificate e poderose di quanto avessero mai fatto tutte insieme le precedenti generazioni. Soggiogamento delle forze della natura, macchine, applicazione della chimica all’industria ed all’agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, canalizzazione dei fiumi, popoli interi sorti come per incanto dalla terra: quale dei secoli passati avrebbe mai potuto presagire che simili forze produttive giacessero in seno al lavoro sociale?
Ecco dunque quanto abbiamo finora considerato: i mezzi di produzione e di scambio sulla cui base si è formata la borghesia sono stati creati nel seno della società feudale. Ad un determinato grado dello sviluppo di questi mezzi di produzione e di scambio, le condizioni nelle quali la società feudale produceva e scambiava i suoi prodotti, l’organizzazione feudale dell’agricoltura e della manifattura, in una parola: i rapporti feudali di proprietà, cessano di corrispondere alle nuove forze produttive. Essi intralciavano la produzione invece di favorirne lo sviluppo. Si trasformarono in altrettante catene. Dovevano essere spezzate. Furono spezzate. Al loro posto si innalzò la libera concorrenza con un ordinamento sociale e politico ad essa corrispondente, con il dominio economico e politico della classe borghese.
Sotto i nostri occhi, si sta verificando un fenomeno analogo. La moderna società borghese, che ha messo in moto mezzi di produzione e scambio così poderosi, rassomiglia allo stregone che non riesce più a dominare le potenze infernali che egli stesso ha evocato. Da almeno trent’anni, la storia dell’industria e del commercio altra non è che la storia della ribellione delle forze produttive contro i rapporti di proprietà, che sono le condizioni dell’esistenza della borghesia e del suo regno. Basta ricordare le crisi commerciali che, con il loro ciclico ritorno, minacciano sempre di più l’esistenza della società borghese. Ogni crisi distrugge regolarmente non solo una massa di merci già prodotte, ma anche una gran parte delle stesse forze produttive. L’epidemia della sovrapproduzione &emdash; un’epidemia che in tutte le altre epoche della storia sarebbe parsa un paradosso &emdash; si abbatte sulla società: che all’improvviso si trova ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; si direbbe che una carestia, una guerra di sterminio l’abbiano privata di tutti i mezzi di sussistenza; mentre l’industria ed il commercio sembrano annichiliti. E tutto questo, perché? Perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive a sua disposizione non favoriscono più lo sviluppo dei rapporti di proprietà borghesi; anzi, esse sono diventate troppo potenti per quei rapporti, che si tramutano in intralci; e quando le forze produttive sociali superano questi intralci, gettano l’intera società nel disordine, mettendo in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. Il sistema borghese è diventato troppo stretto per contenere le ricchezze create nel suo seno.
Come può la borghesia superare la crisi? Da un lato, mediante la distruzione forzata di una massa di forze produttive; dall’altro lato, mediante la conquista di nuovi mercati e lo sfruttamento più perfezionato di quelli esistenti: cioè preparando delle crisi più generali e terribili e diminuendo i mezzi per prevenirle.
Le armi utilizzate dalla borghesia per abbattere il feudalesimo si rivoltano contro di essa. Ma la borghesia non ha soltanto forgiato le armi che devono darle la morte; ha prodotto anche gli uomini che le impugneranno: i moderni operai, I PROLETARI.
Mano mano si sviluppa la borghesia, vale a dire il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo se trovano lavoro e che lo trovano solo fino a quando il loro lavoro accresce il capitale. Gli operai, costretti a vendersi alla giornata, sono una merce al pari di qualsiasi altro articolo di commercio: di conseguenza essi subiscono tutte le vicissitudini della concorrenza, tutte le oscillazioni del mercato.
L’introduzione delle macchine e la divisione del lavoro hanno tolto qualsiasi interesse al lavoro dell’operaio, spogliandolo delle sue caratteristiche individuali. Il produttore è diventato una mera appendice della macchina; da lui si esigono solo le più semplici e monotone operazioni, facilissime da imparare. Ne deriva che il costo di produzione dell’operaio si riduce pressappoco ai mezzi di sussistenza di cui egli abbisogna per vivere e per riprodurre la sua specie. Tuttavia, il prezzo del lavoro, come quello di tutte le altre merci, è pari al suo costo di produzione. Quindi, quanto più il lavoro si fa ripugnante, tanto più si abbassano i salari. Di più ancora: il carico di lavoro aumenta con lo sviluppo del macchinario e della divisione del lavoro, sia mediante il prolungamento della giornata di lavoro, sia mediante l’accelerazione del movimento della macchina.
L’industria moderna ha trasformato la piccola bottega del vecchio padrone patriarcale nella grande fabbrica del borghese capitalista. Masse di operai, concentrati nelle fabbriche, vengono organizzati militarmente. Trattati come veri e propri soldati dell’industria, essi vengono sottoposti alla sorveglianza di tutta una gerarchia di ufficiali e sottufficiali. Gli operai non sono solamente gli schiavi della classe borghese e del governo borghese, ma sono &emdash; tutti i giorni ed a tutte le ore &emdash; gli schiavi della macchina, del capo officina, e soprattutto del padrone della fabbrica. Questo dispotismo è tanto più meschino, odioso ed esasperante, quanto più apertamente proclama il profitto come suo unico scopo.
Con il progredire dell’industria moderna, il lavoro richiede sempre meno abilità e forza ed il lavoro degli uomini è sempre più soppiantato da quello delle donne (e dei bambini). La distinzioni di età e di sesso non hanno alcuna validità sociale per la classe operaia. Ci sono soltanto strumenti di lavoro, il cui prezzo differisce a seconda dell’età e del sesso.
L’operaio, dopo che ha subito lo sfruttamento da parte del padrone in fabbrica e che ha ricevuto il suo salario in denaro contante, diventa la preda di altri membri della classe borghese, del piccolo proprietario immobiliare, dell’usuraio, ecc.
La piccola borghesia, i piccoli industriali, i commercianti, i titolari di piccole rendite, gli artigiani ed i piccoli contadini precipitano nel proletariato: da una parte perché soccombono nella concorrenza con i grandi capitalisti, poiché i loro piccoli capitali non consentono l’utilizzo dei metodi e delle procedure della grande industria; e dall’altra parte perché la loro particolare specializzazione viene svalorizzata dall’introduzione di nuovi metodi di produzione. Di conseguenza, il proletariato viene reclutato in seno a tutte le classi della popolazione.
Il proletariato passa attraverso diverse fasi di sviluppo. La sua lotta contro la borghesia ha inizio con la sua nascita. In un primo tempo lottano degli operai isolati, poi gli operai di una fabbrica, infine gli operai di una categoria in una determinata località, contro il capitalista che li sfrutta direttamente. Essi non si limitano ad attaccare il modo di produzione capitalistico, ma attaccano gli stessi strumenti della produzione: distruggono le merci straniere che fanno loro concorrenza, spezzano le macchine, bruciano le fabbriche e cercano di riconquistare la condizione, perduta, dell’artigiano medioevale.
In questa fase del suo sviluppo, il proletariato costituisce una massa disgregata, disseminata in tutto il paese e disunita dalla concorrenza. Se talvolta accade che gli operai si uniscano per agire come massa compatta, la loro azione non costituisce ancora il risultato della loro propria unione, ma di quella della borghesia, la quale &emdash; per raggiungere i suoi obbiettivi politici &emdash; deve mettere in moto l’intero proletariato, ed ha, ancora, il potere di farlo. Durante questa fase i proletari non combattono ancora i propri nemici, ma i nemici dei loro nemici, cioè i resti della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. In tal modo, tutto il movimento storico si concentra nelle mani della borghesia ed ogni vittoria riportata in queste condizioni è una vittoria della borghesia.
Tuttavia lo sviluppo dell’industria non comporta solo un aumento del numero dei proletari, ma li concentra in masse di notevole importanza; i proletari accrescono la propria forza e ne prendono coscienza. Gli interessi, le condizioni di vita dei proletari si fanno sempre più simili, nella misura in cui le macchine cancellano le differenze nel lavoro e riducono, quasi dappertutto, i salari a livelli egualmente bassi.
