giovedì 22 gennaio 2009

Lettera di Marco Ferrando  al Corriere della Sera

EBRAISMO E SIONISMO

(21 gennaio 2009)

Caro direttore,  l'articolo di Gian Antonio Stella, apparso su il Corriere di domenica 18 gennaio, e dedicato all'"antisemitismo di sinistra" sente il bisogno di citare alcune mie dichiarazioni sul sionismo, definendole" sventurate", e collocandole tra le " frattaglie". Tutto legittimo, inclusa la levità dello stile. Non mi pare legittimo invece inquadrarle in una cornice obiettivamente falsificante.  Tralascio la scorrettezza giornalistica, non nuova, di attribuirmi in virgolettato, per di più in occhiello, dichiarazioni non mie( "distruggiamo quest'incubo razzista e genocidario infame"): anche se giornali e giornalisti di indubbio prestigio dovrebbero evitare simili "incidenti".  Vado invece alla sostanza. La sostanza è che tutte le dichiarazioni mie e del Partito Comunista dei Lavoratori- nessuna esclusa- hanno sempre affermato la netta distinzione tra ebraismo e sionismo, contro ogni forma di antisemitismo. Abbiamo sempre rivendicato la grande tradizione storica e culturale dell'ebraismo socialista e antisionista: quella di Rosa Luxmburg e di Trotskij, dell'insurrezione del ghetto di Varsavia , di larga parte dell'ebraismo antifascista della resistenza. Per altro il bolscevismo di Lenin( e l'intera socialdemocrazia russa del primo '900) fu protagonista di una lunga battaglia contro l'antisemitismo zarista(" infamia e disonore su coloro che seminano l'odio contro gli ebrei" dichiarava Lenin ), e l'Urss rivoluzionaria del '17-'23 non solo pose fine ad ogni pogrom antiebraico, ma predispose gravi sanzioni contro ogni manifestazione antisemita e garantì il libero sviluppo della cultura Yddisch. La stessa Quarta Internazionale delle origini che- sola a sinistra- denunciò i fondamenti coloniali e anti arabi dello stato di Israele nel 48, nacque anche da una lunga battaglia contro l'antisemitismo stalinista e nazista. E contava tra i suoi massimi dirigenti molti militanti e intellettuali ebrei.  Peraltro lo stesso Gian Antonio Stella rivela indirettamente la distinzione profonda tra ebraismo e sionismo, proprio quando parla dello stalinismo: quello Stalin che massacrava gli ebrei dell'opposizione di sinistra in Urss con i peggiori argomenti del vecchio antisemitismo grande russo, era lo stesso Stalin che riconosceva lo Stato di Israele e armava le milizie Israeliane del' Haganah e la loro "pulizia etnica" anti palestinese( Ilan Pappe). Si può essere dunque filo sionisti e antisemiti.  Noi siamo l'opposto : siamo avversari dell'antisemitismo e del sionismo. Di più: siamo noi a rivolgere al sionismo l'accusa di una complicità di fatto con l'antisemitismo; laddove l'assimilazione ideologico messianica del popolo ebraico allo Stato di Israele e alla sua barbara oppressione contro il popolo Palestinese, incentiva- qui sì – il grave rischio di un ritorno dell'antisemitismo( sia esso fascista, integralista islamico, o stalinista). Per questa stessa ragione riteniamo che una battaglia coerente, politica e culturale contro il sionismo, sia anche un atto di difesa del popolo ebraico dall'antisemitismo.  No, noi non attribuiamo al popolo ebraico gli orrori di quel regime sionista che l'ha preso in ostaggio e che agisce in suo nome: né il terrore antiarabo, né l'espansionismo coloniale, né i fondamenti giuridici di uno stato confessionale che nega il diritto al ritorno di più di cinque milioni di profughi palestinesi, mentre discrimina al suo interno gli arabo israeliani e vieta persino i matrimoni tra palestinesi ed ebrei. Noi stiamo dalla parte di quella coraggiosa minoranza ebraica antisionista che combatte e denuncia tutto questo e che rivendica il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese: un diritto incompatibile non con gli ebrei , ma con il sionismo. La nostra rivendicazione di una Palestina, unita, laica, socialista, rispettosa dei diritti della minoranza ebraica, si pone in questo quadro.  Naturalmente siamo disponibili, sulle pagine de il Corriere , come in ogni altra sede, a qualsiasi serio confronto e contraddittorio sul tema in questione. Certo senza bisogno, per parte nostra, di ricorrere a caricature delle posizione contrarie. Ma con l'assoluta pretesa che siano rispettate le nostre.  Marco Ferrando- Portavoce nazionale PCL