La crescente concorrenza dei capitalisti tra di loro e le crisi commerciali che ne derivano rendono ogni volta i salari più insicuri, il perfezionamento permanente delle macchine rende la posizione dell’operaio sempre più precaria; gli scontri individuali tra l’operaio ed il borghese assumono sempre di più il carattere di scontri tra due classi. Gli operai cominciano a coalizzarsi contro i borghesi per la difesa dei loro salari. Essi giungono a fondare associazioni permanenti in previsione di queste lotte puntuali. Qua e là, la resistenza operaia esplode in sommossa.
Qualche volta gli operai riescono a vincere; ma si tratta di una vittoria effimera. Il vero risultato delle lotte operaie non consiste tanto nel loro successo immediato quanto nella crescente solidarietà dei lavoratori.
Questa unione è facilitata dall’aumento dei mezzi di comunicazione, che consentono agli operai di località diverse di entrare in contatto. E bastano questi rapporti per trasformare le numerose lotte sociali, che hanno dappertutto le medesime caratteristiche, in una lotta nazionale, in lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è una lotta politica. Ed i moderni proletari, grazie alle ferrovie, riescono a costituire in pochi anni, quella unione che i borghesi del medio-evo, attraverso i sentieri vicinali, impiegarono secoli a raggiungere.
L’organizzazione del proletariato in classe e quindi in partito politico è incessantemente distrutta dalla concorrenza reciproca tra gli operai stessi; ma essa risorge sempre ed ogni volta più forte, più ferma, più formidabile. Essa sfrutta le divisioni interne alla classe borghese per costringerla a dare una garanzia legale a determinati interessi della classe operaia: ad esempio, la legge sulla giornata lavorativa di dieci ore in Inghilterra. Generalmente, i contrasti all’interno della vecchia società favoriscono, in vario modo, lo sviluppo del proletariato. La borghesia vive in uno stato di guerra permanente: dapprima contro l’aristocrazia; poi contro quella frazione della borghesia i cui interessi entrano in conflitto con il progresso dell’industria; infine &emdash; e sempre &emdash; contro la borghesia degli altri paesi. In tutte queste lotte, la borghesia è costretta a fare appello al proletariato, a giovarsi del suo aiuto ed a trascinarlo nel movimento politico. Essa dunque fornisce ai proletari gli elementi della loro educazione politica e sociale, cioè le armi contro la stessa borghesia.
Per di più, come abbiamo appena veduto, intere frazioni della classe dominante vengono precipitate nel proletariato o vengono per lo meno minacciate nella loro condizione di esistenza. Anche queste frazioni apportano al proletariato numerosi fattori di progresso.
Infine, quando la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione della classe dominante, dell’intera società, assume un carattere talmente violento, talmente aspro, che una frazione della classe dominante se ne stacca e si unisce con la classe rivoluzionaria, con la classe che rappresenta l’avvenire. Ed allo stesso modo che nel passato una parte della nobiltà si schierò al fianco della borghesia, così oggi una parte della borghesia fa causa comune con il proletariato, in particolare quegli ideologi borghesi che hanno raggiunto la comprensione teorica del movimento generale della storia.
In tutte le classi che al giorno d’oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è la classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi vacillano e periscono con la grande industria; il proletariato, al contrario, ne è il prodotto più specifico.
I ceti medi, i piccoli industriali, i piccoli commercianti, gli artigiani, i contadini, combattono la borghesia perché essa minaccia la loro esistenza in quanto classe media. Dunque, non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, perché chiedono che la storia cammini all’indietro. E se questi ceti agiscono in modo rivoluzionario, è perché temono di cadere nel proletariato; essi difendono in tal modo i loro interessi futuri, non quelli attuali; abbandonano il proprio punto di vista per assumere quello del proletariato. Il sottoproletariato delle metropoli, questa putrefazione passiva, questa feccia degli strati più bassi della società, può essere, qua o là, trascinato nel movimento da una rivoluzione proletaria; ma le sue condizioni di vita lo predispongono, piuttosto, a vendersi alla reazione.
Le condizioni di esistenza della vecchia società appaiono già distrutte nelle condizioni di esistenza del proletariato. Il proletariato è senza proprietà: i suoi rapporti familiari non hanno niente in comune con quelli della famiglia borghese. Il moderno lavoro industriale, che presuppone in Francia come in Inghilterra, in Germania come in America, l’asservimento dell’operaio da parte del capitale, ha spogliato il proletariato di qualsiasi carattere nazionale. Per esso, le leggi, la morale, la religione sono altrettanti pregiudizi borghesi, che mascherano altrettanti interessi borghesi.
Fino ad oggi, tutte le classi che hanno preso il potere hanno cercato di consolidare la posizione acquisita, sottomettendo la società al loro modo di appropriazione della ricchezza sociale. I proletari non possono impadronirsi delle forze produttive sociali senza abolire il loro attuale modo di appropriazione e quindi tutte le forme di appropriazione finora esistite. I proletari non hanno nulla di proprio da conservare; anzi, essi devono distruggere ogni garanzia privata e tutte le sicurezze private finora esistite.
Tutti i movimenti che si sono succeduti nella storia sono stati, fin qui, movimenti di minoranze a vantaggio di minoranze. Il movimento proletario è il movimento spontaneo dell’immensa maggioranza a vantaggio dell’immensa maggioranza. Il proletariato, che è l’ultimo strato della società attuale, non può sollevarsi, non può raddrizzarsi, senza far saltare tutti gli strati che gli stanno sopra e formano la società ufficiale.
La lotta del proletariato contro la borghesia, benché non sia, in sostanza, una lotta nazionale, ne prende tuttavia, all’inizio, la forma. È ovvio che il proletariato di ciascun paese deve farla finita, innanzitutto, con la propria borghesia.
Tratteggiando a grandi linee le fasi dello sviluppo del proletariato, abbiamo descritto la storia di una guerra civile, più o meno latente, che travaglia la società fino al momento in cui essa esplode in aperta rivoluzione ed il proletariato stabilisce le basi del suo potere attraverso il rovesciamento violento della borghesia.
Come abbiamo visto, tutte le società finora esistite si sono fondate sull’antagonismo tra la classe degli oppressori e quella degli oppressi.
Ma per opprimere una classe è necessario quanto meno assicurarle condizioni di esistenza che le consentano di vivere da schiava. Al culmine del feudalesimo, il servo della gleba è riuscito a diventare membro del Comune; ed il borghese in nuce del medio-evo ha raggiunto la posizione di borghese, pur stando sotto il giogo dell’assolutismo feudale. Invece, l’operaio moderno, lungi dall’elevarsi col progresso dell’industria, scende sempre più in basso, perfino al di sotto del livello delle condizioni della sua classe. Il lavoratore precipita nel pauperismo ed il pauperismo cresce ancora più rapidamente della popolazione e della ricchezza. È quindi evidente che la borghesia è incapace di ricoprire il ruolo di classe dominante e di imporre alla società, quale legge suprema, quella delle condizioni di esistenza della propria classe.
La borghesia non può dominare, perché non è più in grado di assicurare l’esistenza al proprio schiavo, pur nel quadro della sua schiavitù; e perché è costretta a lasciarlo cadere in una situazione tale in cui, invece di farsi mantenere da esso, deve piuttosto mantenerlo. La società non può più esistere sotto il dominio della borghesia, il che equivale a dire che l’esistenza della borghesia è oramai incompatibile con quella della società.
Per la classe borghese, la condizione fondamentale di esistenza e di supremazia è l’accumulazione della ricchezza in mani private, la formazione e l’accrescimento del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza reciproca degli operai. Il progresso dell’industria, di cui la borghesia è l’agente passivo ed inconsapevole, sostituisce l’isolamento degli operai con la loro unione rivoluzionaria mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria scalza da sotto i piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa ha stabilito il suo sistema di produzione e di appropriazione della ricchezza prodotta.
La borghesia produce innanzi tutto proprio coloro che la seppelliranno. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili.


IIPROLETARI E COMUNISTI

 
Quale posizione hanno i comunisti nei confronti dei proletari considerati nel loro insieme?
I comunisti non costituiscono un partito differente, opposto agli altri partiti operai.
Essi non hanno interessi che li distinguono dal proletariato in generale.
Essi non proclamano dei principi settari, intorno ai quali vorrebbero modellare il movimento operaio.
I comunisti si distinguono dagli altri partiti operai solamente su due punti:
1. Nelle varie lotte nazionali dei proletari, essi sollevano e fanno valere gli interessi comuni del proletariato;
2. Nelle varie fasi di sviluppo della lotta tra proletariato e borghesia, essi rappresentano sempre e dovunque gli interessi del movimento complessivo.
Sul piano pratico, dunque, i comunisti sono il reparto più risoluto e più avanzato del movimento di ogni paese, il reparto che incoraggia tutti gli altri; sul piano teorico, essi hanno, nei confronti delle altre parti del proletariato, il vantaggio di comprendere lucidamente le condizioni, il corso e gli scopi generali del movimento proletario.
Lo scopo immediato dei comunisti è lo stesso di quello di tutti i partiti del proletariato: organizzazione dei proletari in partito di classe, distruzione del dominio borghese, conquista del potere politico da parte del proletariato.
Le tesi politiche dei comunisti non si fondano assolutamente si idee o principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.
Esse esprimono solamente, in termini complessivi, le condizioni concrete di una lotta di classe che già esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. La soppressione di una determinata forma della proprietà non costituisce il carattere distintivo del comunismo.
La proprietà è sempre stata soggetta a costanti cambiamenti e incessanti trasformazioni storiche.
Ad esempio, la Rivoluzione francese ha abolito la proprietà feudale a vantaggio della proprietà borghese.
Il comunismo si distingue non per l’abolizione della proprietà in generale, ma per l’abolizione della proprietà borghese.
Ora, la proprietà privata, la moderna proprietà borghese, è l’ultima e più completa espressione del modo di produzione e di appropriazione dei prodotti che si basa sugli antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.
In questo senso, i comunisti possono riassumere la loro teoria in questa unica frase: abolizione della "proprietà privata".
Ci è stato rimproverato, a noi comunisti, di voler sopprimere la proprietà faticosamente acquisita con il lavoro individuale; quella proprietà che si dice essere il fondamento di ogni libertà, attività e indipendenza delle persone.
Proprietà personale, frutto del lavoro del singolo! Forse si parla della proprietà del piccolo borghese o di quella del piccolo contadino, forma di proprietà antecedente a quella borghese? Non siamo noi che dobbiamo abolirla, l’ha già abolita, o lo sta facendo, lo sviluppo dell’industria.
Ovvero si parla della proprietà privata, della moderna proprietà borghese?
Il lavoro salariato crea forse una proprietà per il proletariato? Assolutamente no. Esso crea il capitale, vale a dire la proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che non può accrescersi se non a condizione di produrre nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo nuovamente. Nella sua forma attuale la proprietà si muove tra due poli antagonistici: capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due aspetti di questo antagonismo.
Essere un capitalista significa occupare non solo una posizione personale, ma una posizione sociale nel sistema produttivo. Il capitale è un prodotto collettivo, non può essere messo in moto che con gli sforzi combinati di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, con gli sforzi combinati di tutti i membri della società.
Il capitale non è quindi una potenza personale: è una potenza sociale.
Allora, se il capitale viene trasformato in proprietà comune, appartenente a tutti i membri della società, ciò non significa la trasformazione di una proprietà personale in proprietà sociale. Ciò che viene trasformato è unicamente il carattere sociale della proprietà. Essa perde il suo carattere di proprietà di classe.
Veniamo al lavoro salariato.
Il prezzo medio del lavoro salariato è il minimo del salario, vale a dire la somma dei mezzi di sussistenza di cui l’operaio abbisogna per vivere da operaio. Ne consegue che l’operaio si appropria, tramite il suo lavoro, giusto di quanto gli necessita per condurre una vita stentata, e riprodursi.
Noi non vogliamo affatto abolire questa appropriazione personale dei prodotti del lavoro, indispensabile al mantenimento e alla riproduzione della vita umana; appropriazione che non lascia alcun profitto netto, fonte di potere sul lavoro altrui. Noi vogliamo sopprimere questo miserabile modo di appropriazione, che fa sì che l’operaio vive unicamente per accrescere il capitale e vive solo quel tanto che viene richiesto dagli interessi della classe dominante.
Nella società borghese, il lavoro vivo è solo un mezzo per accrescere il lavoro accumulato. Nella società comunista, il lavoro accumulato è solo un mezzo per allargare, arricchire e fare più bella la vita (degli operai).
Nella società borghese, il passato domina il presente; nella società comunista è il presente che domina il passato. Nella società borghese, il capitale è indipendente e personale, mentre l’individuo attivo è dipendente ed impersonale.
La borghesia bolla come abolizione della individualità e della libertà l’abolizione di un simile stato di cose. Ed ha ragione: perché si tratta effettivamente dell’abolizione dell’individualità, dell’indipendenza e della libertà borghesi.
Per libertà, negli attuali rapporti di produzione borghesi, si intende la libertà di commercio, di libero scambio.
Ma una volta scomparso il traffico, scompare anche il libero traffico. Del resto, tutti i paroloni sul libero scambio, al pari di tutte le vanterie liberali dei nostri borghesi, hanno un senso solo in confronto al commercio intralciato, al borghese asservito del medioevo; non hanno alcun senso quando si tratta dell’abolizione, da parte dei comunisti, del commercio, dei rapporti borghesi di produzione e della stessa borghesia.
Voi inorridite perché noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società la proprietà privata è abolita per nove decimi dei suoi membri. Ed esiste per voi, proprio perché essa non esiste per quei nove decimi. Ci rimproverate dunque di voler abolire una forma della proprietà che non può esistere, se non alla condizione di privare di qualsiasi proprietà l’immensa maggioranza della società.
Insomma, ci accusate di voler abolire la vostra proprietà. È vero: la nostra intenzione è proprio quella.
Dal momento in cui il lavoro non può più essere convertito in capitale, in danaro, in proprietà fondiaria, insomma in potere sociale monopolizzabile, ossia dal momento in cui la proprietà personale non può più essere trasformata in proprietà borghese, voi dichiarate che l’individualità è stata soppressa.
Voi riconoscete, dunque, che quando parlate dell’individuo, non intendete parlare che del borghese. E questo individuo, indubbiamente, va soppresso.