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Da "il Manifesto"

22/01/2009
  •    |   Simcha Leventhal
    Su Gaza, bombe al fosforo bianco
     
    Ho servito come artigliere nella divisione M109 dell'esercito israeliano dal 2000 al 2003 e sono stato addestrato a utilizzare le armi che Israele sta usando a Gaza. So per certo che le morti di civili palestinesi non sono una sfortunata disgrazia ma una conseguenza calcolata. Le bombe che l'esercito israeliano ha usato a Gaza uccidono chiunque si trovi in un raggio di 50 metri dall'esplosione e feriscono con ogni probabilità chiunque si trovi a 200 metri. Consapevoli dell'impatto di queste armi, le gerarchie militari impediscono il loro uso, anche in combattimento, a meno di 350 metri di distanza dai propri soldati (250 metri, se questi soldati si trovano in veicoli corazzati).
      Testimonianze e fotografie da Gaza non lasciano spazio a dubbi: l'esercito israeliano ha usato in questa operazione bombe al fosforo bianco, che facevano parte dell'arsenale quando anche io servivo nell'esercito. Il diritto internazionale proibisce il loro uso in aree urbane densamente popolate a causa delle violente bruciature che provocano: la bomba esplode alcune decine di metri prima di toccare il suolo, in modo da aumentarne gli effetti, e manda 116 schegge infiammate di fosforo in un'area di più di 250 metri. Durante il nostro addestramento, i comandanti ci hanno detto di non chiamare queste armi «fosforo bianco», ma «fumo esplosivo» perché il diritto internazionale ne vietava l'uso.
      Dall'inizio dell'incursione, ho guardato le notizie con rabbia e sgomento. Sono sconvolto dal fatto che soldati del mio paese sparino artiglieria pesante su una città densamente popolata, e che usino munizioni al fosforo bianco. Forse i nostri grandi scrittori non sanno come funzionano queste armi, ma sicuramente lo sanno le nostre gerarchie militari. 1300 palestinesi sono morti dall'inizio dell'attacco e più di 5000 sono rimasti feriti. Secondo le stime più ottimiste, più della metà dei palestinesi uccisi erano civili presi tra il fuoco incrociato, e centinaia di loro erano bambini. I nostri dirigenti, consapevoli delle conseguenze della strategia di guerra da loro adottata, sostengono cinicamente che ognuna di quelle morti è stata un disgraziato incidente. Voglio essere chiaro: non c'è stato alcun incidente. Coloro che decidono di usare artiglieria pesante e fosforo bianco in una delle aree urbane più densamente popolate del mondo sanno perfettamente, come anche io sapevo, che molte persone innocenti sono destinate a morire. Poiché conoscevano in anticipo i prevedibili risultati della loro strategia di guerra, le morti civili a Gaza di questo mese non possono essere definite onestamente un disgraziato incidente.
    Questo mese, ho assistito all'ulteriore erosione della statura morale del mio esercito e della mia società. Una condotta morale richiede che non solo si annunci la propria volontà di non colpire i civili, ma che si adotti una strategia di combattimento conseguente. Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un'area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale.
     
     
    ***L'autore è un veterano dei corpi di artiglieria dell'esercito israeliano e membro fondatore di Breaking the Silence