Il comunismo non priva nessuno della facoltà di appropriarsi della sua parte dei prodotti sociali; toglie soltanto il potere di asservire il lavoro altrui, avvalendosi di questa appropriazione.
È stata fatta anche l’obiezione che con l’abolizione della proprietà privata cesserebbe qualsiasi attività, che una pigrizia generale si impadronirebbe del mondo.
Se fosse vero, la società borghese avrebbe già da tempo ceduto alla fannulloneria, poiché chi ci lavora non guadagna e chi ci guadagna non lavora.
Tutta l’obiezione si riduce a questa tautologia: non c’è più lavoro salariato dove non c’è più capitale.
Le accuse rivolte contro il modo comunista di produzione e di appropriazione dei prodotti materiali sono state mosse anche contro la produzione e l’appropriazione intellettuali. Come per il borghese la scomparsa della proprietà di classe equivale alla scomparsa della proprietà stessa, così la scomparsa della cultura intellettuale di classe significa, per lui, la scomparsa della cultura intellettuale in genere.
La cultura, della quale il borghese piange la perdita, per l’immensa maggioranza degli uomini altro non è che formazione a diventare macchina.
Ma non polemizzate con noi, finché vorrete applicare all’abolizione della proprietà borghese il metro delle vostre nozioni borghesi di libertà, cultura, diritto, ecc. Le vostre idee sono anch’esse il prodotto dei rapporti di produzione e di proprietà borghesi, così come il vostro diritto altro non è che la volontà della vostra classe eretta a legge, una volontà il cui contenuto è determinato dalle condizioni materiali di esistenza della vostra classe.
Voi condividete con tutte le classi un tempo dominanti ed ormai scomparse l’interessata tesi in base alla quale trasformate in eterne leggi della natura e della ragione i rapporti sociali determinati dal vostro modo di produzione &emdash; rapporti sociali transitori, che sorgono e spariscono nel corso della produzione. Non potete ammettere riguardo alla proprietà borghese quello che pensate della proprietà antica, quello che concepite sulla proprietà feudale.
Abolizione della famiglia! Perfino i più radicali si indignano per questo infame progetto dei comunisti.
Su quale basi si fonda la famiglia borghese della nostra epoca? Sul capitale, sul guadagno individuale. La famiglia, nella sua pienezza, esiste soltanto per la borghesia; ma trova il suo complemento nella forzata soppressione di qualsiasi famiglia per i proletari nonché nella prostituzione pubblica.
La famiglia borghese svanisce naturalmente con il venir meno del suo necessario complemento, ed entrambe scompariranno con la scomparsa del capitale.
Ci rimproverate di voler abolire lo sfruttamento dei bambini da parte dei loro genitori? Noi confessiamo questo delitto.
Ci dite anche che, sostituendo l’educazione sociale all’educazione da parte della famiglia, noi spezziamo i legami più sacri.
Ma la vostra educazione non è anch’essa determinata dalla società? Dai rapporti sociali all’interno dei quali allevate i vostri figli? Dall’intervento diretto o indiretto della società per mezzo della scuola, ecc.? Non sono i comunisti che inventano questa ingerenza della società nell’educazione, essi vogliono solo cambiarne la caratteristica e strappare l’educazione all’influenza della classe dominante.
Le declamazioni borghesi sulla famiglia e l’educazione, sui dolci legami che uniscono il bambino ai genitori, diventano tanto più nauseanti quanto più la grande industria distrugge ogni legame familiare per i proletari e trasforma i bambini in semplici articoli di commercio, in merci strumenti di lavoro.
Ma ecco che da tutta la borghesia si leva un grido: voi comunisti volete introdurre la comunanza delle donne!
Per il borghese, la moglie è solo uno strumento di produzione. Egli sente dire che i mezzi di produzione devono essere messi in comune ed ovviamente ne trae la conclusione che ci sarà comunanza delle donne.
Egli non riesce nemmeno ad immaginare che si tratta per l’appunto di dare alla donna un ruolo diverso da quello di semplice mezzo di produzione.
D’altra parte, nulla è più ridicolo dell’ultra-moralistico orrore ispirato ai nostri borghesi dalla pretesa comunanza ufficiale delle donne presso i comunisti. I comunisti non hanno affatto bisogno di introdurre la comunanza delle donne, che è quasi sempre esistita.
I nostri borghesi, non contenti di avere a loro disposizione le mogli e le figlie dei loro proletari, provano un piacere particolare nel farsi reciprocamente le corna.
Il matrimonio borghese è in pratica la comunanza delle mogli.
Al massimo si potrebbero accusare i comunisti di voler sostituire una comunanza delle donne ipocrita e mascherata con un’altra, franca e ufficiale. Del resto, è evidente che, una volta aboliti gli attuali rapporti di produzione scomparirà la comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.
I comunisti vengono inoltre accusati di voler abolire la patria, la nazionalità.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Siccome il proletariato di ogni paese deve, prima di tutto, conquistare il potere politico, ergersi a classe dominante della propria nazione, esso rimane ancora, per questa ragione, una classe nazionale, ma assolutamente non nel senso borghese.
Le separazioni e gli antagonismi nazionali tra i popoli vanno già scomparendo, sempre di più, con lo sviluppo della borghesia, della libertà di commercio e del mercato mondiale, con l’uniformità della produzione industriale e le condizioni di vita che ad essa corrispondono.
L’avvento del proletariato li faranno scomparire ancora più velocemente. L’unità d’azione dei diversi proletariati, quanto meno nei paesi sviluppati, è una delle prime condizioni della loro emancipazione.
Abolite lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, abolirete lo sfruttamento di una nazione su un’altra nazione.
Quando sarà scomparso l’antagonismo tra le classi all’interno delle nazioni, scomparirà l’ostilità reciproca tra le nazioni.
Non meritano un esame approfondito le accuse mosse ai comunisti in nome della religione, della filosofia e dell’ideologia in generale.
Ci vuole forse un’intelligenza molto penetrante per comprendere che i punti di vista, le conoscenze e le concezioni, in una parola la coscienza degli uomini, cambiano se sono mutati i loro rapporti sociali, la loro esistenza sociale? Che cosa dimostra la storia del pensiero, se non che la produzione intellettuale si trasforma con la produzione materiale? Le idee dominanti di un’epoca sono state sempre e soltanto le idee della classe dominante.
Quando si parla di idee che rivoluzionano tutta una società, si afferma solo il fatto che gli elementi di una nuova società si sono formati nel seno di quella vecchia e che il dissolvimento delle vecchie idee avanza di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti sociali.
Quando il mondo antico ara giunto al tramonto, le vecchie religioni furono vinte dalla religione cristiana; quando, nel diciottesimo secolo, le idee cristiane lasciarono il posto alle idee dell’illuminismo, la società feudale stava combattendo la sua ultima battaglia con la borghesia, allora rivoluzionaria. Le idee di libertà religiosa e di libertà di coscienza non hanno fatto altro che proclamare il dominio della libera concorrenza nel campo della conoscenza. "Ma &emdash; si dirà &emdash; le idee religiose, morali, filosofiche, politiche e giuridiche si sono modificate nel corso della storia. Però la religione, la morale, la filosofia si conservavano sempre attraverso queste trasformazioni.
Esistono, inoltre, delle verità eterne, come la libertà, la giustizia, ecc., che sono comuni a tutte le condizioni della società. Ora, il comunismo abolisce le verità eterne, abolisce la religione e la morale, invece di costituirle su un nuovo fondamento, e ciò contraddice con tutto il precedente sviluppo storico".
A che cosa si riduce questa obiezione? La storia di qualsiasi società si riassume nello sviluppo degli antagonismi di classe, che hanno assunto forme diverse nelle diverse epoche. Ma qualunque forma abbiano assunto questi antagonismi, lo sfruttamento di una parte della società ad opera dell’altra è un dato comune a tutti i secoli passati. Non c’è dunque da stupirsi del fatto che la coscienza sociale di tutte le epoche, nonostante tutte le divergenze e le diversità sia sempre mutata all’interno di certe forme comuni, forme di coscienza che si dissolveranno completamente solo con la totale scomparsa dell’antagonismo fra le classi.
La rivoluzione comunista è la rottura più radicale con i rapporti di proprietà tradizionali; nulla di strano se, nel corso del suo sviluppo, essa rompa nella maniera più radicale con le vecchie idee tradizionali.
Ma ora lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.
Come abbiamo visto sopra, la prima tappa nella rivoluzione operaia è la costituzione del proletariato in classe dominante, la conquista del potere statale da parte della democrazia.
Il proletariato si servirà della supremazia politica per strappare a poco a poco tutto il capitale alla borghesia, per centralizzare tutti i mezzi di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato in classe dominante, e per accrescere al più presto la massa delle forze produttive disponibili.
Naturalmente, all’inizio tutto ciò potrà essere attuato unicamente violando, in maniera dispotica i diritti di proprietà ed i rapporti di produzione borghesi, vale a dire adottando misure che, dal punto di vista economico, appariranno insufficienti ed insopportabili, ma che nel corso del movimento supereranno se stesse e saranno indispensabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione.
Queste misure, beninteso, saranno differenti a seconda dei diversi paesi.
Per i paesi più avanzati, tuttavia, questi sono i provvedimenti che potranno essere, quasi generalmente, applicati:
1°) Espropriazione della proprietà fondiaria e confisca della rendita fondiaria a vantaggio dello Stato.
2°) Imposta fortemente progressiva.
3°) Abolizione del diritto di successione.
4°) Confisca delle proprietà di tutti gli emigrati e ribelli.
5°) Centralizzazione del credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale con capitale dello Stato e con monopolio esclusivo.
6°) Centralizzazione di tutti i mezzi di trasporto nelle mani dello Stato.
7°) Aumento delle manifatture nazionali e dei mezzi di produzione, dissodamento dei terreni incolti e miglioramento delle terre coltivate secondo un sistema collettivo.
8°) Lavoro obbligatorio per tutti, organizzazione di eserciti industriali, soprattutto per l’agricoltura.
9°) Unificazione dell’attività agricola con quella industriale, misure tendenti a far scomparire la differenza tra città e campagna.
10°) Istruzione pubblica e gratuita di tutti i bambini, abolizione del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche, così come viene attualmente praticato. Combinazione dell’istruzione con la produzione materiale, ecc.
Scomparsi gli antagonismi di classe nel corso dello sviluppo e concentrata tutta la produzione nelle mani degli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. Il potere politico, nel senso proprio del termine, è il potere di una classe organizzata per l’oppressione di un’altra. Se il proletariato, nella sua lotta contro la borghesia, si costituisce necessariamente in classe; se con la rivoluzione si erge a classe dominante e, come classe dominante, distrugge violentemente gli antichi rapporti di produzione; esso abolisce insieme con quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell’antagonismo di classe, sopprime le classi in generale e, quindi, il suo proprio dominio come classe.
Al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e con i suoi antagonismi di classe, sorge un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti .


IIILetteratura socialista e comunista

 

I - Il socialismo reazionario

A - Il socialismo feudale

Per la loro posizione storica, l’aristocrazia francese e quella inglese sono state chiamate a scagliare libelli contro la società borghese. Nella rivoluzione francese del 1830, nel movimento riformatore inglese, esse erano cadute, ancora una volta, sotto i colpi dell’odiato parvenu. Per loro non era più il caso di fare una seria lotta politica, non restava altro che la lotta letteraria. Ma anche nel campo della letteratura la vecchia fraseologia della restaurazione era diventata impossibile.
Per suscitare delle simpatie, l’aristocrazia doveva fare finta di perdere di vista gli interessi suoi propri e formulare il suo atto di accusa contro la borghesia nell’esclusivo interesse della classe operaia sfruttata. Si è presa così la soddisfazione di intonare canti satirici sul suo nuovo padrone e di gorgheggiargli nell’orecchio delle profezie piene di sventura.
Così è nato il socialismo feudale, miscuglio di geremiadi e pasquinate, di echi del passato e vagiti dell’avvenire. Se talvolta la sua critica mordace e spiritosa ha colpito al cuore la borghesia, la sua assoluta incapacità di comprendere il cammino della storia moderna ha sempre finito col renderlo ridicolo.
A mò di bandiera questi signori inalberavano la bisaccia del mendicante, per attrarre il popolo; ma quando il popolo li ha seguiti, ha visto i loro sederi ornati dei vecchi blasoni feudali e si è disperso con fragorose e irriverenti risate. Ma parte dei legittimisti francesi e la giovane Inghilterra hanno dato al mondo questo allegro spettacolo.
Quando i campioni della feudalità dimostrano che il suo modo di sfruttamento era diverso da quello della borghesia, dimenticano soltanto un particolare e cioè che essa esercitava lo sfruttamento in condizioni del tutto differenti e oggi superate. Quando essi fanno notare che sotto il loro regime non esisteva il moderno proletariato, dimenticano che la borghesia è per l’appunto un frutto fatale della società feudale.
Del resto, essi nascondono così poco il carattere reazionario della loro critica, che il loro primo capo di accusa contro la borghesia è precisamente quello di aver creato, sotto il suo dominio, una classe che farà saltare tutto quanto il vecchio ordinamento sociale.
Perciò imputano alla borghesia non tanto il reato di aver creato un proletariato, quanto quello di aver prodotto un proletariato rivoluzionario.
Quindi nella lotta politica, i paladini dell’aristocrazia partecipano attivamente a tutte le misure di violenza contro la classe operaia. E nella vita di tutti i giorni, malgrado la loro ampollosa fraseologia, essi sanno abbassarsi, per raccogliere i frutti d’oro, che cascano dall’albero dell’industria, e barattare tutte le virtù cavalleresche, l’onore l’amore e la fedeltà, con la lana lo zucchero di barbabietola e l’acqua vite.
Come un tempo il prete marciava mano nella mano con il signore feudale, così oggi noi vediamo il socialismo clericale camminare fianco a fianco con il socialismo feudale.
Niente è più facile che ricoprire con una mano di vernice socialista l’ascetismo cristiano. Il cristianesimo non si è forse levato contro la proprietà privata, il matrimonio, lo Stato? In loro sostituzione, non ha forse predicato la carità e la mendicità, il celibato e la mortificazione della carne, la vita monastica e la Chiesa? Il socialismo cristiano altro non è che l’acqua santa con cui il prete benedice la collera dell’aristocrazia.


B - Il socialismo dei piccoli borghesi

L’aristocrazia feudale non è l’unica classe che sia stata rovinata dalla borghesia e neppure la sola le cui condizioni di esistenza siano andate declinando e deperendo nella moderna società borghese.
I piccoli borghesi e i piccoli contadini del medio evo erano i precursori della borghesia moderna.
Nei paesi ove il commercio e l’industria sono poco sviluppati, questa classe continua a vegetare accanto alla borghesia che sboccia e si irradia.
Nei paesi ove è fiorente la civiltà moderna si è formata una nuova classe piccolo-borghese, che oscilla tra il proletariato e la borghesia come parte complementare della società borghese, essa non cessa di costituirsi e ricostituirsi; ma gli individui che la compongono si vedono continuamente precipitare nel proletariato, per effetto della concorrenza; e addirittura, a mano a mano che avanza la grande produzione, vedono avvicinarsi il momento in cui essi scompariranno del tutto come frazione indipendente della società contemporanea e verranno sostituiti nel commercio, nell’industria e nell’agricoltura da commessi, capisquadra e braccianti.
Nei paesi come la Francia, ove i contadini rappresentano ben oltre la metà della popolazione, era naturale che gli scrittori schierati con il proletariato contro la borghesia fossero portati a criticare il dominio borghese e difendere il partito degli operai, dal punto di vista del piccolo borghese e del contadino. Si è formato così il socialismo piccolo borghese. Sismondi è il capo di questa letteratura, tanto per l’Inghilterra quanto per la Francia.
Questo socialismo ha fatto un’analisi molto penetrante delle contraddizioni inerenti ai moderni rapporti di produzione.
Ha messo a nudo le ipocrite apologie degli economisti. Ha dimostrato in modo inconfutabile le conseguenze micidiali delle macchine e della divisione del lavoro, la concentrazione dei capitali e della proprietà fondiaria, la sovrapproduzione, le crisi, la miseria del proletariato, l’anarchia nella produzione, la stridente sproporzione nella distribuzione della ricchezza, le guerre industriali di sterminio tra le nazioni, la disgregazione degli antichi costumi, degli antichi rapporti familiari, delle antiche nazionalità.
Tuttavia, lo scopo positivo perseguito da questo socialismo piccolo borghese consiste o nel restaurare i vecchi mezzi di produzione e di scambio, e con essi i vecchi rapporti di scambio e la vecchia società, ovvero nel costringere con la forza i moderni mezzi di produzione e di scambio nel quadro ristretto degli antichi rapporti di produzione, che essi hanno spezzato e che dovevano spezzare. In entrambi i casi, questo socialismo è allo stesso tempo reazionario e utopistico.
Per la manifattura, il sistema delle corporazioni; per l’agricoltura, i rapporti patriarcali: ecco le sue ultime parole.
Alla fine, quando i fatti storici gli hanno fatto smaltire completamente la sbronza, questa forma di socialismo si è lasciata andare ad una vile melancolia.


C - Il socialismo tedesco o il VERO socialismo

La letteratura socialista e comunista francese, nata sotto la pressione di una borghesia regnante, è l’espressione letteraria della rivolta contro questo dominio. Essa fu introdotta in Germania all’epoca in cui la borghesia iniziava la sua lotta contro l’assolutismo feudale.
Filosofi, mezzi filosofi e begli spiriti tedeschi si gettarono avidamente su questa letteratura, ma dimenticarono che, insieme con la letteratura francese, non erano state al contempo introdotte in Germania le condizioni sociali della Francia. In rapporto alle condizioni tedesche, la letteratura francese venne a perdere ogni significato pratico immediato e assunse un aspetto puramente letterario. Essa doveva sembrare una inutile speculazione sulla realizzazione dell’essere umano. Parimenti, per i filosofi tedeschi del diciottesimo secolo, le rivendicazioni della prima rivoluzione francese non erano sembrate altro che le rivendicazioni della ragion pura in generale; mentre le affermazioni della volontà dei borghesi rivoluzionari di Francia avevano avuto, ai loro occhi, solo il significato della manifestazione di leggi della pura volontà, della volontà quale deve essere, della vera volontà umana.
Il lavoro dei letterati tedeschi si limitava a mettere d’accordo le idee francesi con la loro vecchia coscienza filosofica o piuttosto ad appropriarsi delle idee francesi adattandole al loro punto di vista filosofico.
Essi se ne appropriarono allo stesso modo in cui ci si impadronisce di una lingua straniera, attraverso la traduzione.
È noto il modo in cui i monaci scrissero le assurde leggende dei santi cattolici sopra i manoscritti contenenti le opere degli autori classici del mondo pagano. I letterati tedeschi fecero il contrario riguardo alla letteratura francese. Essi fecero scivolare le loro assurdità sotto all’originale francese. Ad esempio, sotto la critica francese della funzione economica del denaro, essi scrissero: Alienazione dell’essere umano, sotto la critica francese dello Stato borghese, scrissero: Eliminazione della categoria dell’universale astratto, e così via.
L’introduzione di questa fraseologia filosofica all’interno dei ragionamenti svolti dai francesi venne da essi battezzata: Filosofia dell’azione, Vero socialismo, scienza tedesca del socialismo, Base filosofica del socialismo, ecc.
In tal modo, la letteratura socialista e comunista francese venne completamente castrata. E siccome essa, nelle mani dei tedeschi, cessò di essere l’espressione della lotta di una classe contro un’altra, i tedeschi si rallegrarono di essersi elevati al di sopra della ristrettezza francese e di aver difeso, invece di bisogni veri, il bisogno della verità; di aver sostenuto, invece degli interessi del proletario, gli interessi dell’essere umano, dell’uomo in generale; dell’uomo che non appartiene a nessuna classe, a nessuna realtà, e che esiste solo nel cielo nebbioso della fantasia filosofica.
Questo socialismo tedesco, che prendeva tanto solennemente sul serio i suoi maldestri esercizi di scolaretto e che li strombazzava come fanno i saltimbanchi, perse a poco a poco la sua pedantesca innocenza.
La lotta della borghesia tedesca, in special modo della borghesia prussiana contro la monarchia assoluta e feudale, in una parola, il movimento liberale, divenne più serio. Il vero socialismo ebbe così l’occasione tanto attesa di confrontare le rivendicazioni socialiste con il movimento politico. Esso poté lanciare i suoi tradizionali anatemi contro il liberalismo, contro lo Stato rappresentativo, contro la concorrenza borghese, contro la libertà di stampa borghese, contro il diritto borghese, contro la libertà e l’eguaglianza borghesi; poté predicare alle masse che esse non avevano nulla da guadagnare, anzi avevano tutto da perdere, da questo movimento borghese. Il socialismo tedesco dimenticò, molto a proposito, che la critica francese, di cui esso era la sciocca eco, presupponeva la moderna società borghese, con le corrispondenti condizioni materiali di vita e con una conforme costituzione politica; cose che per l’appunto, in Germania, si trattava ancora di conquistare.
Questo socialismo servì ai governi assoluti col loro seguito di preti, pedagoghi, signorotti di campagna e burocrati, come spaventapasseri per fare paura alla borghesia che si levava minacciosa.
Esso fu il completamento edulcorato delle amare scudisciate e delle pallottole, che quegli stessi governi somministrarono agli operai tedeschi insorti.
Se il vero socialismo divenne in tal modo un’arma in mano ai governi, esso esprimeva anche, in modo diretto, l’interesse reazionario, l’interesse del piccolo borghesuccio. In Germania, la classe piccolo borghese, tramandata dal sedicesimo secolo e da allora in poi sempre rinascente in forme diverse, costituisce la vera base sociale del presente stato di cose. Conservare la piccola borghesia, significa conservare le attuali condizioni della Germania. La supremazia industriale e politica della borghesia minaccia questa classe di una sicura rovina; da un lato a causa della concentrazione dei capitali, d’altro lato per effetto dello sviluppo di un proletariato rivoluzionario. Il vero socialismo doveva servirle a prendere due piccioni con una fava. Si diffuse come un’epidemia.
L’abito tessuto con i fili invisibili della speculazione filosofica, ricamato con i fiori della retorica ed impregnato di una rugiada dolciastra, questo abito mistico con il quale i socialisti tedeschi avevano mascherato le loro quattro stecchite verità eterne, altro non fece che aumentare la vendita della loro mercanzia presso un simile pubblico.
Dal canto suo il socialismo tedesco capì sempre di più la sua vocazione, di pomposo rappresentante di questa piccola borghesia.
Esso proclamò che la nazione tedesca è la nazione normale, e che il filisteo piccolo borghese tedesco è l’uomo normale. A tutte le infamie di questo uomo normale, esso attribuì un significato occulto, un senso superiore e socialista, che le trasformava nel loro contrario. Si spinse fino all’estrema conseguenza, scagliandosi contro la tendenza brutalmente distruttiva del comunismo e dichiarando che, essendo imparziale, esso si librava al di sopra di ogni lotta di classe.
Tranne pochissime eccezioni, tutti gli scritti sedicenti socialisti e comunisti pubblicati in Germania (nel 1847) appartengono a questa oscena e snervante letteratura.


II - Il socialismo conservatore e borghese

Una parte della borghesia tenta di porre rimedio agli inconvenienti sociali per garantire l’esistenza della società borghese.
Questa categoria annovera gli economisti, i filantropi, gli umanitari, i fautori del miglioramento delle condizioni della classe operaia, gli organizzatori di beneficenza, i protettori degli animali, i fondatori delle società di continenza ed i riformatori da salotto di ogni risma. Sono stati perfino elaborati interi sistemi di questo socialismo borghese.
Citiamo, come esempio, la Filosofia della Miseria, di Proudhon.
I socialisti borghesi vogliono le condizioni di vita della società moderna senza i pericoli e le lotte che inevitabilmente ne derivano. Vogliono la società attuale, ma senza gli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia, come è naturale, si rappresenta il mondo in cui essa domina come il migliore dei mondi possibili. Il socialismo borghese trasforma questa consolante rappresentazione in mezza teoria o in teoria intera. Allorquando ingiunge al proletariato di applicare i suoi sistemi per entrare nella nuova Gerusalemme, in fondo non fa altro che obbligarlo a rimanere entro i confini della società attuale, lasciando però perdere la concezione piena di astio, che di questa società esso ha.
Una seconda forma di questo socialismo, meno teorica e più pratica, ha cercato di suscitare nella classe operaia il disgusto per qualsiasi movimento rivoluzionario, dimostrandole che non avrebbe tratto alcun profitto da questo o quel cambiamento politico, ma solo da una trasformazione delle condizioni materiali di esistenza, dei rapporti economici.
Si noti che per trasformazione delle condizioni materiali della società, questo socialismo non intende assolutamente parlare dell’abolizione dei rapporti di produzione borghesi, bensì unicamente di riforme amministrative, da realizzarsi sulla stessa base della produzione borghese, che pertanto non toccano i rapporti tra capitale e lavoro salariato; e che, nel migliore dei casi, servono a ridurre le spese e semplificare il lavoro burocratico del governo borghese.
Il socialismo borghese giunge alla sua più pura espressione quando diventa una semplice figura retorica.
Libero scambio! nell’interesse della classe operaia; protezionismo! nell’interesse della classe operaia; carcere cellulare! nell’interesse della classe operaia: ecco la sua ultima parola, l’unica detta seriamente dal socialismo borghese.
Infatti il socialismo borghese sta tutto quanto in questa frase: i borghesi sono borghesi nell’interesse della classe operaia.


III - Socialismo e Comunismo critico-utopistico

Non si tratta qui della letteratura che, in tutte le grandi rivoluzioni moderne, ha espresso le rivendicazioni del proletariato (gli scritti di Babeuf, ecc.).
I primi tentativi diretti del proletariato per far prevalere i propri interessi di classe, condotti in un’epoca di fermento generale, durante il periodo del rovesciamento della società feudale, furono inevitabilmente destinati al fallimento sia per l’embrionale stato di sviluppo della classe operaia sia per la mancanza delle condizioni materiali della sua emancipazione, che potevano prodursi solo nell’era della borghesia. La letteratura rivoluzionaria che accompagnava questi primi movimenti del proletariato aveva, necessariamente, un segno reazionario. Essa raccomanda un ascetismo universale e grossolano egualitarismo.
I veri e propri sistemi socialisti e comunisti, i sistemi di Saint-Simon, di Fourier, di Owen, ecc., compaiono nel primo periodo della lotta tra il proletariato e la borghesia, descritto più sopra (vediBorghesia e Proletariato).
Gli inventori di questi sistemi sono senz’altro consapevoli sia dell’antagonismo tra le classi sia dei fattori dissolventi all’interno della stessa società dominante. Ma non scorgono da parte del proletariato nessuna autonoma azione storica, nessun autonomo movimento politico.
Dato che lo sviluppo dell’antagonismo tra le classi procede di pari passo con lo sviluppo dell’industria, essi non trovano neppure le condizioni materiali per l’emancipazione del proletariato e, per crearle, si mettono alla ricerca di una scienza sociale, di leggi sociali.
L’azione sociale deve lasciare il posto alla loro personale attività cerebrale; le condizioni storiche dell’emancipazione, a delle condizioni di fantasia; l’organizzazione graduale e spontanea del proletariato in classe, a una organizzazione inventata di sana pianta da loro. La storia futura del mondo, per essi, si risolve nella propaganda e nell’attuazione pratica dei loro piani di società.
Nella elaborazione dei loro piani, tuttavia, essi sono coscienti di difendere prima di tutto gli interessi della classe operaia, perché è la classe che soffre di più. Per loro, la classe operaia esiste solo sotto questo aspetto, di classe che soffre maggiormente.
Ma la forma poco sviluppata della lotta di classe, come pure la loro posizione sociale, fanno si che essi si considerino molto al di sopra di qualsiasi antagonismo tra le classi. Essi vogliono migliorare le condizioni materiali di vita di tutti i membri della società, anche dei più privilegiati. Di conseguenza, essi non smettono di fare appello a tutta la società, senza distinzioni, anzi si rivolgono di preferenza alla classe dominante. Tanto, basta capire il loro sistema per riconoscere che è il migliore piano possibile della migliore società possibile.
Pertanto essi rifiutano qualsiasi azione politica e soprattutto qualsiasi azione rivoluzionaria; cercano di raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici e tentano di aprire la via al nuovo vangelo sociale con la forza dell’esempio, con esperimenti in piccolo, condannati in anticipo all’insuccesso.
Il quadro fantastico della società futura, fatto all’epoca in cui il proletariato, ancora poco sviluppato, si rappresenta in maniera fantastica la propria posizione, corrisponde alle prime istintive aspirazioni degli operai ad una trasformazione totale della società.
Gli scritti socialisti e comunisti, però, contengono anche elementi critici. Attaccano la società esistente elle sue fondamenta. Perciò, a suo tempo, hanno fornito dei materiali di grande valore per illuminare gli operai.
I loro progetti positivi sulla società futura, quali l’abolizione del contrasto tra città e campagna, della famiglia, del profitto privato e del lavoro salariato, la proclamazione dell’armonia sociale, la trasformazione dello Stato in una semplice amministrazione della produzione, tutte queste proposte non indicano altro che la scomparsa dell’antagonismo tra le classi, antagonismo che allora inizia appena a delinearsi e di cui gli inventori di sistemi non conoscono ancora che le prime forme indistinte e indeterminate. Perciò, queste proposte hanno ancora un significato puramente utopistico.
L’importanza del socialismo e del comunismo critico-utopistico sta in rapporto inverso allo sviluppo storico. Nella misura in cui la lotta di classe cresce e prende forma, questo assurdo disprezzo per la lotta, questa bizzarra resistenza contro la lotta perdono qualsiasi valore pratico e giustificazione teorica. Ed è per questo motivo che se i fondatori di quei sistemi erano per molti versi dei rivoluzionari, le sette formate dai loro discepoli sono sempre reazionarie, poiché questi ultimi si ostinano a contrapporre le antiche concezioni dei loro maestri all’evoluzione storica del proletariato. Essi cercano dunque, con conseguenza, di attenuare le lotte di classe e di conciliare gli antagonismi. Sognano sempre di realizzare l’esperimento delle loro utopie sociali, costituire singoli falansteri, creare colonie in patria e fondare una piccola Icaria, edizione in dodicesimo della nuova Gerusalemme; e per dare concretezza a tutti questi castelli in aria, si vedono costretti a fare appello al buon cuore e al portafoglio dei borghesi. Piano piano, scivolano nella categoria dei socialisti reazionari o conservatori sopra descritti, distinguendosene solo per una pedanteria più sistematica ed una fede superstiziosa e fanatica nella efficacia miracolosa della loro scienza sociale. Essi sono quindi accanitamente contrari a qualsiasi azione politica della classe operaia, che - a loro parere - non può derivare che da una cieca mancanza di fede nel nuovo vangelo.
Gli owenisti in Inghilterra, i fourieristi in Francia reagiscono gli uni contro i cartisti, gli altri contro i riformisti.


IV - Posizione dei comunisti nei confronti dei vari partiti di opposizione.

Per quanto abbiamo esposto nel capitolo II, la posizione dei comunisti nei confronti dei partiti operai già costituiti non ha bisogno di spiegazioni, e quindi anche la loro posizione riguardo ai cartisti in Inghilterra e ai riformatori agrari in America del Nord.
I comunisti lottano in nome degli interessi e degli scopi immediati della classe operaia, ma nel movimento presente essi difendono e rappresentano allo stesso tempo l’avvenire del movimento stesso. In Francia, i comunisti si alleano al partito democratico-socialista contro la borghesia conservatrice e radicale, senza per questo rinunciare al diritto di criticare la fraseologia e le illusioni tramandate dalla tradizione rivoluzionaria.
In Svizzera, i comunisti appoggiano i radicali, senza disconoscere che questo partito è composto da elementi contraddittori, per metà democratico-socialisti nel senso francese del termine, per metà borghesi radicali.
In Polonia, i comunisti sostengono il partito che considera la rivoluzione agraria come condizione dell’emancipazione nazionale, vale a dire il partito che ha condotto l’insurrezione di Cracovia nel 1846.
In Germania, il partito comunista lotta a fianco della borghesia ogni volta che la borghesia agisce in modo rivoluzionario, contro la monarchia assoluta, la proprietà fondiaria feudale ed il piccolo borghesume.
Ma questo partito non trascura mai, in alcuna occasione, di suscitare tra gli operai una coscienza chiara e netta dell’antagonismo profondo, che esiste tra la borghesia e il proletariato, perché gli operai tedeschi sappiano, quando sarà il momento, volgere le condizioni sociali e politiche che la borghesia creerà con il suo dominio in altrettante armi contro di essa; perché, non appena saranno distrutte le classi reazionarie della Germania, si possa ingaggiare la lotta contro la borghesia stessa.
È soprattutto verso la Germania che i comunisti rivolgono la loro attenzione, perché questa nazione è alla vigilia di una rivoluzione borghese, e perché essa la realizzerà in condizioni più avanzate di civiltà in Europa e con un proletariato infinitamente più sviluppato di quello che l’Inghilterra e la Francia avevano nel XVII e XVIII secolo; perciò la rivoluzione borghese tedesca non può essere che il breve preludio di una rivoluzione proletaria.
Insomma, i comunisti appoggiano dovunque ogni movimento rivoluzionario contro lo stato presente, sociale e politico, delle cose.
In tutti i movimenti essi mettono in evidenza la questione della proprietà, quale che sia la forma, più o meno sviluppata, da essa assunta, come la questione fondamentale del movimento.
Infine, i comunisti operano per l’unione e l’intesa dei partiti democratici di tutti i paesi.
I comunisti rifiutano di nascondere le loro opinioni e i loro fini. Essi proclamano apertamente che i loro scopi non potranno essere raggiunti senza il rovesciamento violento di tutto il presente ordinamento sociale. Che le classi dominanti tremino all’idea di una rivoluzione comunista! I proletari non hanno niente da perderci, se non le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare.

PROLETARI DI TUTTI I PAESI, UNITEVI!